Libertà religiosa, il Vaticano denuncia il “totalitarismo morbido” del mondo secolare

Rosario
Foto: TV2000
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C’è un “totalitarismo morbido” dello Stato che si considera neutrale, che proprio in nome di questa neutralità “non sembra in grado di evitare la tendenza a considerare la fede professata e l’appartenenza religiosa un ostacolo per l’ammissione alla piena cittadinanza culturale e politica dei singoli”.

La questione è sollevata dal documento “Libertà religiosa pe il bene di tutti” pubblicato la scorsa settimana dalla Commissione Teologica Internazionale. È un documento frutto di cinque anni di lavoro (la commissione è ‘annessa’ alla Congregazione della Dottrina della Fede e resta in carica per un quinquennio) ed affronta il tema della libertà religiosa a partire dalla dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae, analizza l’evoluzione dell’approccio alla libertà religiosa della Chiesa, ma soprattutto mette in luce come le più gravi minacce a questa vengano proprio da quelli Stati secolari che si presumono neutrali.

Il fondamentalismo, nota la commissione, nasce proprio come reazione “alla concezione liberale dello Stato moderno, a motivo del suo relativismo etico e della sua indifferenza nei confronti della religione”.

È un testo denso, che suona come un atto di accusa contro la società che marginalizza alla religione, e contro una retorica umanista che “fa appello ai valori della pacifica convivenza, della dignità individuale, del dialogo interculturale interreligioso”, e “si esprime nel linguaggio dello Stato liberale moderno”.

Ma è proprio a questo stato liberale che si oppone il fondamentalismo, una radicalizzazione che non è un “semplice ritorno più osservante alla religiosità più tradizionale.

La lotta è contro uno Stato la cui “proclamata neutralità non sembra in grado di evitare la tendenza a considerare la fede professata e l’appartenenza religiosa un ostacolo per l’ammissione alla piena cittadinanza culturale e politica dei singoli”.

Si tratta di un “totalitarismo morbido”, che apre “al nichilismo etico nella sfera pubblica”, e che nasce proprio da una “neutralità giuridica” che dice di volersi basare solo su “regole procedurali di giustizia”, ma mete da parte “ogni giustificazione etica ed ogni ispirazione religiosa”.

Nasce così – denuncia la Commissione Teologica Internazionale – “una ideologia della neutralità” che “impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica”.

In questo modo, la sfera pubblica è neutrale solo in apparenza e la libertà civile “obiettivamente discriminante”. A questa ambivalenza, si aggiunge la conseguenza che la cultura civile deve definire “il proprio umanesimo attraverso la rimozione della componente religiosa dell’umano”, costretta così a rimuovere anche “parti decisive della propria storia”.

Si tratta di un sistema debole, nel quale molti trovano “giustificato” l’approdo da un “fanatismo disperato”, che sia ateistico e teocratico, che porta anche a “forme violente e totalitarie d’ideologia politica e di militanza religiosa, che sembravano ormai consegnate al giudizio della ragione e della storia”.

Si tratta di un ritorno alla religione? L’espressione – notano i teologi del Papa – è ambigua, perché questo ritorno “presenta anche aspetti di regressione nei confronti dei valori personali e della convivenza democratica che stanno alla base della concezione dell’ordine politico e sociale”, e in molti casi il ritorno alla religione è in realtà distaccato dalla “tradizione autentica e dallo sviluppo culturale delle grandi religioni storiche”.

La Commissione Teologica Internazionale nota che è necessario che la cultura civile superi “il pregiudizio di una visione puramente emozionale o ideologica della religione”, mentre la religione “deve essere incessantemente stimolata ad elaborare un in un linguaggio umanisticamente comprensibile la visione della realtà e della convivenza che le respirano”.

La qualità della vita religiosa – si legge ancora nel documento – “passa attraverso il ripudio di ogni tentativo di strumentalizzare il potere politico”, sia pure “praticato in vista di un proselitismo della fede”, mentre “l’evangelizzazione si rivolge oggi alla positiva valorizzazione di un contesto di libertà religiosa e civile della coscienza”.

Nessun proselitismo, dunque, ma uno spazio nuovo da osservare, che è anche mutato con la stagione delle “migrazioni di popoli”, spesso a causa di povertà, che “stanno creando, all’interno dell’Occidente, società strutturalmente interreligiose, interculturali, interetniche”.

È necessario dunque “inventare un nuovo futuro”, con la costruzione di modelli del rapporto tra libertà religiosa e democrazia civile”.

C’è speranza, perché il cristianesimo fiorì proprio in un contesto inter-etnico e inter-religioso, ma è comunque una sfida, in uno Stato che ha una “assoluta indifferenza etico-religiosa”.

La Chiesa ha anche dei passi da fare. Deve superare, ad esempio, “l’apparente contraddizione fra rivendicazione della libertà ecclesiale e condanna della libertà religiosa”. È un nuovo modello di esercitare la libertas ecclesiae, di fronte a leggi secolari sempre più ostili, che addirittura puntano ad attaccare il segreto della confessione, come avvenuto in Australia e più recentemente in Cile.

Nel documento, si spiega anche che la Chiesa non era ostile alla libertà religiosa, ma inizialmente reagiva ad una impostazione aggressiva del laicismo di Stato, che la attaccava nel momento in cui era religione di Stato. Ma poi, c’è stata “una migliore auto-comprensione dell’autorità della Chiesa nel contesto del potere politico” e allo stesso modo “un progressivo ampliamento delle ragioni della libertà della Chiesa dentro la cornice delle libertà fondamentali dell’uomo”.

Come difendere oggi la libertà religiosa? Partendo dal presupposto che la persona umana è integra, e dunque “non si può separare la sua libertà interiore dalla sua manifestazione pubblica”.

La difesa dei diritti inalienabili di ciascun individuo è anche – nota il documento – una “reazione contro l’esperienza traumatizzante dei totalitarismi” del XX secolo, ma la valorizzazione della singolarità umana ha avuto anche contraddizioni, perché alcune libertà vanno a toccare altre, e dunque è importante “l’impegno a sostenere una concezione relazionale dell’essere personale, sviluppando una riflessione antropologica in grado di correggere persuasivamente le visioni individualistiche del soggetto”.

E si difende qui il diritto all’obiezione di coscienza, che è “in profonda sintonia con la convinzione cristiana che l’appartenenza religiosa si definisce essenzialmente da un atteggiamento – la fede – che per natura sua non può non essere libero”.

La Commissione Teologica Internazionale nota anche che “il riconoscimento della pari dignità delle persone non si risolve nella semplice formulazione giuridica degli uguali diritti”, perché “lo Stato che si limitasse a registrare questi desideri soggettivi, trasformandoli in vincolo del diritto senza alcun riconoscimento del suo rapporto con il bene comune, rischierebbe di indebolire il sostegno istituzionale delle ragioni etiche che proteggono il legame sociale”.

C’è tutto un mondo che si lega a questa deriva procedurale dello Stato. Ad esempio – denunciano i teologi – “il ruolo umanizzante che è proprio della famiglia”, in una emarginazione che tra l’altro è un problema per l’evangelizzazione, perché “coloro che, ormai ignoranti del cristianesimo, lo confondono con una ideologia, un moralismo, una disciplina, oppure con una sovrastruttura arcaica, non potranno essere riavvicinati che tramite un incontro familiare umano”.

Solo a partire dalla relazione umana lo Stato può garantire le “comunità che lo compongono e, attraverso di loro, la vitalità della sua democrazia come bene comune.

Particolarmente importante la definizione della Chiesa cattolica. Questa – si legge nel documento - “respinge la sua identificazione come soggetto di un interesse privato che compete per affermare i suoi privilegi”.

“La missione della Chiesa – scrive il documento - è l’evangelizzazione, che annuncia la giustizia dell’amore universale di Dio e non si lascia ridurre a un interesse politico di parte”.

E però la Chiesa partecipa alla vita pubblica, nel senso che è “principio animatore d’istituzioni intermedie, che concorrono lealmente al sostegno dell’etica pubblica e del legame sociale entro le possibilità e i limiti del governo statuale sul piano nazionale e anche sul piano internazionale”. Ma non si identifica come un “semplice gruppo di opinione”, non si pone “in competizione con lo Stato nella funzione di governo della società civile”, ma piuttosto contribuisce “al corretto inquadramento della libertà religiosa nella sfera pubblica”.

Il modello della Chiesa non è quello del “multiculturalismo agnostico”, che accetta le corporazioni ideologiche o religiose e le esclude da ogni funzione mediatrice, ma piuttosto un modello inclusivo. Che certo nasce dall’esigenza di “armonizzare la fedeltà a Dio e ai suoi comandamenti con le pratiche della giustizia e della solidarietà”.

Se “Città di Dio” e “città dell’uomo” sono separate, c’è un problema quando “i cristiani stessi sono indotti a concepirsi come membri di una società neutrale che, nei principi e nei fatti, non lo è”.

Eppure “non si vede perché dovrebbe essere impossibile, nel rispetto vicendevole, condividere come un bene a disposizione di tutti il rapporto personale e comunitario che le comunità religiose coltivano nei confronti di Dio”, mentre “non è certo un bene che questa esperienza sia coltivata clandestinamente, senza possibilità di libero riconoscimento e accesso da parte di tutti i membri della società”.

Il documento nota anche che non a tutte le forme di esperienza religiosa va dato lo stesso valore. In più, sottolinea che “tra le giuste esigenze della ragione, nelle sue implicazioni giuridico-politiche si può annoverare – negli anni recenti – la reciprocità pacifica dei diritti religiosi, compreso quello della libertà di conversione”, ma anche che “alla libertà di espressione e di pratica che in un paese è accordata ad una identità religiosa di minoranza, corrisponda un simmetrico riconoscimento di libertà per le minoranze religiose dei paesi in cui quella identità è invece maggioritaria”.

È il tema del principio di cittadinanza, contenuto nella dichiarazione di Abu Dhabi, che però non include il concetto di libertà religiosa, come era stato invece richiesto da padre Wojcieh Giertych, teologo di Casa Pontificia.

Insomma, “la libertà religiosa può essere realmente garantita soltanto nell’orizzonte di una visione umanistica aperta alla cooperazione e alla convivenza, profondamente radicata nel rispetto per la dignità della persona e per la libertà della coscienza”.

Non solo: “gli adattamenti della religione alle forme del potere mondano, pur se giustificati in nome della possibilità di ottenere migliori vantaggi per la fede, sono una tentazione costante e un rischio permanente. La Chiesa deve sviluppare una particolare sensibilità nel discernimento di questo compromesso, impegnandosi costantemente nella sua purificazione dai cedimenti alla tentazione della “mondanità spirituale”

Infine, il documento affronta il tema del dialogo interreligioso come via alla pace. Sottolinea che “il diritto di ciascuno alla propria libertà religiosa è necessariamente connesso con il riconoscimento d’identico diritto a tutti gli altri, fatta salva la generale tutela dell’ordine pubblico”.

E questo non significa “soltanto applicare la libertà religiosa al rispetto della religione degli altri, ma anche alla critica della propria”.

Il caso limite della risposta cristiana alla violenza mirata è il martirio, che diventa “il simbolo estremo della libertà di opporre l’amore alla violenza e la pace al conflitto”, ed è una testimonianza che “fornisce ancora oggi prova di sé in molte parti del mondo: non deve essere attenuata, come se fosse un semplice effetto collaterale dei conflitti per la supremazia etnica o per la conquista del potere”.

Ma “lo splendore di questa testimonianza deve essere ben compreso e ben interpretato. Esso ci istruisce sul bene autentico della libertà religiosa nel modo più limpido ed efficace. Il martirio cristiano mostra a tutti ciò che accade quando la libertà religiosa dell’innocente è osteggiata e uccisa: il martirio è la testimonianza di una fede che rimane fedele a sé stessa rifiutandosi fino all’ultimo di vendicarsi e di uccidere”.

Il documento sottolinea che la forma missionaria della Chiesa “obbedisce alla logica del dono, ossia della grazia e della libertà, non a quella del contratto e dell’imposizione”, e che questa missione non è confusa “con il dominio dei popoli del mondo e il governo della città terrena. Piuttosto vede nella pretesa di una reciproca strumentalizzazione del potere politico e della missione evangelica una tentazione maligna”.

E non c’è motivo di “scegliere una via della testimonianza diversa,” né c’è alcun “ragionevole argomento che debba imporre allo Stato di escludere la libertà della religione nel partecipare alla riflessione e alla promozione delle ragioni del bene comune nell’ambito della sfera pubblica.

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