Letture, quando è che l'abito fa il monaco? Una guida al galateo in chiesa

Un volumetto per "rieducare" ed evitare l'effetto passerella nelle funzioni religiose

Una sposa
Foto: CCO
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Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi, se ne vergognano, cominciano, grazie a questa amara consapevolezza, il loro cammino nella  valle di lacrime che è il mondo, proprio con il senso della nudità e il bisogno di vestirsi. E Dio, pur avendoli cacciati dal Paradiso terrestre e avendo descritto il loro futuro pieno di dolore  e di fatica, per l’ennesima volta prova  pietà per loro e gli insegna come essere vestiti. 

Il primo look è molto rudimentale, un po' di pelli messe insieme, che poi scoprono anche di poter aggiustare e adeguare ai propri corpi. Il salto è comunque  fatto: l’essere umano ha ormai scoperto il piacere e la necessità di vestirsi e in poco tempo scopre anche la spinta ineludibile di  seguire la moda.

Prende le mosse  dalla Bibbia il  curioso ed accattivante saggio dal titolo  “Anche l’abito fa il monaco. Il modo di vestire come linguaggio ed espressione di sé” , scritto da Eleonora Granieri e Lorenzo Romagna, pubblicato dalla casa editrice Tau. Si tratta di  una breve storia dell’uso del vestire e del vestito,  anche dal punto di vista religioso. Se è vero che dare troppa importanza all’apparenza, quindi anche a ciò che si indossa,  è segno di vanità, oltre che di spreco,  in certi casi persino immorale (se si considera che un maglioncino firmato può arrivare a costare 500, 600 euro)  è altrettanto  vero che l’abito mostra subito chi siamo e come ci comportiamo. 

Dal primo stilista della storia dell’umanità – Dio in persona, come accennato – nel vasto e complicato panorama della storia emergono ben presto  donne icone di stile, per cui lo stile stesso diventa simbolo di potere. E’ questo certamente il caso di Teodora, moglie dell’imperatore Giustiniano e grande influencer del mondo bizantino. Contemplando i meravigliosi mosaici di Ravenna abbiamo un’immagine fedele del suo “guardaroba” personale e di come l’abito è pensato per inviare un immediato messaggio ai sudditi e ai fedeli delle chiese per le quali le opere d’arte sono state create. Sete, oro, gioielli, veli, per testimoniare l’investitura divina del potere imperiale, a lei “trasferito”, in un certo senso, dal marito. 

Lo splendore dell’abito simboleggia la grandezza della missione del potere al servizio della fede. Non è certo uno stile facile da “copiare” , eppure i suoi abiti e gioielli hanno ispirato stili e creatori,  fino ai contemporanei. 

Altra grande influencer antelitteram è stata Eleonora d’Aquitania, che vive tra il 1100 e il 1200, donna colta, raffinata, vitale. Appena quindicenne si sposa con il futuro re di Francia Luigi VII. A Parigi, in quel periodo, la vita di corte non è così sfavillante ed è Eleonora  a illuminare quelle grigie giornate con i suoi gioielli, i suoi abiti eleganti, i suoi rossetti. E poi ancora Elisabetta I d’Inghilterra, Maria Antonietta e la corte di  Versailles, le star del cinema e del gossip, che però appaiono piuttosto smorte, banali,  rispetto allo splendore che emanavano le grandi dame del passato.

Se ci si allontana dalle corti, dalle sale da ballo, dalle passerelle, dalle feste e intrattenimenti vari, e si entra in chiesa in che cosa ci si può imbattere? Sembra di assistere a uno spettacolo a tratti paradossale: per partecipare alla messa, pregare o, sempre più spesso, solo per curiosare tra le molte opere d’arte che gli edifici religiosi custodiscono, si vedono girare ragazze che sembrano arrivare direttamente dalla spiaggia, in pantaloncini e minigonne ascellari, giovani in bermuda e infradito, uomini e donne di mezza età o decisamente prossimi alla vecchiaia con occhiali da sole, borselli a tracolla, cappellini di tela con visiera, ciabatte, canottiere, sandalini… In altre occasioni, per esempio la celebrazione di matrimoni, battesimi e ricorrenze varie, al contrario non è raro assistere ad autentiche sfilate: scarpe con tacco di almeno dieci centimetri, pailllettes, scollature, scarpe da ginnastica abbinati a pantaloni di raso. Gli autori, quindi, hanno pensato bene di proporre un galateo ad hoc con indicazioni precise per vestirsi e andare in chiesa, a partecipare alla messa, in occasione  di cerimonie religiose, matrimoni, funerali, battesimi, comunioni…Regole semplici, di assoluto buon senso, quasi ovvie, eppure dimenticate. Quindi: aboliti  occhiali da sole,  cappelli, soprattutto se modaioli,  canottiere, shorts,  infradito, paillettes. Consigliati tubini, giacche, ammessi jeans senza strass e strappi.

Insomma, oggi appare più che mai necessaria una “rieducazione” di base.  Ad esempio, vediamo che cosa suggerisce il  breve capitolo dedicato alle esequie, spiegando come ci si dovrebbe vestire in modo adeguato alla  triste circostanza. Pur constatando che “il colore nero è caduto in disuso anche nei paramenti dei sacerdoti (che usano il violaceo), resta il fatto che nel sentire comune tale colore è associato (e considerato opportuno) ai funerali. Questo suggerisce  quindi – ai diretti congiunti, ma anche ai vari partecipanti, per il dovuto rispetto – un look scuro e sobrio”. 

Non sono più i tempi dei veri e propri “abiti da lutto”, che una volta venivano gelosamente custoditi   dentro gli armadi, pronti, purtroppo, all’uso. Però partecipare ad un funerale non equivale proprio a partecipare ad un aperitivo o ad una festa di laurea.  Il dolore è interiore, certo, ma anche l’abito fa la sua parte, senza pretendere di “fare” completamente il monaco.

 

Eleonora Granieri, Lorenzo Romagna, Anche l’abito fa il monaco. Il modo di vestire come linguaggio ed espressione di sé, edizioni Tau, pp.116, euro10 

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