Lorefice è vescovo a Palermo: "La scelta di Francesco nel quotidiano del mio essere uomo"

Corrado Lorefice
Foto: Twitter Diocesi di Palermo
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“Vengo in mezzo a voi anzitutto come un uomo che vuole condividere i suoi sentimenti e la sua storia”. E “non vi nascondo il travaglio e l’agitazione che hanno segnato per me i primi giorni dopo l’elezione, così come non intendo celare a voi la trepidazione che vivo costantemente. Ma accanto a tutto ciò, giorno dopo giorno, ho sentito crescermi dentro, mentre venivo travolto dall’affetto, dall’amicizia, dalla solidarietà di tanti di voi, un senso di confidenza, una speranza sempre più forte: la sensazione di prepararmi alla consegna definitiva della mia esistenza a colei che diventava la mia sposa, da amare fedelmente, da onorare, da portare nel cuore”.

Da ieri Corrado Lorefice è vescovo, consacrato nella Cattedrale di Palermo dal suo predecessore, il Cardinale Paolo Romero. Nelle parole di saluto ai fedeli la commozione e la trepidazione di un parroco con alle spalle l’esperienza di professore, di prossimità verso gli ultimi e con un attenzione internazionale ai Paesi in conflitto, ultimo in termini di tempo la Siria.

Nel suo saluto di ieri c’era la gioia, ma anche il significato dell’essere vescovo: “sentirsi sposati, rimanere fedeli, condividere tutto”. Perché, ha detto Lorefice, “la scelta di Francesco mi ha colto nella quotidianità del mio essere uomo, del mio essere cristiano, e tale sono qui stasera davanti alla mia Chiesa . Posto accanto ad ognuno di voi in ascolto del Vangelo , che è tutta la nostra ricchezza, tutta la nostra forza”.

Nelle parole dell’arcivescovo di Palermo il ricordo delle vittime di mafia, un ringraziamento agli “ultimi” e agli amici delle altre religioni presenti alla sua ordinazione. Parla della “sua” città, ormai divenuta la “sua diletta” e dice: “Coltivare la memoria, custodirla fedelmente, non vuol dire dare riconoscimenti puramente formali , né tantomeno ideologici”.

“Per un vescovo – ha aggiunto -, per il vescovo che io vorrei essere tra di voi, custodire la memoria equivale a rimanere in stretto contatto con le vite, i corpi, le esperienze di amore e di dolore che sono il vero humus di questa terra. Significa sentirle e farle sentire vive, accompagnarle con partecipazione e con affetto. Vuol dire farsi scudo e garante di ci ò che è bene e che fruttifica”.

Ma poi “vuol dire essere dalla parte dei poveri, a cui voglio stare accanto e che avrò sempre come bussola della mia vita in mezzo a voi: penso alle famiglie economicamente, affettivamente e spiritualmente più disagiate; a chi è tenuto ai margini, a chi non è nemmeno considerato; ai bambini, agli anziani, agli ammalati, agli ospiti degli istituti penitenziari; al le donne violate, a chi fugge dalle guerre e dalla fame; a chi piange, a chi non ha nessuno; a chi soffre e d à la vita per la pace e per la giustizia. E questo comporta per me fare argine concretamente, con forza, insieme con voi e con tutto me stesso, ai ‘poteri di questo mondo’ che vogliono annientare la dignità e la bellezza del nostro essere uomini”.

Da qui un duro affondo alla mafia, anzi a “tutte le mafie, in ogni forma e in ogni parte del mondo”, considerata da Lorefice “l’opera di gente che ha perso di vista il volto dell’altro, che è pronta a calpestarlo perché vive nella costante strumentalizzazione di ogni essere. E per questo la vita di costoro è disperata, è infelice. È una vita che ha perso il suo senso e la sua gioia, che va verso il nulla, gettata com’è nell’abisso dell’odio. E mentre ne dichiariamo senza mezzi termini la follia, dobbiamo credere questa stessa vita sollevabile, redimibile, facendoci, come il Signore Gesù , ascoltatori feriti anche del dolore illegittimo del colpevole, inermi (e per questo forti) testimoni di una parola che non ha paura di richiamare l’uomo a se stesso, ma che salva senza inimicizia e senza odio: il nostro don Pino Puglisi è lì a dircelo con la sua testimonianza, con tutta la sua esistenza” .            

Nell’omelia il cardinale Paolo Romeo ricorda al successore che il suo ministero dovrà svolgersi “proprio qui e ora, proprio in mezzo alle coordinate storiche che questa Chiesa vive con tanta difficoltà e tanta fragilità”, dove “il Signore ti chiama ad essere profeta, annunciatore che, ancora , “Dio - fa - grazia””.

Dio, ha detto ancora Romeo “Ti chiama a dargli voce nel deserto dei nostri giorni, fatto di disorientamento religioso e socio-culturale , di povertà di ogni tipo. Ti chiama ad essere punto di riferimento per tutti gli uomini e le donne di buona volontà, perché ogni uomo veda la salvezza di Dio, la sperimenti nella sua esistenza povera e sconfitta, e la annunci a sua volta ai fratelli , specie i più poveri e i più emarginati Per questo caro don Corrado, la nostra preghiera è che tu sia sempre docile all’azione di quello Spirito che tutti abbi a m o appena invocato e che scenderà su di te mediante l’imposizione delle mani e la preghiera di noi confratelli Vescovi”.

“Che nella tua missione – l’esortazione del Cardinale - tu possa sempre essere servo di quell’unica azione di Dio che va ben oltre le nostre povertà e stupisce sempre per la freschezza e la novità che suscita”.

Prima dell’ordinazione il vescovo eletto aveva incontrato la città in piazza Pretoria. “Ricordiamoci di essere un popolo che nel suo DNA ha la grandezza e il potere della relazione, la ricerca della pace e non della guerra, l’esaltazione della bellezza e non la distruzione del conflitto intestino, lo star bene insieme nella prosperità e nella gioia e non l’inimicizia e l’ingiustizia – ha detto Lorefice -. Dobbiamo sentire in questa storia millenaria della nostra Città una chiamata, un’urgenza, una spinta forte a lavorare in un orizzonte ampio e ad essere costruttori di pace, donne e uomini di giustizia”.

“Certo – ha aggiunto -, non mi nascondo il fatto che la bellezza della nostra Palermo appare oggi spesso ferita, la sua antica grandezza afflitta da contraddizioni, la sua civiltà gloriosa piagata dalla violenza e dal sopruso”.

“Ma io stasera sono qui per fare mio anche tutto questo, per farmi carico con voi di tutto questo. Sono qui per accogliere umilmente e valorizzare con passione i segni del bene, del tanto bene diffuso da tutte le donne e gli uomini di buona volontà, che già da tempo lavorano per la bellezza di Palermo”, ha detto ancora.

“Perché – ha detto richiamandosi alla Speranza - nella sua storia questa Città porta sempre disponibili i semi della sua rinascita, del suo possibile ritorno ad essere principio e guida di una Sicilia diversa, di una Sicilia libera dai lacci della mafia e di tutte le mafie, dai veleni del clientelismo e del cinismo, dalla disillusione e dalla disperazione dei giovani costretti a partire e degli adulti senza lavoro, libera dalla difficoltà economica e dalle contraddizioni sociali, dalla povertà e dall’ingiustizia, dal pressappochismo e dal- la rassegnazione. Di una Sicilia che sia la terra della festa, della memoria viva degli anziani, dell’operosità vigile degli adulti, del sogno incantato dei bambini, che sono l’immagine del nostro futuro, e in questo nostri maestri”.

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