Papa Francesco: non va in Sud Sudan, ma invia per ora tre progetti

Papa Francesco durante l'incontro con i capi religiosi del Sud Sudan, 7 ottobre 2016
Foto: L'Osservatore Romano / ACI Group
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È solo rinviato, per ora, il progetto di Papa Francesco di andare in Sud Sudan, magari con un viaggio ecumenico. Ma il Papa vuole comunque essere presente nel Paese. Per questo, viene lanciato un progetto in tre aree, per alleviare le sofferenze di una popolazione martoriata da una guerra che si tiene dal 2013 lontano dai riflettori.

Prima di tutto, l’area della salute, gestito dalle Suore Missionarie Comboniane. Ci sono due ospedali comboniani. Uno nella diocesi di Wau, che ha cominciato le attività nel 2011 e ha una capacità di 105 posti letto distribuiti nei reparti di chirurgia, medicina e maternità, e che ha una media di 300 pazienti al giorno e 40 mila ricoveri l’anno.

L’altro è l’ospedale di Nzara, nella diocesi di Tombara Yambio, con 130 posti letto – poco più della metà nel reparto pediatrico – con una media di 90 pazienti al giorno, che ha come priorità, appunto, l’assistenza sanitaria ai bambini, ma anche la prevenzione e cura di malattie come tubercolosi, lebbra e AIDS.

Quindi, i progetti di educazione, gestiti dall’associazione Solidarity with South Soudan. L’associazione, non registrata, raccoglie congregazioni religiose maschili e femminili, che si riuniscono anche in centri intercongregazioni, con una visione profetica che poi fu lanciata da Papa Francesco nell’Anno per la Vita Consacrata, ovvero quella di andare oltre i propri carismi.

L’associazione ha un programma full time per ottenere un diploma di insegnante presso la scuola primaria, e i corsi sono riconosciuti dal ministero dell’Istruzione. Si chiama Solidarity Teacher Training Center (STTC), ha sede a Yambio e raccoglie studenti che rappresentano 14 diversi gruppi etnici. Il centro ha accolto 3500 studenti fino ad ora. Poi c’è supporto volto a sostenere 16 studenti nel proprio percorso formativo con borse di studio: al termine del percorso di due anni gli studenti otterranno il Certificato Nazionale di insegnante della scuola primaria.

Infine, l’area dell’agricoltura. Il supporto dato dal Papa verrà destinato in modo particolare ai programmi di livelihoods, con l’acquisto di sementi e di attrezzi agricoli a favore di 2500 famiglie nelle Diocesi di Yei, Tombura-Yambio e Torit – nelle zone in cui è possibile coltivare. Il progetto è realizzato a livello diocesano dalle rispettive Caritas.

Il Cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, sottolinea che il progetto dell’agricoltura – curato da Caritas Internationalis – coinvolge 200 mila famiglie nella diocesi di Yai.

Il Cardinale ha dato anche le cifre dei contributi: un contributo del Papa di 100 mila dollari per l’assistenza sanitaria, mentre dalla Segreteria di Stato e da Cor Unum sono arrivati 131 mila dollari a testa come assistenza.

Una goccia nel mare in una situazione difficile. Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis, sottolinea che “i numeri di quanti hanno bisogno sono già enormi, e stanno crescendo. La carestia è tornata, le persone stanno combattendo per le loro vite. La priorità è di terminare la guerra. Papa Francesco è impegnato in questo, ma le persone che si devono parlare non si parlano. Eppure, a leggere i messaggi dei vescovi, la necessità di terminare lo stato di guerra è molto chiaro”.

Il vero motivo della sua povertà del Sud Sudan è la guerra, perché il Paese è stato in guerra per 42 degli ultimi 60 anni. I colonialisti britannici l’avevano accorpato al Sudan per convenienza amministrativa, ma al nord la popolazione era in maggioranza musulmana e parlava arabo, mentre a sud era perlopiù cristiana e di cultura, etnia e lingua africana.

Il conflitto è cominciato un anno prima dell’indipendenza del Sudan nel 1956, con la resistenza del sud ai tentativi del governo sudanese di islamizzarlo e arabizzarlo. La prima guerra civile è durata fino al 1971, ma la seconda è stata ancora più lunga: dal 1983 al 2005. Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza, nel 2011, era ormai una società completamente militarizzata.

E quella di oggi è una guerra scaturita proprio dall’indipendenza.Nel gennaio 2011 si arriva finalmente al referendum che stabilisce, praticamente all'unanimità, la nascita del 54esimo Stato africano. Ma resta da definire la situazione di Abyei, una regione di circa 10,500 km², al centro-sud del Paese, una specie di ponte tra Nord e Sud considerata una sorta di ponte fra il Sudan settentrionale e quello meridionale. Viene concepito uno status amministrativo "speciale", ma l'area continua ad essere pretesa da tutte e due le nazioni per la sua enorme ricchezza petrolifera.

La Santa Sede, va da sé, lavora incessantemente per una mediazione. Anche se la missionaria comboniana Laura Gemignani non dispera di vedere il Papa in Sud Sudan. “Lo ringraziamo di tutto quello che fa per noi, ma lo vogliamo giù”, dice presentando le attività dell’ospedale.

Si sa che la Santa Sede è impegnata in una opera di mediazione, ma niente che si possa dire ufficialmente. Il Papa ha incontrato il 7 ottobre 2016 in Udienza i tre principali Capi Religiosi del Sud Sudan, membri del South Sudan Council of Churches (SSCC), il 15 marzo 2017 ha detto all’arcivescovo Gallagher, ministro degli Esteri vaticano, di inviare un dono significativo attraverso l’ex Cor Unum ormai assorbito nel Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, e il 12 aprile ha approvato i tre progetti.

Il Cardinale Turkson sottolinea di essere stato coinvolto in due diverse iniziative di mediazione, la prima nel 2013. E afferma: ”La speranza di mediazione non si deve perdere mai, solo che è complesso perché il conflitto è sceso anche nelle regione di Vittoria. Da qui, un nuovo tentativo della Santa Sede, con il nunzio Balva che ha fatto presente l’opzione della Santa Sede”. Per ora, c’è bisogno di creare una nuova struttura sociale. E poi c’è necessità di una volontà di pace. Solo se ci saranno queste aperture, il Papa potrà finalmente trovare una ragione per andare: per favorire il processo di pace.

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