L'itinerario religioso e poetico di Clemente Rebora

Nella poesia La Speranza c'è una risposta alle prove della vita

Clemente Rebora
Foto: pubblico dominio
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La poesia è una delle forme più alte per la lode a Dio. Tra i poeti che, maggiormente, si sono occupati del delicato rapporto fra la fede e la lirica vi è Clemente Rebora (1885-1957).

Mistico, sacerdote rosminiano, poeta, letterato, professore ed ufficiale, durante la Prima Guerra Mondiale, il suo percorso letterario si è sovrapposto a quello umano e religioso.

Dopo una vita segnata dalle prove e dalle difficoltà, si convertì al Cattolicesimo, in età adulta scegliendo il vangelo alla morale laica.

Una conversione non facile, curata dal beato e cardinale della Chiesa milanese Alfredo Idelfonso Schuster, che lo introdurrà alla scoperta della grazia battesimale.

Dopo un breve periodo, trascorso presso un Seminario diocesano, il poeta comprese che la vita religiosa è la scelta che illumina i suoi passi.

Entrato nell'Istituto della Carità, fondato dal beato Antonio Rosmini, nel 1936, emette la Professione religiosa.

Divenuto sacerdote, approfondisce la propria ascesi vero Dio, culminata il giorno della scomparsa  il 1 novembre 1957, giorno in cui la Chiesa celebra la solennità di tutti i Santi.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come l'uomo per gli altri: poveri, mendicanti, ed erranti dell'esistere hanno bussato alla porta della sua generosità, trovandovi quella pace, a lungo, cercata dal poeta.

Visse la consacrazione religiosa, seguendo le parole del Padre fondatore, che voleva la carità come fine e mezzo dell'essere nel mondo.

La sua lirica, asciutta e ben determinata, è ricca di immagini e di altezze, che evocano gli stati d'animo vissuti dal cantore.

Fu un innamorato dell'Assoluto e lo visse identificandolo nel Cristo, a lungo cercato e scoperto nell'adesione ai valori evangelici.

Tra le molte opere che ha lasciato, raccolte in più edizioni, tra cui i Frammenti lirici (1913) ed i Canti anonimi (1922) è bello rileggere La Speranza.

La poesia tocca le corde dell'anima, in quanto raccoglie le difficoltà vissute dal poeta e superate alla luce del proprio itinerario religioso.

Essa è canto, lode, ma anche uno sguardo aperto sull'esistenza, fatta di ostacoli ed ombre ma anche di luce che illumina il cammino dell'uomo, alla perenne ricerca dell'amore.

Eccola:

 

Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra.

Speravo nel tempo, ma passa, trapassa;

In cosa creata: non basta, e ci lascia.

Speravo nel ben che verrà, sulla terra:

Ma tutto finisce, travolto, in ambascia.

 

Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato

La Voce d’Amore che chiama e non langue:

Ed ecco la certa speranza: la Croce.

Ho trovato Chi prima mi ha amato

E mi ama e  mi lava, nel Sangue che è fuoco,

Gesù, l’Ognibene, l’Amore infinito,

L’Amore che dona l’Amore,

L’Amore che vive ben dentro nel cuore.

 

Amore di Cristo che già qui nel mondo

Comincia ed insegna il viver più buono:

Felice amore  di Spirito Santo

Che trasfigura in grazia e morte e pianto,

D’anima e corpo la miseria buia:

Eterna Trinità, dove alfin belli

-Finendo il mondo – saran corpi e cuori

In seno al Padre con la dolce Madre

Per sempre in Cristo amandosi fratelli,

Alleluia.

Fede, amore, verità e scoperta dell'incontro con il Cristo hanno illuminato la vita e l'opera di Clemente Rebora, che con il proprio vivere, ha saputo additare la strada all'umanità di tutti i tempi  alla ricerca di quella gioia che solo il Risorto può offrire.

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