Mons. Tighe: "La buona comunicazione viene dall'uomo"

Mons. Tighe presenta il tablet con cui Benedetto XVI ha lanciato il primo tweet - Sala Stampa Vaticana, 12 dicembre 2012
Foto: Catholic News Agency
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“La buona comunicazione è sempre un risultato umano, piuttosto che tecnico.” È la chiave del discorso di monsignor Paul Tighe, Segretario del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, al World Summit on the Information Society, che si è tenuto a Ginevra il 27 maggio 2015. In un tavolo inteso per definire le politiche dell’informazione, monsignor Tighe ha reiterato le preoccupazioni della Santa Sede per una tecnologia orientata al bene e che sia accessibile a tutti, anche ai più poveri.

“Solo perché le comunicazioni sociali accrescono le possibilità di interconnessione e la diffusione delle idee, non ne consegue che promuovo libertà o internazionalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti,” spiega Mons. Tighe. Per quell’obiettivo, c’è bisogno di contenuti adeguati. Ovvero di focalizzarsi sulla “promozione della dignità delle persone e dei popoli.” I mezzi di comunicazione sociale insomma “necessitano di essere chiaramente ispirati dalla carità e messi al servizio della verità, del bene e della fraternità.” Dal canto suo, la Santa, sulla scorta della Dichiarazione di Principi del World Summit of Information Society, si impegna a lavorare con tutti per creare una società dell’informazione centrata sulle persone.

Spiega, Mons. Tighe, che la cultura stessa dei social network è generata dagli utenti, e che se le reti sono “intese come spazi dove le buone e positive comunicazioni possono aiutare a promuovere il benessere individuale e sociale, allora gli utenti devono essere attenti al tipo di contenuti che creano, promuovono e condividono.” Perché la Santa Sede è ben consapevole del fatto che nelle reti vengono promosse anche “discriminazione e violenza” e invita tutti a “evitare di condividere parole e immagini che degradano gli esseri umani, promuovono l’odio e l’intolleranza, sviliscono la bellezza e intimità della sessualità umana o che sfruttano i deboli e i vulnerabili.”

C’è bisogno anche di una comunicazione inclusiva, che sia in grado di coinvolgere anche le nazioni in via di sviluppo. Queste devono essere parte di “quelle reti digitali che promuovono lo sviluppo e le opportunità di educazione,” mentre “nel mondo sviluppato – afferma Mons. Tighe – dobbiamo avere cura che la accresciuta digitalizzazione dei servizi governativi non serva a negare accesso agli anziani, ai poveri e ai marginalizzati.”

È anche attraverso il buon uso delle reti che si costruisce una buona società. Spiega il numero 2 del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali che “l’attenzione alla nostra condizione umana, e al mondo che tutti noi condividiamo, ci mostra la verità che in fondo questi desideri possono essere soddisfatti solo se costruiamo una società che è impegnata a condividere la preoccupazione per il benessere di tutti, piuttosto che l’ethos di una competizione sfrenata dove la felicità di alcuni può essere raggiunta solo a spese di altri.”

 

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