Letture, quando si diventa vescovi dei pochi cattolici in Russia

La missione di Paolo Pezzi a Mosca

L'arcivescovo di Mosca Paolo Pezzi
Foto: pd
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La devozione e la fede delle babushke russe, le nonne, le anziane con i loro fazzolettoni annodati sotto il mento: forse non se lo sarebbe aspettato, il sacerdote proveniente dall’Italia, dopo un lungo percorso di fede con tanti giri e tante svolte, con dolori mai cancellati e speranze sempre pronte a rinverdire. Però quegli sguardi, quegli occhi  che avevano visto morire figli, mariti, amici, avevano patito dolori immensi e sterminati come le steppe siberiane e gli infiniti orrori dei gulag, quegli occhi, insomma, non contengono solo dolore, solo odio e disperazione. 

Il sacerdote si trova un giorno, in una cittadina sprofondata alla fine del mondo, e parla con una di queste anziane, prova a chiederle qualcosa che da molto tempo occupa i suoi pensieri, forse teme anche di affacciarsi a quella vertigine di male e di dolore, il mistero del male, mysterium iniquitatis, ma  insomma si fa coraggio e le chiede cosa pensa di Stalin: “Cosa penso? Guardi che l’ho perdonato tanti anni fa, perché se non si perdona non si vive più. E io come avrei potuto continuare a vivere, dopo aver visto uccidere due figli?”. “Ricordo che mi misi a piangere e me ne andai zitto zitto con la coda tra le gambe, senza riuscire più  a parlare per tutto il giorno”, racconta oggi quel sacerdote, diventato nel frattempo  monsignor Paolo Pezzi, vescovo cattolico  di Mosca.

 

Questo racconto lo possiamo leggere nel libro-intervista realizzato con il giornalista Riccardo Maccioni e pubblicato dalle Edizioni Ares, dal titolo La piccola Chiesa nella grande Russia (pp. 192, euro 16). Nel volume, partendo dalla sua vita e dalla sua missione, l’autore offre una visione, da una prospettiva comunque privilegiata, della realtà della Russia contemporanea, intrecciando storie, testimonianze, valutazioni sull’attualità e il futuro della Chiesa, della Russia stessa e del mondo. Sulla base non di pregiudizi e di preconcetti, ma alla vita vissuta, dagli incontri vissuti, dalla conoscenza della storia di queste terre. Il libro è ovviamente stato scritto prima degli ultimi tragici eventi, ma quello che racconta ci aiuta a capire quello che sta accadendo, quello che stiamo vivendo. 

 

 

Monsignor Pezzi è alla guida da 15 anni di una diocesi vastissima, composta da migliaia di chilometri da percorrere, comunità diverse, lingue e culture che si incrociano, non sempre in modo indolore.  Nasce quindi la consapevolezza che il  testimoniare ciò che si crede può diventare pericoloso. Perché quando si è minoranza “l’identità viene sollecitata ogni giorno e ogni giorno sei chiamato a verificarne la consistenza, che è Cristo stesso”. La Russia è un mondo vasto, non si può incasellare e catalogare con le nostre coordinate culturale, sociali e persino geografiche. E anche la “questione dell’Ucraina” ha radici profonde e complesse, di cui gli ultimi tragici eventi sono il frutto, che solo ad una lettura frettolosa e superficiale degli avvenimenti possono apparire inaspettate.

In queste ultime settimane il vescovo, da Mosca, ha fatto sentire la sua voce contro “la follia della guerra” a cui giudica necessario contrapporre “ il “miracolo” della riconciliazione: “Occorre che noi crediamo veramente nella forza del perdono. Occorre ripartire dal perdono. Il perdono però chiede una conversione del cuore perché chiede di cambiare lo sguardo sull’altro. Certo, è un miracolo. Però, non dobbiamo dimenticare che la preghiera è veramente potente. Non è quello che si fa quando ci si trova sull’ultima spiaggia e non si ha altro da fare”.

Sfilano  i volti, le storie, i destini che si intrecciano con la vita dello stesso prelato. Il percorso della crescita nella  fede, la gioventù con i suoi slanci, i dolori che non passano mai, la scelta di non dare tutto per scontato ma di affrontare la vita con le sue sfide a partire proprio da quella di andare in Russia. Prima, per diversi anni, in Siberia, dove avvengono incontri toccanti, che trasformano l’animo, come quello citato prima.  

La storia di una comunità piccola, certo, minoritaria. Nell’Introduzione del libro viene spiegato bene che cosa significa questo fatto, sottolineando quanto sia difficile, per noi in Italia, pensare  a una comunità cattolica minoritaria. “I problemi non sono solo di natura “spirituale”, ma molto concreti, di tipo materiale. Significa che se tu vuoi costruire una chiesa non lo puoi fare facilmente, vuol dire che per dare una vita dignitosa ai tuoi preti devi metterti a cercare dei finanziamenti in giro, delle offerte, perché quello che si riceve dalle parrocchie non basta”. C’è poi il versante politico amministrativo. “Quando si è una minoranza, basta che tu non abbia pagato nel momento giusto le tasse, magari per una dimenticanza, che rischi di trovarti in difficoltà”. 

Problemi di tutti i giorni, a cui però si può guardare con ironia e saggezza, perché, probabilmente, vivere in condizioni di minoranza e di poca “forza” ha i suoi vantaggi: “Se si è seri e un po’ ironici, si capisce che non si ha nulla da difendere. E questo ti alleggerisce. Inoltre, c’è la possibilità di avere relazioni interpersonali molto più strette e sei costretto a vivere più criticamente la fede. A chiederti cosa significa per te credere, se è la tua felicità, se ne sei realmente contento”. Le domande essenziali, che rendono più autentica ogni nostra scelta e ogni nostro sia pur piccolo passo.      

 

Paolo Pezzi con Riccardo Maccioni, La piccola Chiesa nella grande Russia, edizioni Ares, pp.192, euro 16 

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