Messico, i vescovi vogliono chiedere perdono per gli abusi dei conquistadores

Nel 2021, al cinquecentesimo dell’arrivo dei colonizzatori spagnoli, i vescovi messicani hanno in programma una richiesta di perdono

L'arcivescovo Cabrera, arcivescovo di Monterey e presidente della Conferenza Episcopale Messicana
Foto: Arcidiocesi di Monterey
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Quando è stata in visita da Papa Francesco, lo scorso 10 ottobre, Beatriz Gutierrez Mueller, moglie del presidente messicano Lopez Obrador, ha portato al Papa anche una lettera del marito, in cui si faceva riferimento ad una possibile richiesta di perdono della Chiesa per gli abusi che sarebbero stati commessi dai conquistadores. I vescovi messicani sono andati più avanti, e hanno già annunciato che la richiesta di perdono ci sarà, e avverrà nel 2021.

In quell’anno cade sia il cinquecentenario della conquista del territorio mesoamericano, sia il 200esimo anniversario dell’indipendenza del Messico. Una doppia data simbolica, che i vescovi messicani celebreranno con una richiesta di perdono. Lo ha annunciato l’arcivescovo Rogelio Cabrera Lopez di Monterrey, presidente della Conferenza Episcopale del Messico. Parlando con il presidente Andrés Manuel Lopez Obrador, Cabrera ha sottolineato che “i popoli indigeni hanno una lunga storia di sofferenza, non solo durante la conquista, ma nel corso di tutti i secoli, fino ai giorni nostri”.

L’arcivescovo di Monterey è andato oltre, e ha specificato che non solo la Chiesa è sempre pronta a chiedere perdono, ma anche ad avere un a memoria penitenziale da seguire su questa via di riconciliazione”.

Una decisione giustificata con le parole dei Papi, a partire da quelle di Giovanni Paolo II, il quale, in visita nella Repubblica Dominicana, sottolineò che bisogna “riconoscere in tutta sincerità gli abusi commessi, dovuti alla mancanza d’amore da parte di quelle persone che non seppero vedere negli indigeni dei fratelli, figli dello stesso Dio Padre”, chiedendo, "nel nome di Gesù Cristo, come Pastore della Chiesa", di "perdonare coloro che li avevano offesi, di perdonare tutti coloro che durante questi cinquecento anni sono stati causa di dolore e sofferenza per i loro antenati e per loro".

Certo, la richiesta di perdono si inserisce in un particolare contesto politico internazionale, che ha portato negli Stati Uniti persino a buttare giù le statue di San Junipero Serra, l’evangelizzatore della California. La chiamano “cancel culture”, ed è una cultura che taglia i ponti con il passato, e che legge il passato con occhiali nuovi.

Perché, al di là delle richieste di perdono da parte della Chiesa – anche Benedetto XVI chiese in Brasile di non dimenticare le ingiustizie e le sofferenze subite dalle popolazioni indigene – c’è una storia diversa, che mette in luce come in realtà i conquistadores poterono conquistare proprio grazie alle alleanze con le popolazioni locali, che vedevano in loro un segno di speranza di fronte alla ferocia di alcune popolazioni. E c’è anche una storia di civiltà portata dai missionari, dai francescani in California ai gesuiti con le loro famose reducciones.

È una storia dimenticata, o che si vuole dimenticare. Anche Justin Trudeau, Primo Ministro del Canada, ha avanzato al Papa la proposta di fare una richiesta di perdono, per la questione delle scuole residenziali. Queste sono istituti gestiti da Chiese cristiane dove – a partire dalla metà dell’Ottocento e per quasi tutto il XX secolo – il governo federale trasformò forzatamente 150 mila bambini delle tribù native. Sono almeno 6 mila i bambini morti in queste strutture, in cui si cercava di assimilare forzatamente i bambini allo Stato.

Le violenze sono state anche di più, se si considera che da allora ad oggi sono stati risarciti oltre 64 mila nativi, ma sono stati in 92 mila a chiedere il compenso. Lo Stato canadese ha fatto formali scuse nel momento in ci ha istituito la Commissione.

L’ultima delle scuole residenziali è stata chiusa nel 1996, e la “pagina nera” della storia canadese ha chiamato in causa anche la Chiesa cattolica, che gestiva molte di queste strutture.

Nel 2009 in Vaticano era già avvenuto un incontro tra papa Benedetto XVI e il “Grande capo” dell'Assemblea dei nativi del Canada, Phil Fontaine, organizzato dall'allora presidente della Conferenza episcopale canadese, monsignor James Weisgerber. Benedetto XVI manifestò “il suo dolore e l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa”, aggiungendo che “atti di abuso non possono mai essere tollerati dalla società”.

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