Letture, le "Chiese abbandonate " nella memoria di un fotografo

Un libro racconta la decadenza dei luoghi di culto ma anche la resistenza delle comunità

La copertina del libro
Foto: Edizioni Jonglez
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Il silenzio, animato da lievi fruscii, da un soffio di vento che penetra da un vetro rotto, una goccia d’acqua che dal soffitto di una navata devastata scende giù ritmicamente. In quel silenzio si percepisce la vita, spesso ricca di millenni, che deve essere trascorsa tra quelle mura, sotto quelle absidi, tra quelle stanze: vita quotidiana, vita di fede, dolori, speranze, tragedie. L’incuria, l’abbandono, la tragedia di un conflitto.

Sono ormai migliaia gli edifici religiosi abbandonati che costellano il paesaggio europeo. Tra il 2012 e il 2020 Francis Meslet ha fotografato diverse centinaia di luoghi di culto – ma anche colleghi, seminari, asili, oratori - dimenticati, caduti in rovina. Nel suo tempo libero Meslet ha deciso di girare il mondo, con la sua macchina fotografica, alla ricerca di questi posti  in cui il tempo si è fermato dopo che l'uomo ne ha chiuso le porte. 

Il libro si intitola “Chiese abbandonate”, edito da Jonglez. Offre una galleria di immagini suggestive, capaci di far intraprendere un vero e proprio viaggio nel tempo in una sorta di universo parallelo. Con il più grande rispetto per la loro storia, per quello hanno rappresentato e ancora rappresentano, offre un'immersione in questi luoghi in cui non si prega più, non si celebrano i sacramenti, ma svelano ancora il senso di uno splendore divino, la ragione che ha mosso i costruttori di queste mura, di queste cappelle, di queste navate. 

Le memorie si riaccendono, nei rari visitatori, non solo la sensazione di desolazione e la domanda sul perché si è lasciato che questo accadesse.  Da tempo si riflette su questa situazione e si cerca di trovare una soluzione per non disperdere questo patrimonio comune, di non lasciarlo languire o seppellire da indifferenza, quando non ostilità e voglia di trasgressione, di dissacrazione. In una chiesa tedesca sembra che le preghiere che  venivano recitate in latino abbiano appena smesso di venire pronunciate, in un collegio cattolico francese si potrebbe ancora riuscire a sentire le grida dei bambini risuonavano al rintocco della campana. Si può ancora percepire la flebile eco dei suoni sepolti dietro le mura di una cripta nel cuore della montagna italiana o nella tomba di un antico convento in Portogallo.

In questi territori devastati, ma non cancellati, è in atto una silenziosa, tenace resistenza. Qualcosa che traspare  nelle statue aggrappate alla loro stele in un edificio religioso del XIII secolo in Nuova Aquitania, in Francia; nell'enorme organo dimenticato in una chiesa belga che ancora può suonare; in una cappella lombarda dove gli affreschi mostrano  ancora colori brillanti e sorprendenti. E sempre in Lombardia, in una chiesa del XII secolo, che conta vari rifacimenti fino al Ventesimo secolo, un fiotto di luce illumina la navata centrale e sembra invitare con grazia a entrare e a inginocchiarsi, come da secoli hanno fatto migliaia e migliaia di fedeli. 

 Il senso di appartenenza e di comunità respira ancora tra queste che non sono propriamente rovine ma reliquie che però, come scrive Christian Montesinos nella prefazione al volume, aprono le porte del tempo e dell’infinito. “Questa- sottolinea- è la più grande gloria per questi edifici ora trascurati. Chiese e cappelle abbandonate perseguono il destino che i loro costruttori avevano promesso loro: essere il vascello delle anime e anche se le loro ultime pietre fossero sepolte sotto l’humus, rimarranno per sempre ciò che erano realmente. Sono luoghi di umiltà e fede, costruiti dagli uomini per gli uomini”. 

Il libro di Meslet è arricchito anche da brevi testi che descrivono le sensazioni provate, come se si fosse  di fronte ad una  scoperta che ha del miracoloso. Quello che l’autore ha provato e che riverbera nelle foto suggestive e quasi ipnotiche. E che il lettore potrebbe provare a sua volta, ritrovandosi a passeggiare, ad esempio, in un chiostro del XIV secolo in Occitania, come se non fossero passati i secoli e le distruzioni.

Del resto, una delle esperienze più intense, non solo in senso estetico, ma soprattutto spirituale, è quella che si riesce a vivere visitando l’abbazia cistercense di San Galgano, che si trova a una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino.

Il sito è costituito dall'eremo  e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, che è diventato, nel tempo, meta di un ininterrotto flusso turistico, di nicchia, ma non trascurabile. Il tetto crollò nel 1786 quando un fulmine colpì il campanile dell'abbazia. Tre anni dopo fu sconsacrata e da li in poi venne usata come stalla, fino a quando nel 1926 lo stato Italiano ne riconobbe il valore culturale, tutelandola. Al fascino naturale dell’abbazia si è aggiunto quello suscitato da un intrecciarsi di suggestioni letterarie e dell’eco di antiche leggende, soprattutto quella della spada nella roccia. Immaginate di trovarvi a passeggiare tra le mura rimaste intatte in un mattino di brume invernali, mentre la brina ha ricamato merletti lucenti al posto delle vetrate medievali. Immaginate di essere da soli e guardare verso il cielo, mentre un pallido sole illumina la campagna circostante. Potreste facilmente fantasticare di cavalieri al trotto, poi inginocchiati davanti ad una pietra da cui sporge un’elsa erosa dai secoli. Ma forse è ancora più facile immaginare una fila di monaci in preghiera, ascoltare le loro voci che innalzano cattedrali di note verso il cielo, mentre i fedeli si inginocchiano sulle nude e fredde lastre di pietra. E sentirsi parte di questo popolo che prega, allora come oggi, anche nel silenzio. A San Galgano, come in tanti altri posti nel mondo, anche tra le erbacce, le pietre in bilico, le porte divelte. La fede, anche qui, è memoria viva, fonte di nuova vita.

Francis Meslet, Chiese abbandonate, Jonglez, euro 35, pp.224

 

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