Padre Renato Zilio, ai giovani che vogliono fare missione offriamo lavoro nelle Marche

Manca l'aspetto esotico, dice il missionario, ma si impara l'alterità

Padre Renato Zilio
Foto: EMI
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Per un paio di mesi a fare missione. Ma dietro casa  E’ questa la proposta di Missio Marche per i giovani. Nonostante e forse proprio per sfidare le chiusure che vengono dalla pandemia. Per non restare con il cuore chiuso.

Padre  Renato Zilio  Direttore Migrantes Marche ci racconta cosa faranno concretamente i giovani che scelgono di fare questa esperienza.

“La nostra comunità è di missionari scalabriniani, rivolti e impegnati in particolare al fenomeno migratorio. Qui a Loreto un missionario che era stato lungamente in America latina ora si dedica al Centro Ascolto della Basilica e ad alcune Case di Riposo locali, un altro è impegnato sul versante della Migrantes del coordinamento delle iniziative migranti nelle Marche. Inoltre una giovane coppia gestisce la casa e l’accoglienza di gruppi, parrocchie o famiglie. Abbiamo pensato a un’iniziativa simile dopo averla sperimentata nel Centro di Accoglienza di Ecoublay alla periferia di Parigi e diffusa da Famiglia Cristiana.

Cioè la condivisione con giovani di una vita semplice, familiare, momenti di preghiera, di lavoro manuale, di accoglienza di gruppi e di conoscenza del territorio sono gli ingredienti di questa proposta. Maturano essi, così, in qualche mese responsabilità, apertura di mente e di cuore, inoltre quell’arte rara che si chiama “prendersi cura”  delle cose, degli imprevisti e delle persone. Inoltre, si aiuta il giovane ad uscire dalla “logica del simile e dell’identitario” (il mio nido, i miei amici, le mie abitudini, le mie idee…) per entrare nella “ logica dell’alterità “, dell’altro differente da me, da ascoltare, da accogliere e da rispettare. Praticare, così, quel proverbio africano che suggerisce: “ Se tu hai la mia stessa idea sei mio fratello, se hai un’idea differente sei due volte mio fratello, perchè scambiando, cresciamo entrambi in umanità “.

Non si è stabilito che cosa possa fare un giovane, perché dipenderà anche dai suoi desideri e dai suoi talenti e capacità. Ma potrà essere un servizio di accoglienza, di lavoro manuale, la preghiera, la visita di questa regione “plurale” come le Marche, disseminata di venerabili abbazie, di stupendi borghi antichi, di paesaggi mozzafiato, che invitano alla contemplazione. Infine, sarà collaborare a iniziative interessanti per i migranti del territorio. Oltre che a coltivare una familiarità con la vicina basilica della Santa Casa, centro di spiritualità mariana internazionale. In fondo, un giovane potrà cimentarsi perfino con la cucina e saper preparare una bella spaghettata originale. Insomma, lo spirito di famiglia e la libertà di iniziativa e  di collaborazione saranno i due maggiori ingredienti del menù della casa.

Non vi sarà purtroppo l’elemento esotico, quello che per vari anni nel bel mezzo della Quaresima proponevamo. Accompagnavo, infatti, così, dei gruppi di giovani nel deserto del Sahara, nel cuore del periodo quaresimale per un paio di settimane. Giustamente, per crescere  in questa “ logica dell’alterità “. Imparare ad apprezzare l’altro nel suo mondo, nel suo cibo, il suo contesto, le sue abitudini e la sua storia. Altri la chiamano “curiositas “, ed è una dote essenziale, indispensabile, nella società di oggi. Per coltivare persone o realtà non chiuse o impermeabili, ma “porose”  e aperte all’altro. I nostri giovani, in questo modo, comprendevano come viaggiare non è tanto “conoscere nuove terre, ma avere nuovi occhi “ (Proust). E con questi guardare il mondo…

Così, pure le culture o le religioni si sono costruite come realtà autonome, sicure di sé, centrate in sé stesse. Come un superbo grattacielo ogni religione ha sviluppato radici profondissime, grandi fondamenti e svetta nel cielo con i suoi insegnamenti, i suoi testi sacri. Ma oggi, in cui l’uomo si incontra con l’altro in maniera nuova, rapida, sorprendente, ogni religione è invitata a farsi tenda : spazio aperto, accogliente, ricco di senso per l’umanità. Dove si vive, in fondo, il mistero di Dio e del suo incontro.

Si celebrava con i giovani, allora, l’eucaristia sulla duna più alta del deserto, nel silenzio più assoluto del Sahara... una messa sul mondo! Come dimenticare quando al momento del perdono i giovani posavano l’orecchio su quella sabbia rossa, in pieno deserto, per auscultare la terra... come il ventre di una donna. Era per provare a sentire il pianto di milioni di uomini, di donne, di esistenze infelici, impossibili da vivere, vite miserabili, sradicate dagli eventi e semmai migranti. Per chiedere perdono di avere un cuore insensibile alle tragedie del mondo: Sì, Signore, pietà ! Al momento della pace era vedere questi giovani affondare le mani e le braccia il più possibile in quella sabbia soffice, tenerissima, nel tentativo, in mezzo al deserto, di dare la mano a tutti gli uomini della terra. Per esprimere le lunghe solidarietà, che avrebbero voluto far nascere... Penso con commozione a questi tanti giovani che il deserto ha consolidato o trasformato nei loro aspetti più sani e più belli. Alcuni sono ritornati in Africa per un periodo di volontariato, altri, per lo stesso motivo, in Brasile,... Una lezione del deserto, che in loro ha saputo fiorire e dare frutto. Un dialogo interiore con se stessi e con l’alterità che si è fatta, per davvero, realtà.”

Lei è autore di un libro molto particolare: ce ne può parlare ? 

“Dio attende alla frontiera”  è un best-seller della EMI editrice, alla sua 31.ma edizione. A dire la verità, non è tanto un libro. Quanto piuttosto un cammino missionario, in cui, nascosto ad ogni passo, vi è l’invito misterioso di Dio ad Abramo. Ad ogni uomo. “Esci dalla tua terra !” Terra fisica, mentale o affettiva, quella della propria storia, della propria gente o mentalità. Si rivela oggi urgente nella nostra società italiana, « ingessata » a volte in modi e ritmi di altri tempi.

Uscire, aprirsi all’altro. In questo libro, Dio invita ad aprire porte e finestre di se stessi per saper accogliere il mondo differente degli altri. A costruire insieme un mondo nuovo. Non contrapposto. Sí, Dio attende alla frontiera, che è sempre spazio di incontro, di confronto e di orizzonti nuovi.

Queste fresche pagine di diario suggerite da incontri quotidiani a Parigi, a Ginevra, a Londra, nel Sahara con persone o comunità « di frontiera » si fanno esperienza viva, attuale, trasformante. Anche per il lettore.

In fondo, è un invito forte, insistente, ad andare alla frontiera della nostra fede, del nostro mondo, del nostro modo di essere. Per vivere valori oggi indispensabili come l’ascolto, il dialogo, l’empatia, il saper vivere-insieme pur differenti, l’apertura di mente e di cuore. Là Dio ci attende. Da sempre.

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