Papa Benedetto tra aneddoti e bilanci

Il Papa Emerito Benedetto XVI
Foto: Lauren Cater CNA
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Tra me e Papa Francesco non vi sono inversioni di marcia o rotture di linea. A dirlo è il Papa Emerito Benedetto XVI nel libro intervista Ultime Conversazioni scritto con il giornalista tedesco Peter Seewald. Papa Benedetto non nasconde affetto e ammirazione per il suo successore. E questo è noto. Il pontificato bergogliano secondo Benedetto XVI è allegro, carismatico e fresco. Da cardinale - ricorda Ratzinger - Bergoglio si è dimostrato “uomo molto deciso, uno che in Argentina diceva con molta risolutezza questo di fa e questo non si fa. La sua cordialità, la sua attenzione nei confronti degli altri sono aspetti di lui che non mi erano noti. Perciò è stata una sorpresa”.

Senza mezzi termini Papa Benedetto rivendica di aver iniziato l’opera riformatrice delle le strutture  della Chiesa, a cominciare dallo IOR. “Avrei voluto fare di più - dice - si può procedere solo lentamente e con prudenza”. Benedetto XVI non si definisce un Papa fallito, non tanto per le eventuali debolezze di governo quanto perché molti duranti il suo pontificato hanno “trovato una nuova via alla fede”. Benedetto XVI torna poi a ribadire che vivere nel Palazzo Apostolico non significa vivere come un faraone. E “bacchetta” il Cardinale Arcivescovo di Monaco Reinard Marx che parlò di una corte vaticana sfarzosa. “Abbiamo sempre vissuto - sottolinea il Papa Emerito - in maniera molto semplice, non so cosa abbia indotto il Cardinale Marx a fare quell’affermazione”. 

Tracciando una sorta di bilancio del pontificato Benedetto ammette di aver un rammarico: non tanto quello di riforme più o meno incisive, ma quello più pastorale, cioè di non essere riuscito a “presentare le catechesi nel modo più penetrante ed umano possibile”. 

Nelle pagine del libro Benedetto ripercorre anche il suo rapporto con Giovanni Paolo II. Ricorda di non averlo conosciuto durante il Concilio Vaticano II, parla della visita di Papa Wojtyla a Monaco quando il Cardinale Joseph Ratzinger ne era arcivescovo. E afferma inoltre di non aver scelto di chiamarsi Giovanni Paolo III per una sorta di “rispetto”: “l’avrei percepito - osserva - come eccessivo perché era un paragone che non avrei potuto sostenere”. 

Papa Benedetto, infine, ammette di pensare al momento del trapasso. E ne parla con assoluta serenità. Il testamento - fa sapere - è pronto ma non sarà “spirituale”. La lapide? Solo il nome. E forse il motto episcopale Cooperatores Veritatis. Cooperatori della Verità. 

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