Lorenzo Lotto, la teologia del pittore di Maria da Venezia a Loreto

Viaggio nella mistica del grande artista che divenne oblato della Santa Casa a Loreto

Lorenzo Lotto, L'Annunciazione a Maria
Foto: Wikipedia
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Quel quadro aveva sorpreso persino lui, il suo autore. Lui, Lorenzo Lotto, pittore già famoso, in quell’anno 1533. Da Venezia, dov’era nato, cresciuto, formato, era arrivato fin qui, nelle terre delle Marche. Ora aveva dipinto un’Annunciazione che avrebbe sfidato tutti, a cominciare da lui stesso.

Davvero era stato così audace da raffigurare la Vergine come una ragazza spaventata, che guarda fuori dal quadro stesso, quasi a cercare aiuto in chi contempla l’opera per poter affrontare quello che le sta accadendo? Sì, lo aveva fatto e il risultato era davanti ai suoi occhi: ecco Maria che legge nel suo studio le Sacre scritture, alle spalle un elegante letto con baldacchino, una finestra posta in alto da cui piove una luce fievole, e fuori un giardino ben curato. 

Niente di troppo umile, niente di arcaico, una bella stanza come tante da lui viste in case di ricchi borghesi e nobili più modesti. E in questa tranquilla quiete entra d’improvviso un angelo, anzi più precisamente piomba dentro la stanza  e sopra di lui compare, immerso  una nuvola trasformata in una sorta di carro soffice, il Padre stesso. Irrompe il sacro e lei, la prescelta, sembra schiacciata da queste presenze. L’angelo è robusto, Lorenzo si era domandato se nel dipingerlo non si fosse lasciato influenzare dalle immagini vive  di quei ragazzi osservati spesso nelle campagne, quando si fermavano un momento, nel lavoro dei campi, per bere un sorso di vino da una brocca. Ma, si chiedeva anche perché mai l’arcangelo Gabriele non avrebbe dovuto assomigliare ad un contadino? Dio Onnipotente può scegliere di servirsi di ogni aspetto, anche il più banale, per dare vita ai  Suoi disegni. Si manifesta nel quotidiano, nei momenti più inaspettati, senza fanfare e senza atti eclatanti. Il Mistero entra nella storia per vie banali, mentre si cammina per strada, si va a cavallo, si dorme, si legge, si porta il gregge a pascolare.

 Il gatto, aveva pensato, avrebbe potuto suscitare altre perplessità. Un gatto che scappa via, terrorizzato, davanti all’angelo. Qualcuno avrebbe potuto parlare di simbolo del male, scacciato  dal momento in cui viene dato l’annuncio che ha cambiato la storia. Eppure, eppure…se l’angelo è fisicamente entrato nella stanza di Maria, non sarebbe stato affatto strano che il gatto di casa si fosse spaventato all’entrata irruente di quel messaggero celeste e scappare via.  Non un evento spirituale, ma “qualcosa” di concreto e di fulminante che persino un gatto “vede” e percepisce, fino a spaventarsene e darne così una indiretta testimonianza. 

Lotto, in quel 1533, ha oltre cinquant’anni, ha già alle spalle committenze importanti,  viaggi e permanenze in città da Nord fino a Roma e poi a Recanati, Jesi, Ancona. Non dimentica, non può dimenticare Venezia, la sua luce, i suoi palazzi, le sue botteghe, la pittura che ormai fa scuola e che anche per Lotto è imprescindibile, ma che nella sua opera ha subito profonde modifiche.

Lui, del resto, è diverso da tutti gli altri. Non fa parte di gruppi, di scuole, di consorterie, non ha discepoli, se non qualche occasionale aiutante, con tanto di contratto. Subisce le più diverse influenze e tutte le mescola in se’, nei suoi timori, nelle sue disperazioni, nella sua ironia e senso dell’umorismo che hanno radice in una fede sempre salda. A lui piace stare in giro, anche se solo,  guardare la gente vivere, ovunque si trovi e qualunque sia la condizione in cui vive. Come quelle compagnie di girovaghi e saltimbanchi che ha incontrato in campagna e nei villaggi. Ne ha quasi studiato i movimenti, le tinte vivaci dei loro abiti, i guizzi, i lazzi, e forse senza neppure accorgersene quei volti, quei movimenti, si sono depositati nel suo sguardo, sedimentato nel suo pennello.  Forse tutto questo si è trasformato in qualche ombra e luce degli occhi, dei gesti dei suoi angeli, nei suoi santi, nei Bambini appena nati e deposti nelle mangiatoie, le sue Vergini  e i suoi apostoli. Tutto è immerso nei colori, tutto è vitale e lucente, simboli e personaggi, tra ironia, stupore, amore per la realtà.

Dieci anni prima ha vissuto con immensa fatica un altro anno fatale, il funesto 1523, segnato da segni e sventure  che per la maggioranza rappresentavano il presagio della fine. Nell' estate nubifragi, tempeste di neve, inondazioni di fiumi e di laghi sconvolsero le campagne. Dopo qualche mese, nel febbraio 1524, sarebbe avvenuta la congiunzione dei pianeti nel segno dei Pesci. E gli astrologi prevedevano per quell' epoca un nuovo diluvio universale,  la distruzione della fede cristiana e l' avvento dell' Anticristo.In effetti, dall’Europa del Nord si preparava a piombare la tempesta della Riforma luterana e il dilaniarsi della cristianità.  E ancora doveva arrivare l’orrore del sacco di Roma, la calata dei lanzichenecchi. Ma il terrore era già diffuso. Molti abitanti di ogni regione d' Italia si raccolsero sulle montagne: il Papa trovò rifugio nell' eremo di Camaldoli. Mentre il cielo minacciava disastri, le strade della Lombardia vedevano scendere a migliaia i soldati delle compagnie mercenarie italiane e tedesche. Portavano con sé la distruzione, la miseria, la fame, la peste, la morte. Tutto appariva in bilico, pronto a precipitare nell’abisso.  Qualche mese prima, il Consorzio della Misericordia aveva deciso di costruire un nuovo coro nella bellissima chiesa di Santa Maria Maggiore, a Bergamo Alta  e avevano chiamato proprio lui, Lotto, per disegnare i cartoni per gli intarsi del coro. Un lavoro e un periodo travagliato, che risentiva dei tempi così difficili e minacciosi.   Un momento  avrebbe desiderato vedere il coro eseguito, il momento dopo cedeva al rancore, e non voleva più tornare a Bergamo. Qualche volta, la sua galoppante  fantasia si inceppava. O ancora le storie che si sviluppavano intorno alla sua tempra di teologo sembravano inaridite e sterili; poi, di colpo, tutti gli impedimenti venivano travolti, e in due giorni una serie di grandiose o ilari immaginazioni uscivano dalle sue mani. Nelle lettere che scriveva a Bergamo si legge: "per haver la mente molto travagliata da varie et strane perturbatione". Cosa erano questi turbamenti improvvisi? Non si sentiva amato dai committenti di Bergamo, come avrebbe voluto? "Mal sono careciato (carezzato) da voi, anci svilito et vituperato e minaciato in le vostre lettere". O la malinconia profondissima di tanti suoi ritratti presenti e futuri era la stessa malinconia che lo possedeva? O la nostalgia di un Infinito mille volte chiamato sulla terra e di cui il cuore mai si sazia… 

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