Padre Kolbe, profeta dei media e della nuova evangelizzazione

Un dettaglio del campo di concentramento di Auschwitz
Foto: Marco Mancini / ACI Stampa
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“Sono un prete cattolico”. Così aveva risposto padre Massimiliano Kolbe all’ufficiale delle SS che gli chiedeva ragione dell’essersi offerto di morire al posto di un altro prigioniero. Poche parole per spiegare il senso di una vita. Padre Kolbe comunicava l’essere cristiani con l’esempio. Ma aveva compreso il senso di doverlo proclamare a parole, aveva anticipato la nuova evangelizzazione. In una frase, “è stato un profeta dei nuovi media”.

Lo dice padre Marco Tasca, Ministro Generale dei Frati Minori Conventuali, parlando con ACI Stampa sulla visita di Papa Francesco ad Auschwitz. Nel campo di concentramento, Papa Francesco sosterà anche davanti il bunker dove padre Kolbe e i suoi compagni furono lasciati morire di fame. Ma per padre Tasca la morte è un concetto che non si applica a padre Kolbe. “Dobbiamo dire piuttosto che ha dato la vita”.

Dare uno sguardo alla vita di padre Kolbe – che Giovanni Paolo II beatificò e canonizzò - racconta di un uomo innamorato di Dio e dell’evangelizzazione. Era tornato in Europa, ma prima era stato missionario in Giappone. E in Giappone aveva fondato un monastero, a Nagasaki, che miracolosamente si salvò dai danni della bomba atomica. Un piccolo miracolo di cui si parla ancora.

“Anche in Giappone – dice padre Tasca – padre Kolbe aveva fondato una rivista. Aveva avuto l’intuizione, da sempre, che il cristianesimo dovesse essere diffuso attraverso i media. Aveva la passione per i media. E il suo sogno era quello di avere frati professionisti”.

Era tornato in Giappone – racconta padre Tasca – “perché la situazione in Europa era delicata. Tante volte lo dimentichiamo, ma veniamo da due guerre mondiali che non possono essere lette solo attraverso categorie sociologiche. C’è bisogno di categorie spirituali. E allora notiamo che la Prima Guerra Mondiale è stata combattuta in maggioranza da cristiani cattolici, la seconda da cristiani cattolici, protestanti, un po’ di ortodossi. Ma sempre cristiani. Come se la fede abbia lasciato il posto al senso di appartenenza allo Stato. Il patriottismo è una cosa importante, non voglio essere frainteso. Ma non può venire prima dell’uccisione di un fratello”.

In quella situazione, padre Kolbe lavora per l’evangelizzazione. Racconta Padre Tasca: “Aveva una grande passione per mass media, diffondeva la parola di Dio. Ma si impegnava anche concretamente, aiutava le persone in difficoltà. Era un grande leader. Aveva fondato la cosiddetta ‘Città dell’Immacolata’, aveva radunato attorno a sé 700 frati Non è un mistero che per tutto questo fosse percepito come un pericolo dall’allora dominazione nazista della Polonia”.

Ma padre Kolbe non si fermava, aveva “intuito l’esigenza della conversione dell’Europa. Fu un precursore di quella nuova evangelizzazione che poi Giovanni Paolo II ha portato come criterio. Fondò la Milizia dell’Immacolata a questo scopo”.

E oggi, di fronte ad un dramma spirituale, al tentativo di secolarizzare le religioni o di metterle da parte, come reagirebbe padre Kolbe?

Padre Tasca non ha dubbi: “Direbbe: attenzione! O la religione esprime una fede o ha il rischio enorme di essere usato. Ci vuole una fede forte che poi si esprime nella religione. Il contrario è difficile. C’è il rischio di diventare statalisti, di essere solo un gruppo chiamato a fare da collante sociale. Non credo questo sia il ruolo della fede. Certo, può farlo. Ma il primo obiettivo è la testimonianza del Signore Gesù, morto e risorto per noi. È quello che ha fatto padre Kolbe con la sua morte. Invece di discutere con gli aguzzini, ha affrontato quella realtà di morte dando la vita”.

Padre Kolbe aveva la passione della comunicazione. Ma quanto c’è bisogno oggi di media cattolici? “Un bisogno enorme – risponde padre Tasca – ma forse c’è ancora più bisogno di cattolici nei media. Cattolici che entrino nei media e si dicano cattolici, e da lì portino la loro responsabilità e la loro professionalità. La parola professionalità era molto cara a padre Kolbe. Sognava frati professionisti, frati piloti, frati che fossero bravissimi nella scultura e nella pittura. Era un uomo effettivamente poliedrico. Credo davvero che abbiamo bisogno di questi mezzi che ci aiutino a leggere più in profondità le cose”.

C’è anche tutto questo dietro la visita di Papa Francesco ad Auschwitz. Un posto dove le persone come padre Kolbe riuscivano ad essere felici. Perché “chi ha un motivo forte per morire o per vivere riesce ad affrontare ogni momento della vita. Il motivo della gioia viene dalla grande motivazione proveniente dalla fede”. E anche qui, padre Kolbe fu un esempio. “Nella cella in cui lui e i compagni stavano per morire, tutti pregavano. Lo racconta il carceriere, sconvolto. Non aveva mai sentito nessuno pregare in quella cella, solo imprecare. Ma anche in quel caso, padre Kolbe aveva coinvolto tutti intorno a lui, aveva dato un senso spirituale anche a quell’esperienza”.

 

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