Pace a voi. II Domenica di Pasqua

Gesù appare ai discepoli
Foto: pubblico dominio
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Il brano di vangelo di oggi ci racconta l’apparizione di Cristo risorto all’intero collegio apostolico. L’episodio inizia con le parole la sera di quello stesso giorno. L’espressione quel giorno intende porre in evidenza che si tratta dello stesso giorno in cui è stato scoperto il sepolcro vuoto ed è avvenuta l’apparizione del Signore risorto a Maria Maddalena. Le tenebre sono ormai definitivamente sconfitte, dal momento che il discepolo che Gesù amava e Maria Maddalena hanno testimoniato che il Signore è risorto. E’ questa la ragione per la quale i discepoli non mostrano alcun dubbio quando vedono Gesù apparire in mezzo a loro.

Permane, invece, in essi la paura causata dagli avvenimenti della Passione. Una paura che li fa rimanere rintanati in casa: “le porte erano chiuse per paura dei giudei”.

Venne Gesù a porte chiuse.

Precisando che Gesù si presenta in mezzo a loro nonostante le porte fossero chiuse si vuole mettere in evidenza che Egli appartiene ormai al mondo di Dio, è presso il Padre, e in forza di questa sua nuova condizione è libero dai vincoli del tempo e dello spazio. All’improvviso è lì, in mezzo a loro. L’iniziativa è solo di Cristo. I discepoli né lo attendono né lo cercano né immaginano che possa accadere un fatto simile.

Compie un gesto: mostra loro le mani e il costato.

Gesù con questo gesto si fa riconoscere. Le cicatrici della sua passione provano la sua identità. Colui che sta vivo davanti a loro è proprio lo stesso Gesù che è morto in croce. C’è continuità tra il Risorto di oggi e il Crocifisso di ieri. In tale modo offre tutte le garanzie per riconoscere la verità della resurrezione. Mostrando “le mani ed il costato” ravviva nei discepoli la memoria della Passione. Il Risorto è il Crocifisso, non è un altro Gesù e non è neppure il frutto di una suggestione collettiva o di un loro desiderio.

La piaga del costato, che tanta importanza ha nel racconto della Passione di Giovanni, è il segno dell’immenso amore di Cristo. La Vita è scaturita in Lui da quella morte, che è stata obbedienza ed amore. E’ la prima volta, invece, che l’evangelista ci parla delle mani. Le mani di Gesù sono importanti. Sono le mani a cui il Padre ha affidato tutto (3.35; 13.3), sono le mani che hanno operato miracoli, che hanno lavato i piedi dei discepoli, che sono state inchiodate sulla croce. Mani, quindi, che tutto hanno ricevuto e che tutto hanno donato e donano. Esse traducono, se così posso dire, l’amore del Cuore di Cristo.

Cristo risorto si rivolge ai discepoli dicendo: “Pace a voi”

E’ molto di più di un saluto. La pace che Gesù offre è la comunione filiale con il Padre, è possibilità di vivere finalmente l’amore, che dona serenità e riempie il cuore. La pace che Gesù dona non elimina la guerra, la sofferenza nella vita del cristiano e nella storia del mondo, ma rende certi che la vittoria finale sarà di Cristo perché Lui ha vinto il mondo, cioè il male e la morte.

I discepoli gioirono al vedere il Signore.

I discepoli passano dalla paura alla gioia. All’inizio del Vangelo, Giovanni il Battista aveva esultato di gioia alla voce dello sposo (Gv 3.29). La sera di Pasqua, i discepoli gioiscono al vedere il Signore. La gioia nasce dal fatto di ascoltare e vedere “il Signore”. Come la pace anche la gioia è un dono di Gesù, una partecipazione alla sua stessa gioia: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta” (Gv 15.11). Non esistono due gioie differenti, una per Gesù e una per noi, ma una sola gioia che affonda le sue radici nell’amore: “Rimanete in me ed io in voi”, rimanete nel mio amore”.

La gioia del Risorto è una gioia che passa attraverso la Croce. La gioia non sta nella mancanza della Croce, ma nel comprendere che il Crocifisso è risorto.

E’ proprio facendo riferimento all’evento della Resurrezione e alle parole di Gesù che un grande monaco del Medio evo, Guglielmo di Saint-Thierry, esclama: “Mia gioia; Gesù è vivo”. E il Concilio Vaticano II ha precisato che Cristo è la gioia di ogni cuore (GS 45). La fede, dunque, permette una diversa lettura della Croce e del dramma dell’esistenza umana. Noi, ora, conosciamo non il dolore privo di senso, ma il dolore della partoriente.

La gioia è la più grande aspirazione dell’uomo. Eppure non tutti conoscono la via per arrivare alla gioia stabile. Noi possiamo essere nella gioia piena solo se ci rallegriamo nel Signore: “Chi si rallegra nel Signore, da nessun caso può essere distolto da questa gioia. Tutto il resto, per il quale noi proviamo gioia, è mutevole, effimero e facilmente muta”. In definitiva, il desiderio di gioia che c’è in ogni essere umano è sempre anche il desiderio di Dio, l’unico che può donarci una gioia perenne e indistruttibile. La gioia viene data non alla singola persona, ma ai fratelli riuniti nel Cenacolo. C’è quindi un altro aspetto della gioia che merita di essere sottolineato: la gioia è la conseguenza dell’amore fraterno, nel quale è presente un riflesso della comunione tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. La gioia che sgorga dalla Pasqua è la testimonianza che la vita e l’amore hanno vinto sopra la morte e la rigidità e la freddezza dell’egoismo.

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