Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. V Domenica di Pasqua

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina

Gesù con i discepoli
Foto: pubblico dominio
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Il testo dell’allegoria della vite e i tralci, una delle pagine più belle del Vangelo di Giovanni, è da leggersi più volte con attenzione e amore. Gesù, con questa allegoria, si propone di illustrare a quali profondità può giungere l’unione del discepolo Lui e le conseguenze che ne derivano. La relazione che il Signore propone è un’esperienza molto diversa da quella che si instaura tra un maestro e i suoi alunni o tra un “sapiente” che educa i suoi adepti ad una vita virtuosa. Infatti, nessuno dei grandi maestri dell’antichità - Socrate, Budda – ha mai detto: Rimanete in me ed io in voi.

Utilizzando l’immagine della vite e i tralci, Gesù viene a dirci che la sua stessa vita pulsa anche in ciascuno di noi. Consapevole di questo, l’apostolo Paolo, scrive: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. La nostra esistenza, dunque, pur così fragile e instabile, inserita in Cristo diventa partecipe della vita divina, condizione necessaria per portare frutti di vita eterna. Sant’Agostino lo afferma chiaramente, anche se è consapevole che con le sue parole entra in collisione con la presunzione umana. Dichiara: Chi crede di potere portare frutto da se stesso non è nella vite; chi non è nella vite non è in Cristo; chi non è in Cristo non è cristiano.

 E come avviene questo “incontro” tra noi e Cristo senza il quale non si può  portare frutto e si perde il senso vero della propria esistenza personale? Ci aiuta a rispondere a questa domanda l’apostolo Giovanni il quale nella seconda lettura della santa Messa afferma, con disarmante chiarezza, che è possibile vivere in Cristo come il tralcio nella vite perchè Egli ci comunica il suo Spirito. E’ grazie a questo dono che noi veniamo “innestati” nell’albero “buono” che è il Signore, diventando capaci di vivere la sua stessa vita.

L’insegnamento di Gesù sviluppa anche un altro aspetto del nostro essere in Lui, come il tralcio nella vite. Egli dice: “Ogni tralcio in me che non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perchè porti più frutto”. Che cosa significano queste parole? Innanzitutto ci dicono che appartengono alla vite tutti coloro che credono in Cristo. Tuttavia, non tutti i credenti in Cristo producono frutto, alcuni sono sterili. Questi ultimi sono tagliati e poi bruciati, mentre quelli che producono frutto sono oggetto di una cura particolare da parte di Dio, perché portino frutti con abbondanza.

Di quali frutti sta parlando il Signore? Sono i frutti dello Spirito che abita in noi e che l’apostolo Paolo elenca nella lettera ai Galati: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal. 5,22). Per sapere se sono  un tralcio che porta frutto non devo fare altro che verificare la presenza o meno nella mia vita dei frutti appena ricordati. Sono, dunque, chiamato a scegliere: o la vite o il fuoco. Se non rimango nella vite che è Cristo, sarò gettato nel fuoco, sarò cioè perduto.

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