Libertà religiosa, il problema non è solo islamico

La copertina del rapporto ACS sulla libertà religiosa
Foto: ACS
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C’è il problema, fortissimo, dell’estremismo islamico che si sta diffondendo nel mondo. Eppure, il Rapporto annuale sulla Libertà Religiosa presentato oggi da Aiuto alla Chiesa che Soffre racconta una realtà più sfaccettata. Sottolinea che la libertà religiosa non viene solo messa sotto attacco dal radicalismo islamico, sempre più diffuso. Mette in luce come le violazioni alla libertà religiosa siano “permesse” in qualche modo anche da quelle leggi che danno privilegi speciali ad una fede piuttosto che ad un’altra. Fa notare che anche nella “civilizzata” Europa la libertà religiosa è a rischio. E racconta l’altra faccia della Cina dell’apertura, quella che demolisce le croci cristiane e tiene sotto scacco le fedi religiose.

È un mondo multiforme, quello sottolineato dal Rapporto ACS, che – afferma il presidente nazionale Mantovano – “va incontro ad esigenza di dare descrizione oggettiva della realtà”.

Il rapporto prende in esame il periodo che va dal giugno 2014 al giugno 2016. È un rapporto fortemente caratterizzato dalla minaccia alla libertà religiosa rappresentata dal radicalismo, e in particolare dal radicalismo di tipo islamista. È un tema cui ACS Italia, da sempre attivissimo nel difendere i cristiani perseguitati, si è speso molto in questo anno, non solo con aiuti, ma per creare sensibilità: la Fontana di Trevi colorata di rosso, la scritta “Help Christians” sul Pirellone di Milano, le testimonianze al Meeting di Rimini hanno accompagnato un impegno costante di denuncia, con la richiesta di definire “genocidio” la persecuzione che ha luogo contro i cristiani in Medio Oriente.

“La libertà religiosa riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio. Per questo è madre di tutte le libertà”, ricorda il Cardinale Mauro Piacenza, presidente internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre. Il quale aggiunge: “Il sostegno alla formazione, il sostegno alla libertà della stampa, è germe fecondo di un adeguato rispetto di questa esigenza umana e di un riconoscimento dell’apporto di coloro che vivono la società religiosa”.

Le nove case histories presentate vanno dall’indicazione di una situazione drammatica a segni di speranza. Dalla testimonianza della donna yazida che porta l’intero parlamento inglese a definire come “genocidio” i crimini perpetuati dallo Stato Islamico ad una partita di calcio interreligiosa organizzata in Pakistan. Quello che emerge, però, non è del tutto positivo.

Qualche highlights. Il rapporto prende in esame 196 Paesi. L’ultimo rapporto parlava di una libertà religiosa ad alto rischio in 23 Paesi. La situazione è persino peggiorata in 11 di questi Paesi. Il rapporto distingue tra discriminazione e persecuzione, la prima operata dallo Stato, la seconda da attori non statali. Difficile difendersi, quasi impossibile a livello legale. Da nessuna delle due. Ma si nota che sono attori non statali quelli maggiormente responsabili, in 12 dei 23 Paesi considerati più a rischio.

Alessandro Monteduro, direttore di ACS, sottolinea che “il rapporto della Libertà religiosa è un viaggio intorno al mondo che dura 2 anni”.

Il fenomeno islamista è in crescita, e conta attacchi dalla Svizzera all’Australia, e in ben 17 Paesi africani. Non solo, questo estremismo religioso mette a rischio la diversità religiosa in Medio Oriente, la mette a rischio in Asia ed è terreno fertile per gli attacchi antisemiti. Certo, i principali leader islamici hanno cominciato a contrastare il fenomeno dell’iper estremismo, con varie dichiarazioni pubbliche. Ma questo non basta a fermare il fenomeno.

In generale, sono 38 i Paesi in cui ci sono indiscutibili prove di significative violazioni alla libertà religiosa. Di questi, 23 nazioni sono nella categoria persecuzione e 15 in quella della discriminazione. Il rispetto della libertà religiosa è chiaramente peggiorato nel 37 per cento dei Paesi, e nel 55 per cento dei casi non è stato riscontrato alcun segno di cambiamento. Miglioramenti ci sono stati solo nell’8 per cento dei Paesi. In termini numerici, in 3 Paesi: Egitto, Bhutan e Qatar.

Poi si notano altri fenomeni. Per esempio, la fede che viene tutelata a discapito degli individui, come succede in Birmania e Pakistan. E anche la repressione di quanti si rifiutano di seguire le linee del partito in Paesi autoritari, come Turkmenistan e Cina.

La Cina merita un capitolo a parte. Oggetto di grande attenzione da parte della Santa Sede, in vista di un accordo sulla nomina dei vescovi che è comunque complicato da gestire in caso si voglia preservare la sovranità della Santa Sede, il rapporto di ACS dà ragione a quanti chiedono perlomeno di guardare alla situazione della libertà religiosa in Cina. Che, nonostante le grandi aperture di credito concesse nei confronti di Papa Francesco, non sembra migliorata.

Anzi. Il rapporto evidenzia che le minoranze religiose sono identificate con gruppi chiamati a destabilizzare il Paese, gruppi sottoposti a sempre maggiore pressione perché siano sottoposti a controllo da parte dello Stato. Se non lo fanno, le conseguenze sono gravi, e la storia delle croci abbattute (più di 2000 a partire dal 2013) la dice lunga sulla situazione, così come quella della moglie del pastore Ding Cuimei morta per asfissia dopo che lei e il marito sono stati sepolti vivi per aver protestato contro la demolizione della loro Chiesa. E poi, sono state vietate le festività, si è persino impedito ai musulmani di digiunare durante il Ramadan.

Inghilterra, Francia, Germania entravano in classifica nell’ultimo rapporto per una serie di violazioni in tema di libertà di coscienza. Ma oggi la situazione è ancora differente. Il caso francese è emblematico. Il rapporto presenta una sorta di “bollettino di guerra”, fatto di attacchi alle chiese e ai siti istituzionali cattolici che si sono susseguiti nell’ultimo mese. Visto da questa prospettiva, l’assassinio di padre Jacques Hamel è solo la punta dell’iceberg.

C’è, insomma, da essere preoccupati. Tra l’altro, basta scorrere la lista dei capitoli del rapporto per comprendere che nessuno Stato è al sicuro.

Il Rapporto si concentra molto su come la libertà religiosa è difesa a livello costituzionale e legislativo, e quanto i governi cerchino di controllare le religioni. In Germania, per esempio, non è consentita l’educazione parentale, nemmeno per brevi periodi, e nemmeno su temi che riguardano l’educazione sessuale. In Francia dal 2004 c’è una legge che impedisce l’esposizione di simboli religiosi visibil. E in Austria si può notare che la polizia austriaca non registra se un incidente o un crimine d’odio ha una motivazione anti-cristiana. Lo nota il rapporto 2014 sui crimini d’odio dell’OSCE. Che nota come nel periodo preso in esame ci sono stati un incendio ad una Chiesa, sei casi di danneggiamento di proprietà e graffiti anti-cristiani.

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