Papa Francesco in Bulgaria: "Per amare qualcuno non serve chiedergli il curriculum vitae"

Papa Francesco nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Rakovsky
Foto: Vatican Media - ACI Group
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Nella Chiesa di San Michele Arcangelo a Rakovsky Papa Francesco incontra la locale comunità cattolica, primo appuntamento pomeridiano del secondo giorno di viaggio in Bulgaria.

Nel suo discorso Francesco ricorda l’operato di Giovanni XXIII che in Bulgaria lavorò come Delegato Apostolico. “Vedere con gli occhi della fede. Desidero ricordare le parole del Papa buono, che seppe sintonizzare il suo cuore con il Signore in modo tale da poter dire di non essere d’accordo con quelli che intorno a sé vedevano solo male e da chiamarli profeti di sventura. Secondo lui bisognava aver fiducia nella Provvidenza, che ci accompagna continuamente e, in mezzo alle avversità, è capace di realizzare disegni superiori e inaspettati”.

Gli uomini di Dio sono quelli - sottolinea il Papa - che hanno imparato a vedere, confidare, scoprire e lasciarsi guidare dalla forza della risurrezione. Riconoscono che esistono situazioni o momenti dolorosi e particolarmente ingiusti, ma non restano con le mani in mano, intimoriti o, peggio, alimentando un clima di incredulità, malessere o fastidio, perché questo non fa che nuocere all’anima, indebolendo la speranza e impedendo ogni possibile soluzione. Gli uomini e le donne di Dio sono coloro che hanno il coraggio di fare il primo passo: questo è importante! E cercano creativamente di porsi in prima linea testimoniando che l’Amore non è morto, ma ha vinto ogni ostacolo. Si mettono in gioco perché hanno imparato che, in Gesù, Dio stesso si è messo in gioco: questa è la bellezza della nostra fede”.

Francesco ricorda poi il suo incontro al campo profughi di questa mattina.  “Lì mi dicevano che il cuore del Centro nasce dalla consapevolezza che ogni persona è figlia di Dio, indipendentemente dall’etnia o dalla confessione religiosa. Per amare qualcuno non c’è bisogno di chiedergli il curriculum vitae; l’amore precede, si anticipa. Perché è gratuito. In questo Centro della Caritas sono molti i cristiani che hanno imparato a vedere con gli stessi occhi del Signore, che non si sofferma sugli aggettivi, ma cerca e attende ciascuno con occhi di Padre. Dobbiamo stare attenti, siamo caduti nella cultura dell’aggettivo… Dio non vuole questo: questa è una persona, lasciamo che Dio metta gli aggettivi e noi mettiamo l’amore ad ogni persona. Questo vale anche per il chiacchiericcio, che viene da noi con molta facilità. Dobbiamo passare alla realtà del sostantivo”.

Chi vede “con gli occhi della fede” - aggiunge - non passa “la vita affibbiando etichette, classificando chi è degno di amore e chi no”, ma cerca “di creare le condizioni perché ogni persona possa sentirsi amata, soprattutto quelle che si sentono dimenticate da Dio perché sono dimenticate dai loro fratelli. Chi ama non perde tempo a piangersi addosso, ma vede sempre qualcosa di concreto che può fare. I pessimisti rovinano tutto e l’amore apre sempre le porte: Papa Giovanni aveva ragione. Il Signore è un ottimista inguaribile”.

Papa Francesco sottolinea l’importanza della parrocchia che deve essere “una casa in mezzo a tutte le case capace di rendere presente il Signore proprio lì dove ogni famiglia, ogni persona cerca quotidianamente di guadagnarsi il pane”. Mai - prosegue - “la rabbia, il rancore o l’amarezza” devono impossessarsi  “del cuore”.

Dopo aver parlato del ruolo dei sacerdoti e delle suore, il Papa spiega che “il Popolo di Dio ringrazia il suo pastore e il pastore riconosce che impara ad essere credente con l’aiuto della sua gente, della sua famiglia e in mezzo a loro. Quando un sacerdote si allontana dal Popolo di Dio il cuore si raffredda e perde la capacità di credere come il Popolo di Dio. Una comunità viva che sostiene, accompagna, integra e arricchisce. Mai separati, ma uniti, ciascuno impara ad essere segno e benedizione di Dio per gli altri. Il sacerdote senza il suo popolo perde identità e il popolo senza i suoi pastori può frammentarsi. Ognuno dedica la propria vita agli altri. Nessuno può vivere solo per sé, viviamo per gli altri”.

La Chiesa - dice ancora Francesco - deve imparare “ad essere una Chiesa-famiglia-comunità che accoglie, ascolta, accompagna, si preoccupa degli altri rivelando il suo vero volto, che è volto di madre. Chiesa-madre che vive e fa suoi i problemi dei figli, non offrendo risposte confezionate, ma cercando insieme strade di vita, di riconciliazione; cercando di rendere presente il Regno di Dio. Chiesa-famiglia-comunità che prende in mano i nodi della vita, che spesso sono grossi gomitoli, e prima di districarli li fa suoi, li accoglie tra le mani e li ama. Una famiglia tra le famiglie, aperta a testimoniare al mondo odierno la fede, la speranza e l’amore verso il Signore e verso coloro che Egli ama con predilezione. Una casa con le porte aperte”.

“Non abbiamo paura - conclude Papa Francesco che ha anche ricordato l’importanza dell’incontro tra giovani e anziani - di accettare nuove sfide, a condizione che ci sforziamo con ogni mezzo di far sì che la nostra gente non venga privata della luce e della consolazione che nascono dall’amicizia con Gesù, di una comunità di fede che la sostenga e di un orizzonte sempre stimolante e rinnovatore che le dia senso e vita. Non dimentichiamo che le pagine più belle della vita della Chiesa sono state scritte quando creativamente il Popolo di Dio si metteva in cammino per cercare di tradurre l’amore di Dio in ogni momento della storia, con le sfide che man mano si andavano incontrando”.

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