Papa Francesco: “Solo l’Europa può portare unità nel mondo”

Papa Francesco incontra il movimento Poisson Rose
Foto: Foto di Stefano Ceccanti, pubblicata su unita.tv
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Il Papa argentino che spera nell’Europa. In un incontro privato lo scorso 1 marzo con i membri del movimento francese “Poisson Roses”, Papa Francesco ha parlato di Europa, globalizzazione, politica. Un’ora e mezza, con l’aiuto di un interprete, in cui il Papa ha ribadito i temi sociali del suo pontificato. Ma anche sottolineato che “l’unico continente che può portare un po’ di unità nel mondo è l’Europa”. Perché “la Cina può anche avere una cultura più grande, più profonda”. Ma solo l’Europa ha “una vocazione per un servizio universale".

Delle parole di Papa Francesco sappiamo dal resoconto che ne ha fatto Jean-Pierre Denis, direttore editoriale del settimanale cattolico francese La Vie, ma anche dalle parole di Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare italiano, che è stato invitato a partecipare all’incontro (ne ha raccontato su unita.tv). Al quale non c'erano nemmeno i fotografi dell'Osservatore Romano, segno che si trattava di uno dei tanti incontri che il Papa fa fuori dall'agenda ufficiale, e lontano da ogni pubblicità.

Ma chi sono i Poissons Roses? Papa Francesco dice che ha accettato di incontrarli perché glielo ha chiesto “il suo amico, il Cardinal Barbarin”. Si tratta di un movimento francese, che include il laboratorio Esprit Civique, e che si inserisce nell’esperienza del cattolicesimo “di sinistra” ma non comunista. Le basi intellettuali sono rappresentate dal personalismo di Emmanuel Mounier, la filosofia di Paul Ricoeur, e dall’idea politica di Jacques Delors, padre dell’Europa.

Il dialogo riguardava l’impegno politico oggi in un quadro globale, con un riferimento specifico all’Europa e alla Francia. Papa Francesco ha sottolineato il grande potenziale dell’Europa, quello di portare un po’ di unità al mondo.

Racconta Ceccanti: “L’Europa come tale, per il Papa, ha grandi capacità di svolgere un ruolo positivo in questa globalizzazione poliedrica, perché ha un patrimonio prezioso di radici che vanno rinnovate in modo moderno, seguendo tre grandi umanisti modierni: Mounier, Ricoeur e Lévinas”.

La conversazione, dopo una presentazione del movimento da parte del fondatore Michel De Roux e altri tre deputati socialisti, era cominciata proprio partendo da Emmanuel Lévinas, il filosofo francese di origine lituana che – racconta Francesco – “basa la sua filosofia sull’incontro dell’altro. L’altro ha un volto. Bisogna abbandonarsi a contemplare”.

Da dove deve venire la contemplazione? Dalle periferie, intese in senso sia geografico che esistenziale. Per Papa Francesco “dai tempi di Magellano, abbiamo imparato a guardare il mondo da Sud. Ecco perché dico che il mondo si vede meglio dalle periferie che dal centro, e che io posso capire la mia fede dalla periferia”. Un punto di vista cui si aggiunge un’altra parola chiave dell’idea sociale di Francesco, la globalizzazione vista come “poliedro”. Perché “la globalizzazione ci unisce e ha i suoi lati positivi. Ci sono aspetti buoni e meno buoni nella globalizzazione. Il peggio può essere rappresentato da una sfera in cui tutti sono alla stessa distanza dal centro. La migliore globalizzazione sarebbe piuttosto un poliedro. Ognuno è unito, ma ogni popolo, ogni nazione, deve conservare la propria identità, la propria cultura, la propria ricchezza”. Insomma, la sfida è quella per una buona globalizzazione.

E continente guida può essere l’Europa, che pure ha definito una “nonna” nel suo discorso a Strasburgo. “Se l’Europa vuole ringiovanire – ha detto il Papa – deve trovare le sue radici culturali. Tra tutti i Paesi occidentali, le radici europee sono quelle più forti e profonde. Attraverso la colonizzazione queste radici hanno addirittura raggiunto il nuovo mondo. A forza di dimenticare la sua storia, l’Europa si sta indebolendo. E rischia di diventare un posto vuoto”.

Un’espressione forte, notano gli interlocutori. Il Papa – secondo il direttore de La Vie – risponde: “Si può parlare di una invasione araba oggi. È un fatto sociale”. Ma – aggiunge – “quante invasioni l’Europa ha vissuto nel corso della sua storia! Eppure è sempre stata in grado di superare se stessa, di andare avanti per trovarsi poi come ampliata dallo scambio con le altre culture”.

Il Papa lancia anche un messaggio alla Francia, tempio della laicità. “Si dice nel mondo ispanico che la Francia è la figlia primogenita della Chiesa, ma non necessariamente quella che la ama di più. Sono stato tre volte in Francia, a Parigi, per incontrare i gesuiti quando ero provinciale. La Francia ha una forte vocazione umanistica. Questa è la Francia di Emmanuel Moounier, Emmanuel Lévinas o Ricoeur. Dal punto di vista cristiano, la Francia ha dato vita a molti santi”. E ricorda poi la formazione culturale, fa riferimento a De Lubac e De Certau, si dice francese come spiritualità, facendo riferimento a Pierre Favbre – che il Papa ha beatificato con equipollenza – e sottolineado di aver seguito la corrente di padre Louis Lallemant.

Su un livello politico – aggiunge il Papa – “la Francia è riuscita a stabilire la democrazia nel concetto di laicità. Oggi uno Stato deve essere laico. Ma la vostra laicità è incompleta. La Francia deve diventare un Paese più laico. Ci vuole una sana laicità”. E questa prevede – per Papa Francesco – “una apertura a tutte le forme di trascendenza, secondo le diverse tradizioni religiose e filosofiche. Anche un ateo può avere una interiorità, perché la ricerca della trascendenza non è solo un dato di fatto, ma un diritto”. Il Papa critica la laicità francese, che deriva “un po’ troppo dall’Illuminismo, per il quale le religioni sono una sottocultura. La Francia non è ancora riuscita ad andare oltre questa eredità”.

 Insomma, quando un Paese si chiude “ad una concezione sana della politica, finisce prigioniera, ostaggio di colonizzazioni ideologiche. Le ideologie sono il veleno della politica. Abbiamo il diritto di essere a sinistra o a destra. Ma l’ideologia toglie la libertà”.

Il Papa chiede di “coltivare il bene comune”, al di là di ogni carattere politico. E sottolinea che l’ideologia peggiore è l’idolatria del denaro. “Il culto del denaro è sempre esistito, ma oggi questa idolatria è diventata il centro del sistema mondiale”. La sfida per il Papa è di “collegare finanza e denaro con una spiritualità del bene comune”.

Altro tema: la misericordia, che in latino “significa il cuore che si inchina alla miseria. Ma se seguiamo l’etimologia ebraica non è solo il cuore, ma il coraggio, e sono interessati l’addome, il grembo materno, la capacità di sentire la madre. In entrambi i casi si tratta di noi stessi”. Ma la misericordia non ha solo una dimensione religiosa, per il Papa, ha piuttosto “la possibilità di sperimentare l’empatia. E’ una chiamata per l’umanità”.

Nella delegazione c’è anche Karima Berger, intellettuale musulmano, e fa notare al Papa che anche nell’Islam Dio è definito misericordioso. “Lavoriamo molto nel dialogo tra cristiani e musulmani”, dice Papa Francesco. Ricorda il suo viaggio in Repubblica Centrafricana, sottolinea che lì c’era “armonia”, che il “presidente di transizione, da cattolico praticante, è amato e rispettato dai musulmani. Sono andato alla moschea. Ho chiesto all’imam se potevo pregare. Mi sono tolto le scarpe e sono andato a pregare. Ogni religione ha i suoi estremisti”.

Spiega Ceccanti che il Papa “in un vivace scambio di domande e risposte offre poi sia un parametro alto (‘la politica come forma più alta di carità’, citando Paolo VI, che non si esaurisce mai quindi nelle sole intese contingenti) sia un metodo pragmatico (la politica dove tavolo in cui ci si siede e si deve essere disponibili a cedere qualcosa in nome del bene comune che richiede convergenze).”

 

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