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Papa Francesco, “il sacerdote sia vicino a Dio, al vescovo, ai presbiteri, al popolo”

Aprendo il simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, Papa Francesco delinea i tratti di quello che devono fare i sacerdoti oggi
Papa Francesco e il Cardinale Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi, all'apertura del Simposio sul sacerdozio | Vatican News / You Tube Papa Francesco e il Cardinale Ouellet, prefetto della Congregazione dei Vescovi, all'apertura del Simposio sul sacerdozio | Vatican News / You Tube

Non rimanere chiusi in schemi del passato, ma nemmeno essere troppo ottimisti. Guardare alle sfide presenti in maniera fiduciosa. E soprattutto, mantenere vicinanza, a Dio, al vescovo, agli altri sacerdoti, al popolo. Papa Francesco, in un lungo discorso, traccia l’identikit di chi deve essere il sacerdote per lui oggi, e di come deve affrontare le sfide del tempo. Lo fa in un contesto di crisi di vocazioni, che il Papa menziona, e con l’idea che si debbano dare risposte concrete, più che teorie, considerando che “il sacerdote, nella sua vita, passa condizioni e momenti diversi”, e anche Papa Francesco ammette di aver vissuto tutte queste fasi, compresi i “momenti di prova, difficoltà e desolazione”, durante i quali rimaneva la pace se “viveva e condivideva la vita” in un certo modo. Ma lo fa considerando la chiave della fraternità, prima di tutto tra sacerdoti, che è quella che permette di vivere più serenamente anche il celibato, che per il Papa è da vivere come “un dono”.

Addirittura, il Papa arriva a dire che non sa se queste riflessioni siano “il canto del cigno” della sua vita sacerdotale. Ma sottolinea che nascono da una esperienza personale, e dalla consapevolezza, resa evidente dal COVID, che viviamo un “cambiamento di epoca”, e che dunque si deve agire di conseguenza, perché “molti atteggiamenti possono essere utili e buoni ma non tutti hanno sapore di Vangelo”.

Tra gli atteggiamenti senza sapore di Vangelo, il Papa include sia quello di “cercare forme codificate, molto spesso ancorate al passato e che ci ‘garantiscono’ una sorta di protezione dai rischi, rifugiandoci in un mondo o in una società che non esiste più (se mai una volta è esistita), come se questo determinato ordine fosse capace di porre fine ai conflitti che la storia ci presenta”, ma anche “l’ottimismo esasperato” che “finisce per ignorare i feriti di questa trasformazione e che non riesce ad accettare le tensioni, le complessità e le ambiguità proprie del tempo presente e ‘consacra’ l’ultima novità come ciò che è veramente reale, disprezzando così la saggezza degli anni”.

A questi due atteggiamenti agli antipodi, Papa Francesco risponde con “l’atteggiamento che nasce dalla fiduciosa presa in carico della realtà, ancorata alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il largo senza paura”.

Questo perché – dice Papa Francesco – “la nostra salvezza non è una salvezza asettica, da laboratorio o da spiritualismi disincarnati; discernere la volontà di Dio significa imparare a interpretare la realtà con gli occhi del Signore”. E questo “senza bisogno di evadere da ciò che accade alla nostra gente là dove vive, senza l’ansietà che induce a cercare un’uscita veloce e tranquillizzante guidata dall’ideologia di turno o da una risposta prefabbricata, entrambe incapaci di farsi carico dei momenti più difficili e persino oscuri della nostra storia”.

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È questa la sfida del sacerdozio, di cui è sintomi “la crisi vocazionale”, che nasce anche dalla “assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva”, mentre “dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine”, e questo anche in parrocchie dove “i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi”, ma dove la vita “fraterna e fervorosa della comunità suscita il desiderio di consacrarsi interamente a Dio”.

Il Papa, che a Buenos Aires aveva lanciato l’iniziativa “il Battesimo come opera missionaria”, ricorda che “ogni vocazione specifica e compimento del Battesimo”, e richiama dalla tentazione di vivere “un sacerdozio senza Battesimo, senza cioè la memoria che la nostra prima chiamata è alla santità”, e che “la nostra vocazione è prima di tutto una risposta a Colui che ci ha amato per primo”.

Chiosa Papa Francesco: “Vai a dire a qualche, sacerdote, a qualche vescovo che deve essere evangelizzato. Non capiscono. È il dramma di oggi!”.

Papa Francesco, dunque, tratteggia quattro vicinanze, quattro atteggiamenti che “danno solidità alla persona del sacerdote”, che possano “aiutare in modo pratico, concreto e speranzoso a ravvivare il dono e la fecondità che un giorno ci sono stati promessi”.

La prima è la vicinanza a Dio, che il sacerdote è chiamato a coltivare, perché “la vicinanza con Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli ‘scandali’.”

È una vicinanza che a volte “assume le forme di una lotta”, tanto che “molte crisi sacerdotali hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore, una riduzione della vita spirituale a mera pratica religiosa”. Senza la vicinanza a Dio, l’adorazione, un sacerdote è “solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore”. E questo - dice Papa Francesco – succede quando “nella vita sacerdotale si pratica la preghiera solo come un dovere, dimenticando che l’amicizia e l’amore non possono essere imposti come una regola esterna, ma sono una scelta fondamentale del nostro cuore”.

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Papa Francesco chiede di coltivare l’abitudine di “avere spazi di silenzio della giornata”, denuncia che “si fa fatica a rinunciare all’attivismo, perché quando si smette di affaccendarsi non viene subito nel cuore la pace, ma la desolazione; e pur di non entrare in desolazione, si è disposti a non fermarsi mai”. Eppure “è proprio accettando la desolazione che viene dal silenzio, dal digiuno di attività e di parole, dal coraggio di esaminarci con sincerità, che tutto assume una luce e una pace che non poggiano più sulle nostre forze e sulle nostre capacità”.

Fare spazio significa anche “avere un cuore abbastanza ‘allargato’ da fare spazio al dolore del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore”. Perché “nella vicinanza a Dio il sacerdote rafforza la vicinanza al suo popolo; e viceversa, nella vicinanza al suo popolo vive anche la vicinanza al suo Signore”. 

Papa Francesco poi sottolinea che si deve essere vicini al vescovo, secondo una obbedienza che “non è un attributo disciplinare”, bensì “la caratteristica più profonda dei legami che ci uniscono in comunione”, che significa “imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa solo attraverso il discernimento”.

E dunque, il vescovo “rimane per ogni presbitero e per ogni Chiesa particolare un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio. Ma non dobbiamo dimenticare che il vescovo stesso può essere strumento di questo discernimento solo se anch’egli si mette in ascolto della realtà dei suoi presbiteri e del popolo santo di Dio che gli è affidato”. Papa Francesco denuncia che il male “per distruggere la fecondità dell’azione della Chiesa, cerca di minare i legami che ci costituiscono”. E allora vanno difesi “i legami del sacerdote con la Chiesa particolare, con l’istituto a cui appartiene e con il vescovo rende la vita sacerdotale affidabile”.

Papa Francesco sottolinea che “l’obbedienza è la scelta fondamentale di accogliere chi è posto davanti a noi come segno concreto di quel sacramento universale di salvezza che è la Chiesa”, e va da sé che può essere anche “confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione”, cosa che richiede “che i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto e sincerità”, e che i vescovi siano umili, capaci di ascolto, di autocritica, e di lasciarsi aiutare”.

Vicino al vescovo, ma anche agli altri sacerdoti. È la vicinanza della fraternità, che significa “scegliere deliberatamente di cercare di essere santi con gli altri e non in solitudine”.

Commenta Papa Francesco: “A volte sembra che la Chiesa sia lenta – ed è vero –, ma mi piace pensare che sia la lentezza di chi ha deciso di camminare in fraternità”. E le caratteristiche della fraternità sono quelle dell’amore, e significa imparare la pazienza, il cui contrario è l’indifferenza. E questo porta in molti presbiteri “il dramma della solitudine, del sentirsi soli”, al punto di sentirsi “non degni di pazienza, di considerazione. Anzi, sembra che dall’altro venga il giudizio, non il bene, non la benignità”, secondo l’incapacità di gioire del bene che prende il nome dell’invidia, e il Papa lo sottolinea, dice che "c'è tanta invidia nelle nostre comunità", afferma che è l'atteggiamento del diavolo, e - afferma - "nei nostri presbiteri c'è l'invidia. Non tutti sono invidiosi, c'è la tentazione dell'invidia a portata di mano. E dall'invidia il chiacchiericcio". 

Così, “per sentirci parte della comunità, dell’“essere noi”, non c’è bisogno di indossare maschere che offrono di noi solo un’immagine vincente. Non abbiamo cioè bisogno di vantarci, né tanto meno di gonfiarci o, peggio ancora, di assumere atteggiamenti violenti, mancando di rispetto a chi ci è accanto, perché ci sono anche forme clericali di bullismo”.

L’unico vanto del sacerdote - nota Papa Francesco - è “la misericordia del Signore”, mentre l’amore fraterno “non cerca il proprio interesse, non lascia spazio all’ira, al risentimento”, e anzi “quando incontro la miseria dell’altro, sono disposto a non ricordare per sempre il male ricevuto, a non farlo diventare l’unico criterio di giudizio, fino al punto magari di godere dell’ingiustizia quando riguarda proprio chi mi ha fatto soffrire”.

Continua Papa Francesco: “L’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio”.

Ma l’amore non è una utopia, è difficile, è “la grande profezia che in questa società dello scarto siamo chiamati a vivere” , una profezia che “rimane viva e ha bisogno di annunciatori; ha bisogno di persone che, consapevoli dei propri limiti e delle difficoltà che si presentano, si lascino toccare, interpellare e smuovere dalle parole del Signore”.

Secondo Papa Francesco, “solo chi cerca di amare è al sicuro”, mentre “chi vive con la sindrome di Caino, nella convinzione di non poter amare perché sente sempre di non essere stato amato, valorizzato, tenuto nella giusta considerazione, alla fine vive sempre come un ramingo, senza mai sentirsi a casa, e proprio per questo è più esposto al male: a farsi male e a fare del male”. Ed è questa fraternità che rende “possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria”, perché “il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, ma è un dono che per essere vissuto come santificazione necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e vero bene che trovano la loro radice in Cristo”. Ma, "senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e una contro-testimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio".

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Infine, Papa Francesco sottolinea l’importanza di essere vicini al popolo, perché “il posto di ogni sacerdote è in mezzo alla gente”, e “la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo”. E il popolo "è una categoria mitica", e va compresa come tale, secondo il Papa. 

Papa Francesco si dice certo che “per comprendere nuovamente l’identità del sacerdozio, oggi è importante vivere in stretto rapporto con la vita reale della gente, accanto ad essa, senza nessuna via di fuga”. Ed è questa una vicinanza che, insieme alle altre, invita “a portare avanti lo stile del Signore, che è stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza, perché capace di camminare non come un giudice ma come il Buon Samaritano, che riconosce le ferite del suo popolo, la sofferenza vissuta in silenzio, l’abnegazione e i sacrifici di tanti padri e madri per mandare avanti le loro famiglie, e anche le conseguenze della violenza, della corruzione e dell’indifferenza, che al suo passaggio cerca di mettere a tacere ogni speranza.”

Papa Francesco ricorda che “il Popolo di Dio spera di trovare pastori con lo stile di Gesù – e non ‘chierici di stato’ o ‘professionisti del sacro’ –; pastori che sappiano di compassione, di opportunità; uomini coraggiosi, capaci di fermarsi davanti a chi è ferito e di tendere la mano; uomini contemplativi che, nella vicinanza al loro popolo, possano annunciare sulle piaghe del mondo la forza operante della Risurrezione”.

In una società di reti, nota Papa Francesco, abbonda “il sentimento di orfanezza”, e – connessi a tutto e a tutti – “manca l’esperienza dell’appartenenza, che è molto più di una connessione”.

Per il Papa, va favorita la crescita del senso di appartenenza, perché “se il pastore si smarrisce, si allontana, anche le pecore si disperderanno e saranno alla portata di qualsiasi lupo”.

È l’appartenenza “l’antidoto contro una deformazione della vocazione che nasce precisamente dal dimenticare che la vita sacerdotale si deve ad altri”, che sta “alla base del clericalismo e delle sue conseguenze, e il clericalismo è una perversione”.

Per clericalismo, Papa Francesco ricorda che c’è anche un problema di “clericalizzazione del laicato”, vale a dire “la promozione di una piccola élite che, intorno al prete, finisce anche per snaturare la propria missione fondamentale”. Chiosa il Papa: "Ci sono tanti laici clericalizzati".

Papa Francesco ricorda che la vicinanza al popolo di Dio è vicinanza a Dio, perché “quando prega, il pastore porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente, che presenta in silenzio al Signore affinché le unga con il dono dello Spirito Santo”.

Il Papa sottolinea che queste vicinanze sono “una buona scuola per giocare in campo aperto, dove il sacerdote è chiamato, senza paure, senza rigidità, senza ridurre o impoverire la missione”.

Sono vicinanze da non considerare, dice Papa Francesco come un incarico in più, ma come “un dono che fa il Signore per mantenere viva e feconda la vocazione”. Così, “davanti alla tentazione di chiuderci in discorsi e discussioni interminabili sulla teologia del sacerdozio o su teorie di ciò che dovrebbe essere, il Signore guarda con tenerezza e compassione e offre ai sacerdoti le coordinate a partire dalle quali riconoscere e mantenere vivo l’ardore per la missione”. Vicinanza, che è "compassionevole e tenera", a Dio, ai vescovi, ai presbiteri, al popolo – conclude Papa Francesco – “con lo stile di Dio, che è vicino con compassione e tenerezza”.