Non viviamo un Natale finto, per favore, un Natale commerciale!

Un colloquio con Giuseppe Falanga docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce

Natale in Piazza San Pietro
Foto: Daniel Ibanez/ EWTN
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

“Non viviamo un Natale finto, per favore, un Natale commerciale! Lasciamoci avvolgere dalla vicinanza di Dio, questa vicinanza che è compassionevole, che è tenera; avvolgere dall’atmosfera natalizia che l’arte, le musiche, i canti e le tradizioni fanno scendere nel cuore”: cosi papa Francesco aveva detto alle delegazioni che avevano donato il presepio e l’albero di Natale, chiedendo di non inquinarlo con il ‘consumismo’.

Per comprendere meglio questa ‘sollecitazione’ del papa abbiamo domandato al teologo , Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma ed autore di pubblicazioni e di numerosi articoli e recensioni in riviste scientifiche e divulgative, di spiegarci in quale modo è possibile:  

“Il Santo Padre non fa altro che ripetere ciò che la Chiesa dice da sempre, soprattutto da quando la società dei consumi ha preso il sopravvento. Qui è in gioco anche il nostro essere veramente cristiani: lo shopping natalizio ci ha ‘dopato’ e non siamo più capaci di dire con fermezza che Natale non è una festa di routine, che ci mette ansia per quello che dobbiamo fare e comprare, ma un irrevocabile cambio di condizione nella vita degli uomini. Niente è stato più come prima da quella grotta dove sono accorsi pastori e magi. Natale è un annuncio di vita in tutti i sensi. E’ il tempo nuovo entrato una volta per sempre nella vita del mondo. E’ la speranza che non ha bisogno di contrapporsi alle miserie correnti, poiché le sovrasta e offre una visione e un orizzonte ‘diversi’… Natale, dunque, non è una ricorrenza da calendario. E’ la vita che continua a chiamare la vita, anche in tempi che sembrano bui”.

Il Natale è ‘patrimonio’ della cultura: perché c’è sempre il rischio di metterlo alla prova?

“Perché viviamo in un mondo globalizzato e sempre più ateo, secolarizzato, che sta perdendo i valori della tradizione, colpito da una forma ben più grave di pandemia, quella ‘spirituale’. L’umanità di oggi vive il tragico paradosso di aver superato vecchie frontiere e inimicizie e, allo stesso tempo, di aver innalzato nuove barriere, non solo fisiche ma anche di conoscenza e di accesso al sapere. Se si accantona il Natale, col pretesto che è una festa religiosa o per una falsa idea del ‘politicamente corretto’, si tradiscono proprio quei valori che si vogliono salvaguardare. Solo una cultura viva, allo stesso tempo fedele alle proprie origini e in stato di creatività, è capace di sopportare l’incontro con le altre culture, e anche di dare un senso a quell’incontro”.

Nei giorni natalizi abbiamo una ricchezza liturgica, non sempre assaporata fino in fondo: cosa offre la liturgia del Natale al popolo?

“Semplicemente potremmo dire che la liturgia del Natale ci ricorda che anche noi siamo chiamati, come i marginali e i semplici, ed anche i martiri come Stefano e i Santi Innocenti, di cui ci racconteranno i Vangeli di questi giorni, a indicare Gesù come salvezza per tutti. Non si tratta di farlo con le parole ma con la vita, spendendo tutte le nostre energie per stare dietro di lui, come veri discepoli! Quel Bambino nella mangiatoia è simbolo di docilità, di purezza, ma altresì di colui che prende su di sé tutto il male del mondo. Perciò la liturgia, con la bellezza e la ricchezza delle sue preghiere e con l’abbondanza della Parola proclamata, crea una sorta di congiunzione tra il Tempo di Natale e il Tempo di Pasqua, e ci fa comprendere che al centro della nostra vita c’è il mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio”.

Perché Dio ha sentito il bisogno di farsi uomo?

“Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, e il figlio dell’uomo, perché te ne curi?, si chiedeva già il salmista con il Salmo 8, alcuni millenni or sono, meditando sulla finitezza dell’essere umano dinanzi a un immenso cielo stellato. Viene da rispondere: come poteva Dio non assumere la carne della sua creatura per riportarla a sua immagine e somiglianza? L’uomo è un essere la cui esistenza non è da se stesso, ma da Dio. E la ‘passione’ per l’uomo è stata l’urgenza di Dio. Che Egli, in Gesù, si sia incarnato, sia diventato il Dio-con-noi è già un abisso di grazia. Ma è ancora più sorprendente che Egli, in Gesù, si sia fatto servo dell’uomo fino a morire per amore dell’amore suo. Credo che, in questo secondo Natale inficiato dal Covid-19, la nostra coscienza di credenti e la nostra fede si debbano lasciare interrogare ancora molto da questo”.

In fondo non corriamo il rischio di vivere Natale come a casa Cupiello, narrato sapientemente da De Filippo?

“Sicuramente. Eduardo De Filippo, con il suo ‘Natale in casa Cupiello’, è di un’attualità sconvolgente. Che non ci tocchi la sorte di Tommasino, il quale, alla domanda che suo padre Lucariello gli rivolge in punto di morte, ‘Te piace ‘o presepio?’, tra le lacrime gli sussurra un laconico ‘sì’. Il nostro sia invece un ‘sì’ sincero alla vita, con le sue gioie e i suoi dolori, perché vivere non è solo un piacere; un ‘sì’ alle sofferenze, perché amare significa anche soffrire, non soltanto godere; un ‘sì’ (il più difficile) alla morte, perché morire è nascere alla vita vera. Guardiamo, allora, al presepio e riscopriamo la gioia condivisa di farlo nelle nostre case, nelle nostre chiese, sapendo che ciascuno può esserne un personaggio. Sì, perché nel presepe, come nella vita, i protagonisti sono gli uomini amati dal Signore”.

 

Ti potrebbe interessare