Papa Francesco a Matera: “Preghiamo perché sia una Chiesa eucaristica”

Il Papa centra la sua omelia sul senso dell’Eucarestia. “Non c’è Eucarestia senza compassione per i tanti Lazzaro che ci camminano accanto”

Papa Francesco durante la Messa conclusiva del Congresso Eucaristico Internazionale di Matera, 25 settembre 2022
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Da Matera, città del pane, Papa Francesco prega per una Chiesa eucaristica, ovvero una Chiesa che sappia guardare al primato di Dio e all’amore dei fratelli. Una Chiesa di uomini che si “spezzino come pane”, in un mondo che passi dall’indifferenza alla compassione. E conclude così il Congresso Eucaristico Nazionale, il primo cui partecipa il Papa dopo non essere andato al Congresso Eucaristico di Genova nel 2016, invitando a tornare “al gusto del pane”, che è poi il pane di Gesù.

Papa Francesco non è arrivato in elicottero, come previsto, ma in aereo, atterrando a Gioia del Colle e percorrendo poi in macchina il percorso per Matera. Un cambio di programma dettato dal maltempo. Il programma della visita è stato anche ridotto all’osso, per permettere anche ai delegati del Congresso Eucaristico Nazionale di tornare nei loro luoghi di origine a votare.

Come sempre, Papa Francesco centra la sua omelia sul Vangelo del giorno, quella del ricco epulone e del povero che aspetta che dalla sua mensa cadano le molliche di pane per sfamarsi. È una scena che fa riflettere, Papa Francesco, e in particolare lo fa riflettere sull’Eucarestia.

Eucarestia, dice il Papa, che “anzitutto ci ricorda il primato di Dio”. E qui la differenza: il ricco della parabola “non è aperto alla relazione con Dio”, ma “pensa solo al proprio benessere”, “compiace se stesso”, “adora la ricchezza mondana”, “stordito dalla fiera delle vanità”. E lì “non c’è posto per Dio, perché egli adora solo se stesso”, e infatti non viene chiamato nel Vangelo per nome, ma è solo definito come ricco, perché “la sua identità è data solo dai beni che possiede”.

Papa Francesco nota che anche oggi “giudichiamo le persone dalla ricchezza che hanno”, secondo “la religione dell’avere e dell’apparire che spesso domina la scena i questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote”, neppure il nome.

Il povero, invece – spiega Papa Francesco – è chiamato Lazzaro, che “significa Dio aiuta”, e così “pur nella sua condizione di povertà e di emarginazione, può conservare integra la sua dignità perché vive nella relazione con Dio”, e così “nel suo nome c’è qualcosa di Dio e Dio è la speranza incrollabile della sua vita”.

Il Papa sottolinea che l’Eucarestia ci offre “una sfida permanente”, che è quella di “adorare Dio e non se stessi”, mettendo “Lui al centro e non la vanità del proprio io”, ricordandosi che “solo il Signore è Dio e tutto il resto è dono del suo amore”, perché “se adoriamo noi stessi, moriamo nell’asfissia del nostro piccolo io”, mentre “se adoriamo il Signore Gesù presente nell’Eucarestia, riceviamo uno sguardo nuovo anche sulle cose delle nostra vita”.

In fondo, continua Papa Francesco, “io non sono le cose che possiedo o i successi che riesco ad ottenere”, e “il valore della mia vita non dipende da quanto riesco ad esibire né diminuisce quando vado incontro ai fallimenti e agli insuccessi”, ma io sono “un figlio amato, sono benedetto da Dio”, che mi ha “voluto rivestire di bellezza e mi vuole libero da ogni schiavitù”.

“Chi adora Dio non diventa schiavo di nessuno”, afferma Papa Francesco.

Oltre al primato di Dio, però, l’Eucarestia ci chiama “all’amore tra Fratelli”. “Questo pane – dice il Papa – è per eccellenza il sacramento dell’amore. È Cristo che si offre e si spezza per noi e ci chiede di fare altrettanto, perché la nostra vita sia frumento macinato e diventi pane che sfama i fratelli”.

Il ricco del Vangelo “viene meno a questo compito”, e si accorge di Lazzaro solo alla fine della vita, “quando il Signore rovescia le sorti”, rendendo evidente che “era stato il ricco a scavare un abisso tra lui e Lazzaro nella vita terrena e ora, nella vita eterna, quell’abisso rimane”.

Papa Francesco ricorda che “il nostro futuro eterno dipende da questa vita presente” e così “se alziamo adesso dei muri contro i fratelli, restiamo imprigionati nella solitudine e nella morte anche dopo”.

È una parabola che è “storia dei nostri giorni”, con “ingiustizie, disparità, risorse della terra distribuite in modo iniquo”, con “i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione”.

Papa Francesco invita a riconoscere che “l’Eucarestia è la profezia di un mondo nuovo, è la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci” per una conversione effettiva dall’indifferenza alla compassione, dallo spreco alla condivisione, dall’egoismo all’amore, dall’individualismo alla fraternità”.

È il sogno di una Chiesa “eucaristica”, fatta di “di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza”.

Ma anche una Chiesa che “si inginocchia con stupore davanti all’Eucarestia”; per adorare il Signore presente nel pane, ma che “sa anche piegarsi con compassione dinanzi alle ferite di chi soffre”, perché “non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti Lazzaro che anche oggi ci camminano accanto.

L’invito finale è di “tornare a Gesù, tornare all’Eucarestia”, tornare “al gusto del pane, perché mentre siamo affamati di amore e di speranza, o siamo spezzati dai travagli e dalle sofferenze della vita, Gesù si fa cibo che ci sfama e ci guarisce”.

“Torniamo al gusto del pane – conclude Papa Francesco - perché mentre nel mondo continuano a consumarsi ingiustizie e discriminazioni verso i poveri, Gesù ci dona il Pane della condivisione e ci manda ogni giorno come apostoli di fraternità, di giustizia e di pace. Torniamo al gusto del pane per essere Chiesa eucaristica, che mette Gesù al centro e si fa pane di tenerezza e di misericordia per tutti”.

Tornare, insomma, al gusto del pane, perché “l’Eucaristia ci anticipa la promessa della risurrezione e ci guida verso la vita nuova che vince la morte. E quando la speranza si spegne e sentiamo in noi la solitudine del cuore, la stanchezza interiore, il tormento del peccato, la paura di non farcela, torniamo ancora al gusto del pane. Tutti siamo peccatori, ognuno di noi porta i nostri peccati. Torniamo a Gesù, adoriamo Gesù, accogliamo Gesù perché lui è l'unico che vince la morte e sempre rinnova la nostra vita”.

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