Papa Francesco: “La Curia è il primo organismo chiamato alla testimonianza”

Nei consueti auguri di Natale ai cardinali e officiali della Curia Romana, Papa Francesco tratteggia quello che deve essere il modello del suo operato. E legge tutto nella chiave dell’umiltà evangelica

Papa Francesco arriva in Aula delle Benedizioni per i tradizionali auguri alla Curia Romana, 23 dicembre 2021
Foto: Vatican News / Twitter
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La Curia Romana “non è solo uno strumento logistico e burocratico per la necessità della Chiesa universale”, ma è piuttosto “il primo organismo chiamato alla testimonianza, e proprio per questo acquista sempre più autorevolezza ed efficacia quando assume in prima persona le sfide della conversione sinodale alla quale anch’essa è chiamata”. Insomma, “l’organizzazione che dobbiamo attuare non è di tipo aziendale, ma di tipo evangelico”.

Non ci sono annunci di riforma, nel discorso che Papa Francesco fa ai membri della Curia Romana in occasione degli auguri di Natale. In passato, il Papa aveva usato il discorso sia per delineare le malattie della Curia e dei relativi antibiotici, ma anche per fare una panoramica delle riforme fatte, una per una, rispondendo di fatto a chi diceva che niente era cambiato. Quest’anno, alla vigilia di una finalizzazione di riforma che sembra da tempo imminente ma che non sembra allo stesso tempo trovare il modo di prendere piede (il Consiglio dei Cardinali, nell’ultima riunione, non ha nemmeno ufficialmente parlato di una revisione del testo, segno che dovrebbe essere ormai pronto), il Papa si concentra prima di tutto sulle caratteristiche della riforma, che parte però da una conversione spirituale. La chiave di lettura, in un discorso che ricalca molto quello già fatto nel 2019, è quella dell’umiltà, cui aggiunge la richiesta di rimanere in comunione che aveva caratterizzato il discorso di auguri del 2020. Le tre parole guida sono quelle che caratterizzano anche il percorso sinodale avviato: partecipazione, comunione e missione.

Per comprendere il discorso del Papa, si deve partire dall’invito finale: “Se la Parola di Dio ricorda al mondo intero il valore della povertà, noi, membri della Curia, per primi dobbiamo impegnarci in una conversione alla sobrietà. Se il Vangelo annuncia la giustizia, noi per primi dobbiamo cercare di vivere con trasparenza, senza favoritismi e cordate. Se la Chiesa percorre la via della sinodalità, noi per primi dobbiamo convertirci ad uno stile diverso di lavoro, di collaborazione, di comunione”.

Tutto questo si può fare solo attraverso l’umiltà. È l’umiltà di un Re dei re che – spiega Papa Francesco - viene nel mondo non attirando l’attenzione, ma suscitando una misteriosa attrazione nei cuori di chi sente la dirompente presenza di una novità che sta per cambiare la storia. L’umiltà è stata la sua porta d’ingresso e ci invita ad attraversarla”.

Aggiunge Papa Francesco: “Non si può andare avanti senza umiltà, e non si può andare avanti nell’umiltà senza umiliazione. E Sant’Ignazio ci chiede l’umiliazione”.

Il Papa si serve anche della storia di Naaman, l’uomo pieno di onori, ma lebbroso, che arriva davanti al profeta Eliseo per chiedere di essere guarito, e questi gli chiede semplicemente “il gesto di spogliarsi e lavarsi sette volte nel fiume Giordano. Niente fama, onore, oro né argento! La grazia che salva è gratuita, non è riducibile al prezzo delle cose di questo mondo”. Eppure – commenta Papa Francesco – “Naaman resiste a questa richiesta, gli sembra troppo banale, troppo semplice, troppo accessibile. Sembra che la forza della semplicità non avesse spazio nel suo immaginario”.

Sottolinea Papa Francesco, cambiando tono di voce: "Tolte le nostre vesti, le prerogative, i ruoli, i titoli, siamo tutti dei lebbrosi bisognosi di essere guariti. Il Natale è la memoria viva di questa consapevolezza e ci aiuta a comprenderla meglio".

È questa la tentazione della “mondanità spirituale”, difficile da smascherare perché “coperta da tutto ciò che normalmente ci rassicura: il nostro ruolo, la liturgia, la dottrina, la religiosità”. Ma alla fine Naaman ottempererà alla richiesta, e lo farà proprio perché eserciterà l’umiltà, che è – dice ancora Papa Francesco – “la capacità di saper abitare senza disperazione, con realismo, gioia e speranza, la nostra umanità; questa umanità amata e benedetta dal Signore. L’umiltà è comprendere che non dobbiamo vergognarci della nostra fragilità”. Invece, "le rassicurazioni sono il frutto più perverso della mondanità spirituale, che rivela la mancanza di fede, di speranza e di carità, e diventano incapacità di saper discernere la verità delle cose".

Contrario dell’umiltà è la superbia – continua il Papa – che Malachia descrive “come paglia”, che quando arriva il fuoco “diventa cenere, si brucia, scompare”. E così, spiega ancora Malachia ripreso dal Papa, “chi vive facendo affidamento sulla superbia si ritrova privato delle cose più importanti che abbiamo: le radici e i germogli”. Le prime “dicono il nostro legame vitale con il passato da cui prendiamo linfa per poter vivere nel presente”; i secondi “sono il presente che non muore, ma che diventa domani, diventa futuro. Stare in un presente che non ha più radici e più germogli significa vivere la fine”.

E così “la vitale memoria che abbiamo della Tradizione, delle radici, non è culto del passato, ma gesto interiore attraverso il quale riportiamo al cuore costantemente ciò che ci ha preceduti, ciò che ha attraversato la nostra storia, ciò che ci ha condotti fin qui”, ma si deve stare attenti a non fare di questo ricordare “una prigione del passato”, e per questo c’è bisogno di generare”.

Sottolinea Papa Francesco che “l’umile genera, invita e spinge verso ciò che non si conosce. Invece il superbo ripete, si irrigidisce e si chiude nella sua ripetizione, si sente sicuro di ciò che conosce e teme il nuovo perché non può controllarlo, se ne sente destabilizzato… perché ha perso la memoria. L’umile accetta di essere messo in discussione, si apre alla novità e lo fa perché si sente forte di ciò che lo precede, delle sue radici, della sua appartenenza”.

In questo contesto, Papa Francesco ricorda l’avvio del percorso sinodale, un percorso che va vissuto con umiltà per “poterci incontrare e ascoltare, per dialogare e discernere, per pregare insieme”, dato che “se ognuno rimane chiuso nelle proprie convinzioni, nel proprio vissuto, nel guscio del suo solo sentire e pensare, è difficile fare spazio a quell’esperienza dello Spirito, che è legata alla condizione che siamo tutti figli di un solo Padre, che è Padre di tutti, e che agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.

Papa Francesco punta ancora il dito contro la tentazione del “clericalismo” che “ci fa pensare sempre a un Dio che parla solo ad alcuni, mentre gli altri devono solo ascoltare ed eseguire”, e invece il Sinodo deve essere “l’esperienza di sentirci tutti membri di un popolo più grande: il Santo Popolo fedele di Dio”.

È una umiltà che deve caratterizzare anche la Curia, cui il Papa consegna tre parole guida, le stesse che ha dato al Sinodo: partecipazione, comunione e missione.

La partecipazione – dice Papa Francesco – “dovrebbe esprimersi attraverso uno stile di corresponsabilità”, che significa che ognuno deve sentirsi “partecipe, corresponsabile del lavoro senza vivere la sola esperienza spersonalizzante dell’esecuzione di un programma stabilito da qualcun altro”. Addirittura, il Papa si dice “colpito quando nella Curia incontro la creatività, e non di rado essa si manifesta soprattutto lì dove si lascia e si trova spazio per tutti, anche a chi gerarchicamente sembra occupare un posto marginale”. Aggiunge Papa Francesco: “L’autorità diventa servizio quando condivide, coinvolge e aiuta a crescere”.

La comunione, invece, “non si esprime con maggioranze o minoranze, ma nasce essenzialmente dal rapporto con Cristo”. Per questo – ammonisce Papa Francesco – “non avremo mai uno stile evangelico nei nostri ambienti se non rimettendo Cristo al centro. Non questo partito o quell'altro, non questa opinione o quell'altra, ma Cristo al centro”.

Serve non solo lavorare insieme, ma anche pregare insieme e “costruire rapporti che esulano dal lavoro”, perché altrimenti “rischiamo di essere soltanto degli estranei che collaborano, dei concorrenti che cercando di posizionarsi meglio o, peggio ancora, lì dove si creano dei rapporti, essi sembrano prendere più la piega della complicità per interessi personali dimenticando la causa comune che ci tiene insieme”. E questo – avverte Papa Francesco – “crea divisioni, fazioni e nemici; la collaborazione esige la grandezza di accettare la propria parzialità e l’apertura al lavoro in gruppo, anche con quelli che non la pensano come noi”.

Così “nella complicità si sta insieme per ottenere un risultato esterno”, mentre “nella collaborazione si sta insieme perché si ha a cuore il bene dell’altro e, pertanto, di tutto il Popolo di Dio che siamo chiamati a servire: non dimentichiamo il volto concreto delle persone, non dimentichiamo le nostre radici, il volto concreto di coloro che sono stati i nostri primi maestri nella fede”.

Per Papa Francesco, la comunione implica anche “riconoscere le diversità”, senza vivere comunione e uniformità come sinonimi, ma piuttosto riconoscendo e vivendo “con gioia la ricchezza multiforme del popolo di Dio”.

“A me – aggiunge il Papa - fa bene rileggere l’inizio della Lumen Gentium, quei numeri 8 e 9 che esaltano il popolo fedele di Dio. E questo è ossigeno per l’anima”.

Infine, la missione, che – spiega Papa Francesco – “ci salva dal ripiegarci su noi stessi”. Per il Papa “solo un cuore aperto alla missione fa sì che tutto ciò che facciamo ad intra e ad extra sia sempre segnato dalla forza rigeneratrice della chiamata del Signore”.

La missione, poi, “sempre comporta passione per i poveri, cioè per i ‘mancanti’: coloro che “mancano” di qualcosa non solo in termini materiali, ma anche spirituali, affettivi, morali. Chi ha fame di pane e chi ha fame di senso è ugualmente povero”.

Papa Francesco sottolinea che “la Chiesa è invitata ad andare incontro a tutte le povertà, ed è chiamata a predicare il Vangelo a tutti perché tutti, in un modo o in un altro, siamo poveri, siamo mancanti”. Ma la Chiesa va anche loro incontro perché “essi ci mancano: ci manca la loro voce, la loro presenza, le loro domande e discussioni”.

Insomma, “la persona con cuore missionario sente che suo fratello le manca e, con l’atteggiamento del mendicante, va a incontrarlo. La missione ci rende vulnerabili, ci aiuta a ricordare la nostra condizione di discepoli e ci permette di riscoprire sempre di nuovo la gioia del Vangelo”.

Concludendo, Papa Francesco sottolinea che “partecipazione, missione e comunione sono i caratteri di una Chiesa umile, che si mette in ascolto dello Spirito e pone il suo centro fuori da sé stessa”.

Dice il Papa: "Facendo memoria della nostra lebbra, rifuggendo le logiche della mondanità che ci privano di radici e di germogli, lasciamoci evangelizzare dall’umiltà del Bambino Gesù. Solo servendo e solo pensando al nostro lavoro come servizio possiamo davvero essere utili a tutti. Siamo qui – io per primo – per imparare a stare in ginocchio e adorare il Signore nella sua umiltà, e non altri signori nella loro vuota opulenza. Siamo come i pastori, siamo come i Magi, siamo come Gesù".

Come dono, Papa Francesco lascia tre libri, "da leggere, non da lasciare in Biblioteca": "Convertire Peter Pan. C'è destino della fede in questa società di eterna giovinezza", del teologo Armando Matteo, sottosegretario della Congregazione della Dottrina della Fede; poi "La pietra scartata. Quando i dimenticati si salvano" di padre Luigi Maria Epicoco, che ha dato al Papa l'idea della storia di Naaman il siro; e un libro dell'arcivescovo Fortunatus Nwachucku, nunzio apostolico, intitolato "Parola abusata", in cui fa una riflessione "sul chiacchiericcio che scioglie l'identità". 

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