Papa Francesco in Kazakhstan, parla il vescovo di Karaganda

Per comprendere meglio il viaggio apostolico del Papa abbiamo contattato il vescovo di Karaganda, mons. Adelio Dell’Oro

Mons. Adelio Dell'Oro
Foto: Wikicommons
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Papa Francesco a Nur-Sultan, capitale del Kazakhstan, per un viaggio apostolico dal 13 al 15 settembre, in occasione del VII congresso dei leaders delle religioni del mondo e tradizionali, come annunciato dal direttore della sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni:  “Accogliendo l’invito delle autorità civili ed ecclesiali, papa Francesco compirà l’annunciato viaggio apostolico in Kazakhstan, visitando la città di Nur-Sultan in occasione del VII Congress of Leaders of World and Traditional Religions”, con il motto ‘Messaggeri di pace e di unità’.

Per comprendere meglio il viaggio apostolico del Papa abbiamo contattato il vescovo di Karaganda, mons. Adelio Dell’Oro, per farci raccontare l’attesa del popolo per l’arrivo del papa: “Quando, 21 anni fa, per la prima volta, un papa di Roma, san Giovanni Paolo II, venne in Kazakhstan, la curiosità e l’attesa del popolo di questo Paese erano vivissime. E ricordo che tutti apprezzarono la sua decisione e il suo coraggio di compiere questa visita nonostante, pochi giorni prima, tre aerei, in un tragico attentato, si fossero schiantati due sulle torri gemelle a New York e uno sul Pentagono a Washington. Pochi, allora, in questo Paese sapevano chi fosse il capo dei cattolici nel mondo, come pochi in occidente sapevano dove si trovasse il Kazakhstan. Per questo ci fu una grande mobilitazione per incontrarlo, anche da parte di molti non cattolici.

Ora la situazione è molto cambiata; internet e la globalizzazione hanno reso il nostro mondo un piccolo villaggio in cui si può sapere di tutto in tempo reale e ed è annullata ogni distanza geografica. Per questo, a me pare, che questa attesa, che pure c’è, soprattutto da parte delle autorità statali, sia oggi un po’ meno viva. Però posso dire che cosa attendiamo noi cattolici dalla venuta di Papa Francesco. Ci attendiamo un’importante indicazione per la presenza e la testimonianza di noi cattolici in questo Paese, all’80% di tradizione musulmana.

La fede cristiana, nella forma cattolica, qui in Kazakhstan (allora faceva parte dell’Unione sovietica), per circa 60 anni è stata comunicata nella quasi totale assenza di sacerdoti e perciò dei Sacramenti, se si eccettua il Battesimo, che veniva per lo più amministrato clandestinamente dalle ‘nonne’ [бабушки] ai propri nipoti. Molto significativa, per esempio, insieme a quella di tanti altri credenti, è stata la presenza e l’attività missionaria di Gertrude Detzel, che, dopo la deportazione, ha trascorso 13 anni nell’esercito del lavoro e nel lager, e che dopo la liberazione ha vissuto a Karaganda per circa 15 anni, radunando la gente e organizzando comunità cristiane clandestine. Il 15 agosto dello scorso anno è stato aperto qui a Karaganda il processo canonico diocesano per la sua beatificazione.

Durante l’epoca sovietica non c’erano strutture ecclesiastiche. Poi sono apparsi dei sacerdoti semiclandestini, sopravvissuti ai lager, tra cui il beato Władysław Bukowiński, beatificato l’11 settembre 2016 a Karaganda, o arrivati dalla Lituania. Dopo il 1991, con la dissoluzione dell’Unione sovietica e la nascita del Kazakhstan come stato indipendente, come tutte le altre religioni, anche la Chiesa cattolica è potuta venire alla luce dal sottosuolo; sono stati invitati sacerdoti e suore dalla Polonia, Germania, Slovacchia, ecc. e si sono potute costruire, insieme agli edifici di culto, anche le strutture ecclesiastiche”.

Dopo 25 anni di presenza quali sono i temi più importanti per la comunità cristiana?

“A mio parere e per quel che ho conosciuto (sono stato mandato in Kazakhstan 25 anni fa) il limite oggettivo di questi sacerdoti coraggiosi, che appena è stato possibile, sono venuti qui in missione, è stato quello di venire a sostenere e curare prevalentemente i fedeli della propria nazionalità, senza un’apertura a tutti, di qualunque etnia fossero, in questo immenso paese. Ma, subito dopo, è iniziato un altro fenomeno; molti fedeli hanno cominciato a tornare nella loro terra di origine: prima i tedeschi e poi i polacchi.

Il risultato è che le nostre comunità cattoliche si sono nel tempo significativamente ridotte di numero. Questo significa che dobbiamo porci la domanda: perchè il Signore ha voluto in questa terra, attraverso tante sofferenze e tanto sangue versato, la sua presenza nella Chiesa, anche nella forma cattolica? (ovviamente c’è anche la Chiesa ortodossa e varie Chiese protestanti). Sessant’anni di testimonianza durante le persecuzioni sono stati inutili? Cosa ci chiede oggi Gesù? Continuare semplicemente a ‘curare’ le poche pecorelle rimaste nell’ovile o, senza trascurare queste, testimoniare Gesù a tutti e il fascino della vita con Lui soprattutto attraverso le vie della carità e della bellezza?

A causa del timore del fondamentalismo e dell’estremismo (soprattutto di origine islamica), lo stato per difendersi ha emanato leggi via via sempre più restrittive sulle religioni. Ma nulla ci vieta di essere consapevoli che Gesù è venuto nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini, senza nessuna eccezione. E credo che questo sia possibile, principalmente, attraverso una testimonianza personale, soprattutto negli ambienti di lavoro o di studio, dove ciascun battezzato è chiamato a vivere, dentro la semplice quotidianità. In questo senso, la presenza e la testimonianza dei laici nell’ambiente sociale è molto preziosa.

Inoltre, c’è il grande campo della carità, che siamo chiamati a vivere, a me pare, come luogo e strumento privilegiato della missione. Accogliere chiunque, al di là della sua provenienza etnica e religiosa, per il bisogno che ha e rispondere a questo bisogno urgente con una risposta più grande, perchè attraverso il cibo o la medicina, passa l’amore di Cristo a quella persona. In questo senso, per me è una testimonianza grande la presenza e l’opera delle suore di santa Teresa di Calcutta.

Per quanto riguarda l’orizzonte e la direzione della pastorale diocesana, mi aveva molto colpito un’intervista a papa Francesco. Alla domanda: ‘Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni?’ papa Francesco aveva risposto: ‘La Chiesa a volte si è rinchiusa in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: Gesù Cristo ti ha salvato! E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di stato… Cerchiamo anche di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente’.

Questa risposta descrive bene anche l’urgenza missionaria della Chiesa cattolica in Kazakhstan, che al di là di qualche lodevole tentativo, si riduce a una proposta di riti e pratiche, importate soprattutto dalla Polonia, che non scaldano e non ravvivano più di tanto la fede dei nostri parrocchiani e soprattutto non alimenta in loro un cuore, capace di giudizio di fede sulla vita a tutti i livelli e lanciato nella testimonianza e nella missione.

Quello che mi sembra di aver notato in questi anni è una difficoltà da parte di noi cattolici di saper incontrare tutti e di comunicare la fede alle giovani generazioni. Quello che mi sembrerebbe importante che il Papa risvegli in noi, perchè anche in questo Paese la globalizzazione e la secolarizzazione influiscono moltissimo, è la consapevolezza lieta e grata della vocazione cristiana e il desiderio di comunicare per ‘attrazione’ questa esperienza a tutti”.

Quali sono le relazioni diplomatiche tra Kazakhistan e Santa Sede?

“Mi sembra che queste relazioni siano molto buone, perché il Kazakhstan, sia a livello del presidente Kassym-Jomart Tokayev che del Governo, ritiene che la figura di papa Francesco sia una presenza significativa, che può influire sui processi di pace nel mondo intero. E questo lo si è visto anche nel dialogo online lunedì 11 aprile di quest’anno, quando il ‘presidente della Repubblica ha invitato caldamente il papa a partecipare al 7° Congresso delle religioni tradizionali mondiali, ritenendo la sua presenza un fattore di notevole contributo all’ecumenismo e ai temi della promozione dell’armonia e del dialogo interreligioso.

 

Penso che il Papa evidenzierà l’origine della pace sottolineando l’importanza del riconoscerci dipendenti da Dio e quindi di essere tutti suoi figli e figlie e conseguentemente fratelli e sorelle tra tutti noi uomini, al di là delle diverse visioni politiche e dell’appartenenza etnica (in Kazakhstan convivono persone appartenenti a più di 130 etnie).

Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’, papa Francesco ha affermato che la verità è la ‘compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace’. E la verità non è il risultato di un compromesso, ma il riconoscimento di una evidente presenza. Al di là di tutte le ideologie e di tutti i conflitti, dobbiamo essere consapevoli del valore infinito della singola persona umana, che dice Gesù vale più del mondo intero, perché ogni persona è stata voluta da Dio, che l’ha creata e le ha dato un destino eterno. E l’uccisione di un solo uomo è l’annientamento di tutta l’umanità.

Solo questa cura della persona umana ci fa guardare all’altro come amico, come compagno, come alleato sulla strada dell’avventura umana e del destino eterno. La bontà delle relazioni tra la Repubblica del Kazakhstan e la Santa Sede è dimostrata anche dallo sforzo, che sta dando risultati positivi, del Nunzio Francis Assisi Chullikat nella revisione dell’Accordo tra i due Stati, stipulato in Vaticano, il 24 settembre 1998, affinchè, per esempio, tra l’altro, sia facilitato il ricevimento dei visti in loco per i missionari ‘fidei donum’, senza dover ogni anno ritornare nel proprio Paese o diventi possibile ottenere il permesso di soggiorno”.

 

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