Padre Ragheed: vita e martirio di un prete cattolico nello Stato Islamico

Padre Rebwar Basa, autore del libro su Padre Ragheed, posa con il libro nella sede italiana di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Roma, 1 giugno 2017
Foto: Mary Shovlain / ACI Group
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

"Perché non hai chiuso la chiesa come ti abbiamo chiesto?” “Perché non posso chiudere la casa di Dio”. Sono queste le ultime parole di padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico caldeo, che dieci anni fa fu ucciso insieme ai tre suddiaconi Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho, Gassan Isam Bidawed. Prima di morire, un cenno alla moglie di quest’ultimo, già staccata dal gruppo dei quattro, perché si mettesse in salvo.

La storia di padre Ragheed è stata raccontata in un libro da padre Rebwar Basa, un sacerdote caldeo della diocesi di Mosul che da anni vive in Italia. E il titolo del libro già racconta tutto: si chiama “Un sacerdote cattolico nello Stato Islamico”, è edito da Aiuto alla Chiesa che Soffre. È importante notare che l’assassinio di padre Ragheed sia avvenuto nel 2007. In un tempo, cioè, in cui ancora non si parlava di ISIS, e in cui le cosiddette “Primavere arabe” erano ancora lontane da venire.

Leggere il libro fa comprendere perché padre Ragheed e i suoi suddiaconi possano essere già considerati martiri, insieme alle schiere che sono stati martirizzati nella regione con una pianificazione che ormai ha poco più di dieci anni di vista.

La ragione risiede nel fatto che il martirio di padre Ragheed testimonia che il piano per estirpare il cristianesimo dall’antica Mesopotamia ha radici profonde e lontane. Si possono già datare a partire dai momenti successivi alla destituzione di Saddham Hussein, quando cominciano una serie di attentati e attacchi alle chiese e alle case dei cristiani.

Presentando il libro, non senza una punta di emozione, padre Rebwar Basa comincia dalle parole che padre Ragheed ha pronunciato al funerale di don Paulos, sacerdote iracheno martirizzato prima di lui, rapito e torturato, con il corpo fatto a pezzi in diretta telefonica con il suo vescovo, quando i rapitori dissero di non volere un riscatto perché avevano “più interesse ad uccidere un prete”.

In questo funerale, padre Ragheed diceva: Voglio che tu sia per me la forza affinché io sia capace di non permettere a nessuno di umiliare il tuo sacerdozio che io testimonio”.

È stato un lavoro di ricerca difficile, perché complicato trovare le fonti, persino quelle diocesane. Ma a mettere insieme i pezzi, si ha un ritratto di padre Ragheed che ha tutto dell’eroico. “Non abbiamo bisogno di diventare martiri. In Iraq viviamo il martirio ogni giorno – racconta padre Basa – Già da bambini siamo missionari: ci chiedono perché siamo cristiani, perché non ci convertiamo. Tante volte non ci stringono la mano perché dicono che i cristiani sono sporchi”.

Il terrore è che le diocesi irachene non finiscano come quelle in Turchia dopo la Prima Guerra Mondiale. Come è finita Mosul, una diocesi che si è estinta quando l’ISIS ha invaso la città il 9 giugno 2014.

Dice ancora padre Basa: “A Ninive nemmeno il profeta Giona voleva andare, ma padre Ragheed c’è andato con tanta gioia, nonstante le difficoltà. Lui ha pagato con il sangue”.

Affiorano frasi sparse di padre Ragheed. Per esempio, quando scriveva al suo vecchio professore dell’Angelicum, e lo ringraziava perché “grazie a Dio ci sono ancora delle persone che ci pensano”. E poi: “Siamo sul punto di crollare. Rimarrà un posto per i cristiani? Nessun gruppo combatte per la nostra causa”.

Intanto, sono passati gli anni. Da almeno un decennio di un “esodo nascosto di cristiani”, mentre già nei primi anni dopo Saddham le chiese venivano attaccate ad orologeria, con sincronicità sospetta. Padre Ragheed è stato ucciso, e tanti altri come lui, a partire dal suo vescovo, il vescovo Rahho. Nel 2010, l’esortazione post-sinodale Ecclesia in Medio Oriente affrontava il problema. Poi sono arrivate le cosiddette "primavere arabe", che in realtà sono state il preludio di un lungo, e duro, inverno. Quindi, è arrivato lo Stato Islamico, con tutta la sua potenza distruttiva. Ma cosa non è stato fatto in questi anni? In cosa si è fallito?

Risponde padre Basa: “Non si è concentrata e garantita la libertà religiosa e i diritti umani in questi Paesi. Non c’è un Paese musulmano in cui ci sia davvero libertà religiosa. E la maggior parte delle vittime in tutti questi Paesi sono musulmani stessi. Basta fare il conto delle vittime degli attentati, da quello recentissimo di Kabul a quelli di Iraq, Egitto, Nigeria, e altri”.

E allora c’è “da difendere la libertà di tutti di vivere in un mondo più umano. C’è bisogno di cambiare l’ideologia. Non siamo contro i musulmani, non siamo contro nessuno. Gesù ci ha insegnato a dare la nostra vita per gli altri. Ma i valori del Vangelo sono appunto quelli della verità, della libertà religiosa, dei diritti umani. Sono i valori del Vangelo che rendono ancora più forte l’umanità”.

L’incontro si conclude con la descrizione degli ultimi momenti di vita di padre Ragheed, raccolta da una signora, la moglie di uno dei suddiaconi, che è l’unica testimone diretta. “Hanno separato la donna dagli altri, hanno chiesto loro di girarsi, hanno chiesto loro di alzare le mani. In quel momento, don Ragheed ha fatto cenno alla donna di andare via da quel posto per non essere uccisa anche lei. È in quel momento che lo hanno falciato, e il suo volto è stato colpito, mentre si voltava per fare un ultimo atto d’amore”, racconta padre Basa.

E poi aggiunge: “Nello stesso giorno del suo martirio, padre Ragheed era andato a rifare la sua carta d’identità". E sempre in quello stesso giorno, regalò una sua foto ai suoi genitori. Una foto bella, già pronta per il cimitero. Padre Ragheed la diede ai suoi genitori e disse loro: ‘L’ho preparata per i miei funerali, così non avrete da cercare una foto bella’. “

Questa è la storia di padre Ragheed, che “per cinque anni ha resistito al martirio e in cinque secondi ha versato il suo sangue”.

Ti potrebbe interessare