Letture: Giapponese, frate, di Varsavia Padre Kolbe raccontato da Shusako Endo

Padre Massimiliano Kolbe ai tempi della missione in Giappone
Foto: www.kolbemission.org
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In una squallida stanza nella fredda Varsavia degli anni Settanta,  dove una prostitute fa entrare un cliente, un turista giapponese attonito,  appare all'improvviso il volto scavato, sofferente e allo stesso tempo luminoso di padre Massimiliano Kolbe.

 

E solo quell'immagine, tratteggiata con pochi segni, riesce a dare luce al grigio della scena, alla tristezza generale, alla infelice  vita della prostitute,  alla vita altrettanto infelice e vuota, sia pure per altri motivi,  del turista giapponese.

 

Così si chiude, l'intenso racconto che dà il titolo ad una piccola raccolta di racconti dello scrittore Shusako Endo,  "Il giapponese di Varsavia", edito dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, uscito nel corso di quest'estate. Questo racconto, appunto,  usa un pretesto narrativo all'apparenza piuttosto banale - una gita turistica di un gruppo di facoltosi giapponesi a Varsavia - per far brillare solitaria la figura di Massimiliano Kolbe, che lo scrittore ha sempre ammirato.

 

Il martire polacco, poi santo, aveva  vissuto come missionario in Giappone, dal 1930 al 1936, prima di morire nel campo di sterminio di Auschwitz nel 1941. Brilla, dunque, quella figura che ha la forza di sostenere il martirio spinto dall' "unica forza dei deboli, l'amore". E di amore, nella Varsavia oppressa dal regime comunista,  se ne vede davvero poco. Ma tutti i personaggi del racconto, le prostitute, un vecchio male in arnese, e uno dei giapponesi in visita nella capitale polacca, sentono con forza l'attrazione, la tenerezza, la compassione che padre Kolbe incarna totalmente.

 

Quel turista che si trova catapultato in una città che non comprende, alla ricerca di un'avventura di sesso, qualcosa da poter raccontare agli amici al ritorno, al sentire parlare più volte di padre Kolbe, ricorda di aver visto un giorno da bambino,  a Nagasaki,  un pallido, emaciato uomo occidentale con  gli occhiali e con un saio sdrucito, che camminava  con fatica  lungo la strada e che lo aveva salutato, con un sorriso. Era forse lui, quel sacerdote poi ucciso dai nazisti? Un ricordo che riscatta tutta la pesantezza di una vita che sembra senza senso.

 

"Un uomo di quarant'anni", altro racconto presente nella raccolta, parla di un uomo malato, oppresso da una colpa di cui non riesce a parlare con il prete nel confessionale, che finisce  per confidarsi  con un merlo indiano, perché lo sguardo dell'uccellino gli appare pieno di compassione e di comprensione.  

 

Endo è uno scrittore amato anche in Occidente,  soprattutto grazie al suo romanzo capolavoro,  "Silenzio", che è stato portato sul grande schermo dal regista Martin Scorsese.   La sua è una scrittura lineare, semplice,   ma pervasa di  poesia, attenta ai particolari e agli aspetti più intimi della natura. Nelle sue opere si è quasi sempre occupato di temi piuttosto inconsueti per il Giappone, in particolare il rapporto con il cristianesimo.  Endo fu battezzato e introdotto al cristianesimo dalla madre, ma il suo rapporto con la fede non è stato semplice, bensì travagliato e profondo.

 

Nell'affrontare la questione dei cristiani massacrati in Giappone nel Seicento, tema del romanzo "Silenzio", lo scrittore ha soprattutto analizzato il travaglio e la sofferenze di chi non ha avuto la forza di non abiurare,  dinanzi alle torture e alle violenze a cui venivano sottoposti i cristiani. Nel racconto "Unzen", infatti, l'autore introduce la figura dell'apostata Kichijiro,  uno dei personaggi principali di "Silenzio"; lo scrittore protagonista, personaggio-specchio di Endo, si reca in una sorta di pellegrinaggio alle sorgenti calde e solforose del monte Unzen, dove molti cristiani nel Seicento furono torturati e uccisi.

 

Il protagonista si sente molto vicino al personaggio di Kichijiro,  perché non si considera  all'altezza di quello che fecero i martiri di allora, al contrario capisce profondamente i patimenti dell'uomo debole e fragile che ha paura , tradisce e poi portera' per tutta la vita questo peso. L'apostata,  ad un certo punto, rivolgendosi ai suoi compagni che difendono la loro fede fino alla morte, dice con dolore: "Se non riesco a sopportare le sofferenze come avete fatto voi, non entrerò in paradiso?  Dio abbandonerà uno come me?".

 

La domanda angosciosa attraversa tutta l'opera di Endo, che però trovare a una risposta  concreta, come scrive Tiziano Tosolino nell'introduzione al libro di racconti, nel "messaggio di tenerezza di quel Dio che, in Gesù,  accoglie, perdona e lenisce la fragilità umana, sempre desiderosa di lasciarsi cullare da una compassione incondizionata,  assoluta ed eterna".

 

SHUSAKU ENDO, "Il giapponese di Varsavia", EDB,  pp.92, euro 10,50

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