Papa Francesco nei Balcani, l’attesa dell’esarca apostolico di Sofia

Il vescovo Christo Proykov, esarca apostolico di Sofia
Foto: Vatican News
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Una Chiesa piccola, ma presente e viva, che attende il Papa con gioia ed è consapevole delle sfide che la aspettano: così il vescovo Christo Proykov, esarca apostolico di Sofia, tratteggia la Chiesa di Bulgaria che si appresta ad accogliere Papa Francesco.

Il vescovo Proykov è di rito orientale, ma è anche il presidente di una Conferenza Episcopale interrituale, vale a dire che unisce i riti bizantino e latino. Ed è il segno di un luogo dove la convivenza è di casa, perché a Sofia in un quadrilatero si trovano una moschea, una sinagoga, la co-cattedrale cattolica di San Giuseppe e una Chiesa ortodossa che potrebbe essere definito “il Laterano del Patriarcato di Bulgaria”, perché è la cattedrale ortodossa metropolitana Sv. Nedelya.

Eccellenza, come ci si prepara alla visita del Papa?

Aspettiamo il Santo Padre con gioia. Tutti i fedeli sono molto entusiasti della visita, Per noi, si tratta di avvenimento storico: la Bulgaria esiste come Paese con questo nome da più di 1300 anni, ma il primo Papa in Bulgaria fu Giovanni Paolo II nel 2002, e ora, meno di venti anni dopo, un altro Papa sta venendo a farci visita. La gente è molto entusiasta. Stiamo raccogliendo le iscrizioni per la partecipazione alla Messa con il Papa, e ci siamo meravigliati non solo che ci siano tante richieste, ma che vengano non solo da cattolici, ma anche da ortodossi, protestanti, credenti e non credenti.

Perché questo entusiasmo, secondo lei?

Si vede che Papa Francesco ha toccato molto il cuore di tutto il mondo e delle persone. Molti sono sensibili al suo lavoro, alle sue opere di misericordia, e soprattutto alla sua idea sociale di andare verso i più poveri, più bisognosi. Questo si nota anche dall’attenzione che i media danno alla visita di Papa Francesco, perché c’è sempre qualche notizia su d lui.

Quale è la situazione della religione in Bulgaria?

La maggioranza della popolazione è di fede ortodossa. Quindi, su otto milioni di persone della popolazione bulgara, contiamo un milione di musulmani. Si tratta di bulgari che sono stati forzati alla conversione durante l’Impero Ottomano, sotto il quale la nazione è stata per cinquecento anni, ma che ormai si sentono musulmani. Poi ci sono protestanti, armeni, ebrei. C’è una tolleranza notevole tra tutte le confessioni.

Questo clima di dialogo si nota anche dalla presenza di una conferenza episcopale cosiddetta interrituale, che non divide tra Sinodo bizantino e vescovi di rito latino..

Per noi non c’è niente di speciale. Ci sono tre diocesi in Bulgaria, due di rito latino e una di rito orientale bizantino slavo. Per noi c’è sempre stata una convivenza molto bella, e mai abbiamo avuto difficoltà tra di noi. Per questo, si è creata la Conferenza Episcopale Interrituale. Io, ad esempio, sono di rito orientale, ma da quando mi hanno nominato vescovo sono sempre stato presidente di questa Conferenza Episcopale, perché la mia sede è a Sofia ed è più facile tenere i rapporti con le istituzioni nella capitale.

A proposito di rapporti con le istituzioni, la Chiesa è stata in prima linea nel criticare una nuova legge sul culto promulgata in Bulgaria. Di cosa parla questa legge e perché la Chiesa si è opposta?

La nuova legge prevede che solo le religioni di maggioranza – per numeri, quella ortodossa e quella musulmana – possono ricevere sovvenzionamenti dallo Stato, mentre alle minoranze come la Chiesa cattolica non spetta nulla. Le nostre tasse, quindi, vanno direttamente alle grandi religioni. Questo crea molte difficoltà, e noi speriamo che la legge cambi. Si parla già di una nuova discussione.

Fino ad adesso esisteva una legge del 2002, che permetteva una distribuzione più equa. La Chiesa cattolica non è finanziata, non ha salari, e i sacerdoti vivono solo delle intenzioni delle Messe.

Quanto è forte l’impatto della Chiesa cattolica che è in Bulgaria sulla società, in particolare nell’aiuto ai più bisognosi?

Durante quasi cinquanta anni di ateismo, era stato proibito alla Chiesa di lavorare e curare i bisognosi, perché era monopolio dello Stato. Subito dopo il cambiamento del 1989, è stato possibile riprendere l lavoro, ma la Chiesa mancava di esperienza. Caritas Internationalis e alcune Caritas nazionali sono venute qui a darci una mano per cominciare a vivere questa esperienza. Una esperienza nuova per noi, della quale veramente c’era bisogno. Mi ricordo che nel 1994 c’era una grossa crisi in Bulgaria e Caritas Bulgara era al secondo posto per aiuti dopo la Croce Rossa. Abbiamo tanti progetti che lavorano con handicappati, con ragazze madri, con bambini abbandonati, con migranti, sia quelli che passano per la Bulgaria che quelli che restano.

Si sente ancora l’influsso del socialismo?

Direi che da quando siamo entrati in Europa, c’è maggiore sicurezza per il Paese. Ma ci sono ancora persone che hanno nostalgie del passato, perché magari nel passato stavano un po’ meglio. Le leggi sono democratiche, la Chiesa può vivere in maniera più normale, ma tutto questo dipende da come le persone vivono e da come ricordano il passato.

Quale è la situazione dei rapporti ecumenici?

Più che di rapporti ecumenici, possiamo parlare di una convivenza abbastanza buona, e anche di una tolleranza. Io conosco da quando sono ragazzo l’attuale patriarca della Chiesa ortodosso Neofit, e sono molto contento che oggi sia lui il Patriarca, perché è una persona brava, con una fede profonda e forte. Quando siamo insieme ci trattiamo veramente come amici, quando ci troviamo in situazioni ufficiali è chiaro che la distanza deve essere rispettata.

Ci sono dei punti di incontro?

Al livello dei laici, tra ortodossi, protestanti e cattolici si lavora molto bene, sia in opere sociali che a livello politico. Ad esempio, c’è stato un momento in cui è stato forte il pericolo che la legge potesse favorire l’aborto in un voto su una legge per i diritti dei bambini. Laici cattolici e ortodossi si sono uniti e hanno presentato una petizione congiunta al Parlamento, cosicché la legge non è passata. Più difficile è trovare punti di incontro a livello di gerarchia.

Cosa sperate scaturisca dalla visita di Papa Francesco?

Mi fa piacere che Papa Francesco, per il suo viaggio in Bulgaria, ha scelto il motto Pacem in Terris, che è il titolo della celebre enciclica di San Giovanni XXIII. È un motto che calza, perché tutti i cambiamenti negli ultimi anni in Bulgaria sono avvenuti in modo pacifico. La Bulgaria può essere così considerata una luce che splende verso gli altri Paesi, come speriamo sia quando Papa Francesco guiderà una preghiera per la pace alla fine della sua giornata a Sofia. Io credo che questa preghiera abbraccerà la terra, perché nella terra ci sono tanti posti in cui c’è bisogno di pace. Noi cattolici in Bulgaria, preparandoci per la visita del Sano Padre, abbiamo scelto una preghiera per la pace che termina con queste parole: “Che il Signore della pace ci dia la sua pace, la lasci nelle nostre anime e nella nostra vita. E noi, con la nostra vita, vogliamo mostrare a tutti che si può vivere la pace. Si tratta non solo della nostra speranza, ma del modo in cui continueremo la nostra visita dopo la visita di Papa Francesco.

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