Myanmar, le chiese sotto attacco. Le ragioni dell’appello di Papa Francesco

La chiesa cattolica di San Matteo è stata data alle fiamme il 15 giugno. È l’ultimo di una serie di attacchi alle chiese cristiane in Myanmar, dove non sembra esserci pace

La chiesa di san Matteo, nello Stato di Karenni in Myanmar, data alle fiamme
Foto: CNA - dal video facebook del KNDF
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Lo scorso 15 giugno, la giunta militare del Myanmar ha dato alle fiamme la chiesa cattolica di San Matteo, a Dawnyakhu, nello stato di Karenni. Un attacco arrivato appena quattro giorni dopo l’appello dei vescovi del Myanmar per il rispetto dei diritti umani, culmine di una difficile situazione che portato Papa Francesco a fare un appello all’Angelus del 19 giugno.

Sembrava che il Myanmar avesse raggiunto una certa stabilità. Quando Papa Francesco visitò il Paese, nel 2017, erano state appena stabilite le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, e, nonostante i miliari tenessero il controllo (il Papa fece il gesto di andare a trovare il generale, su suggerimento del Cardinale Bo, arcivescovo di Yangon), si prevedeva un futuro di serenità.

L’1 febbraio 2021, tuttavia, la giunta militare ha ripreso saldamente il controllo, rimesso in carcere il ministro degli Esteri Aung San Suu Kyi e messo di nuovo il Paese sotto totale controllo. La Chiesa cattolica è diventato un bersaglio naturale, sia per il prestigio che hanno avuto i vescovi, sia perché la giunta vorrebbe favorire la religione buddhista, di certo più docile e più adeguata alle sensibilittà della giunta.

L’attacco alla chiesa di San Matteo si inserisce in questo scenario. È stato documentato dalla Karenni National Defense Force (KNDF), un gruppo ribelle locale che combatte la giunta militare.

Un funzionario del KNDF ha denunciato che “il 14 giugno, i militari hanno bruciato più di quattro case nel villaggio di Dawnyaykhu. Il 15 giugno, intorno alle 15, i militari hanno bruciato la chiesa cattolica nel villaggio senza una ragione apparente”.

Il villaggio ha visto pesanti combattimenti dal 10 al 15 giugno tra le truppe governative e i ribelli della KNDF. Né il villaggio né i membri o i leader della chiesa sono stati coinvolti in nessuno dei combattimenti locali. I soldati avrebbero avuto l'ordine di bruciare la chiesa dopo aver occupato l'edificio e aver saccheggiato oggetti di valore, compreso il cibo raccolto per i poveri locali.

La chiesa di San Matteo è una delle 38 parrocchie della diocesi di Loikaw, e – secondo dati di UCA News – circa 16 parrocchie della zona sono state abbandonate a causa dell’intensificarsi dei combattimenti della zona, e almeno 9 chiese della diocesi sono state colpite da bombardamenti e attacchi aerei militari del governo.

Parlando al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra il 17 giugno, Michelle Bachelet, Alto Commissario ONU per i diritti umani, ha affermato che circa

1.900 persone sono morte e un altro milione è stato sfollato e altre migliaia sono state arrestate sotto il controllo repressivo del Paese da parte della giunta. Si stima che ci siano 14 milioni di persone in urgente bisogno di aiuti umanitari.

La dignità umana e il diritto alla vita non possono mai essere compromessi. Chiediamo con forza il rispetto per la vita, il rispetto per la santità del santuario nei luoghi di culto, negli ospedali e nelle scuole”, avevano affermato i vescovi del Myanmar in una dichiarazione congiunta l'11 giugno dopo un'assemblea generale tenutasi a Yangon.

Papa Francesco ha parlato più volte della crisi in Myanmar, chiedendo di fermare le violenze, rilasciare tutte le persone detenute e portare avanti il ​​dialogo per cercare la pace e la riconciliazione.

Gli appelli sono rimasti inascoltati. Decine di chiese, comprese le chiese cattoliche negli stati di Kayah e Chin, sono state distrutte da attacchi aerei e bombardamenti di artiglieria, mentre migliaia di persone, compresi i cristiani, sono state sfollate, alcune in fuga nella vicina India.

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