Letture, il parroco di Brescello espone il crocefisso e noi rileggiamo Guareschi

Una fede schietta che ci da speranza nei racconti da leggere e rileggere

Il crocefisso di Don Camillo esposto a Brescello
Foto: www.stampareggiana.it
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Il parroco di Brescello nei giorni scorsi ha esposto in piazza il famoso crocifisso ligneo davanti al quale avrebbe pregato il don Camillo di Giovanni Guareschi.  Lo ha fatto per rivolgere una preghiera di aiuto e di sostegno contro il coronavirus. E la gente ha cominciato a fermarsi davanti a quel crocifisso e a pregare, a sua volta.

Questa notizia, una delle poche che abbiano diffuso un po' di luce nel buio di questi giorni,  ci ha fatto ripensare,  per l'ennesima volta, alla grandezza di Guareschi, alla forza delle sue invenzioni letterarie. E a don Camillo, a quanto vorremmo che fosse vivo, in carne e ossa, vicino a noi. Come ci aiuterebbe, ora, quanto sarebbero forti le sue parole, come saprebbe scuoterci dal torpore che producono il disastro, la paura, l'ombra della malattia e della morte che si allungano.

Ricordiamo che nel film "Il ritorno di don Camillo", ispirato come tutti gli altri film della fortunatissima serie, ai libri di Guareschi e alla cui produzione lo stesso scrittore partecipò,  nel 1951, vi è rappresentata, in tempo reale, per così dire, la sciagurata piena del Po e la conseguente alluvione del Polesine. Una tragedia, ben diversa certo, da quella che stiamo vivendo noi. Però forse vale la pena di rileggere che cosa dice don Camillo alla sua gente di Brescello,  evacuata e in fuga dal paese sommerso, in cui lui solo resta a presidiare,  andando in giro su una barchetta e con un megafono. Alla gente dunque urla, con la sua voce stentorea:

" Fratelli, sono addolorato di non poter celebrare l'ufficio divino con voi, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera verso l'alto dei cieli. Non è la prima volta che il Fiume invade le nostre case. Un giorno però le acque si ritireranno ed il sole tornerà a splendere, e allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare perché il  sole sia più splendente, i fiori più belli e la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere, così tutto sarà più facile e il nostro Paese diventerà un piccolo paradiso in terra. Andate fratelli,  io rimango qui per salutare il primo sole e portare a voi, lontano, con la voce delle vostre  campane, il lieto annuncio del risveglio.  Che Iddio vi accompagni. E così sia".

Questo è comunque il momento per fare una bella rilettura delle opere di Guareschi.

A cominciare proprio da don Camillo e  naturalmente il suo 'contraltare' , il sindaco protocomunista Peppone. Nel marzo 1948 esce "Mondo piccolo", la raccolta di racconti in cui appare la figura massiccia e dalle manone forti del prete. Così lo stesso scrittore descrive la nascita della sua amatissima "creatura": "Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. (...) Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l'alfabeto".

Quei racconti segnano l'inizio dell'epopea del Mondo piccolo, ambientato in un  paese della Bassa, appunto,  circondato dalla campagna e a pochi passi dal grande fiume, scenario naturale in cui si muovono i protagonisti: don Camillo, il sindaco Peppone, e una miriade di personaggi grandi, minori, commoventi, buffi, tutti convincenti e ritratti con maestria, tali da sembrarci sempre vivi e naturali.

Il successo è immediato, ai racconti si succedono i racconti e poi i romanzi. Tanto che nel 1952 si gira la prima trasposizione cinematografica dal titolo Don Camillo, con protagonisti Fernandel e Gino Cervi nei ruoli, rispettivamente,  del prete e del sindaco. Il successo diventa travolgente. Ormai i due personaggi inventati hanno un volto, una voce, un corpo,  acquistano, nell'immaginario collettivo, acquistano le fattezze degli attori.

Guareschi ha scritto molto ed è stato sempre bersagliato per la schiettezza delle proprie opinioni,  per la sua fede senza se e senza e che ha proclamato senza paludamenti,  per il suo modo diretto, concreto,  sanguigno di guardare e descrivere la realtà. Rileggerlo oggi da' forza e consolazione, mentre annaspiamo in una marea di parole inutili, retoriche, esangui.

Fanno riflettere i risultati di un recentissimo sondaggio tra i lettori di Robinson,  inserto culturale di Repubblica. Si sa che i lettori del quotidiano sono progressisti, politicamente corretti e generalmente orientati a sinistra. Eppure nel sondaggio, che mirava a proclamare il miglior scrittore del Novecento, tra i vari duelli messi in campo c'era quello tra Umberto Eco e Guareschi. Si trattava di scegliere tra i due. Si sarebbe stati pronti a dire che non c'era neanche da chiederlo, che l'esito sarebbe stato scontato. Invece no. I lettori di Repubblica hanno scelto  il 'reazionario' Guareschi. Dichiarando, come si evince leggendo alcune  delle motivazioni del voto, che Eco risulta "macchinoso e pretenzioso", mentre Guareschi " si basa sull'umiltà e la saggezza dei piccoli gesti". E poi ecco un commento che colpisce molto, per profondità e per acutezza:" il primo che non avrebbe mai tenuto  dietro ai meandri della teologia e della dottrina di Eco è il Cristo in croce della povera chiesa di don Camillo".

Fare una scelta tra le opere di Guareschi non è facile, verrebbe voglia di consigliarle tutte in blocco. Ne scegliamo due.

 

Don Camillo e il suo gregge, Edizioni Rizzoli, euro 13, p 451

Diario clandestino, Edizioni Rizzoli, p. 312, euro13

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