Papa Francesco tende una mano all'Ucraina. E Mosca non ci sta

Papa Francesco saluta l'arcivescovo maggiore Shevchuk, 5 marzo 2016
Foto: © L'Osservatore Romano Photo
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Non è rimasta senza effetto la dichiarazione che Papa Francesco aveva fatto consegnare dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri vaticano”, al Sinodo permanente della Chiesa greco-cattolica ucraina, che si era riunita a Roma la scorsa settimana. Perché il riferimento allo “pseudo Sinodo di Lviv” contenuto nel documento non poteva non far ridestare il patriarcato di Mosca. Che contesta quella ricostruzione storica.

E allora il metropolita Hilarion, a capo del Dipartimento della Relazioni Estere del Patriarcato di Mosca, ha scritto lo scorso 11 marzo una lunga pubblicata sull’agenzia di stampa Interfax. Una nota stizzita, in cui si notava che “a dispetto della comprensione registrata su molti problemi vitali della modernità, profonde differenze restano fra gli ortodossi e i cristiano cattolici, in particolare la loro visione sulla storia comune piena di eventi tragici”.

“Una pietra di inciampo” – nelle parole di Hilarion – che “rovina i tentativi di stabilire un dialogo, di incrementare la comprensione reciproca e di raggiungere posizioni comuni”. E fa la lista degli eventi della storia recenti vista da Mosca, facendo sempre riferimento ai greco-cattolici ucraini come “uniati”, un termine dispregiativo con il quale i russi definiscono quanti sono in unione con Roma, dopo essere magari stati nel Patriarcato ortodosso. E la Chiesa greco-cattolica ucraina è considerata uniate perché era stata inglobata dal patriarcato di Mosca appunto con lo pseudo-sinodo di Lviv del 1946, nonostante fosse da sempre stata fedele a Roma (pur mantenendo la tradizione ortodossa) e perché poi questa era tornata alla sua tradizione nel momento in cui era potuta uscire dalle catacombe, con il dissolvimento dell’ “impero” sovietico nel 1989.

Lamenta Hilarion “la distruzione di tre diocesi ortodosse da parte degli Uniati dell’Ucraina orientale degli anni ‘90”, la “presa di diverse centinai di chiese, il fatto che i greco-cattolici abbiano spostato la sede centrale da Leopoli a Kiev, la “proliferazione di missioni uniati a Sud e a Est, terre inizialmente ortodosse”, e anche “l’appoggio degli uniati agli scismatici”, ovvero gli ortodossi delle chiese indipendenti ucraine.

Quest’ultimo si configura come un punto dolente in vista del Grande e Santo Concilio Pan-Ortodosso, che si dovrebbe celebrare a Creta dal 16 al 27 giugno prossimi. Proprio la celebrazione del Grande e Santo Concilio è stato uno dei motivi per cui il Patriarcato di Mosca ha accelerato il progetto di incontrare il Papa, nel tentativo di mostrarsi alla pari con il Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli, che con Roma ha sempre avuto ottimi rapporti.

Ora, il patriarca Kirill si può presentare al Grande e Santo Concilio perlomeno alla pari nella questione dei rapporti con Roma. Ci sono però altre questioni da risolvere. Come si voterà, ad esempio? Perché se a votare dovessero essere solo i patriarchi, allora Mosca si ritroverebbe un voto alla pari con quello degli altri. Se invece si votasse proporzionalmente al numero di fedeli, Mosca avrebbe più peso, perché è la chiesa ortodossa più grande.

E qui si inserisce la giurisdizione sul patriarcato ortodosso di Kiev: è indipendente, Mosca vi esercita una certa influenza, ma sente anche la pressione di Costantinopoli, che potrebbe, in vista del Concilio, tentare di averne la giurisdizione, aggiungendo un prezioso alleato a Creta.

Si deve leggere in questa luce l’attivismo del patriarcato di Mosca, che ha portato alla dichiarazione congiunta che ha ferito molti, nel territorio ucraino. Perché la dichiarazione utilizza il termine di uniatismo, riprendendo il documento di Ballamand del 1993: una scelta terminologica che nel dibattito sull'Ucraina dà forza ai russi. I quali contestano anche le insistenze della Chiesa greco-cattolico ucraina nel parlare di una “aggressione russa” all’Ucraina. Scrive Hilarion, infatti, che alle azioni del passato si accompagnano “gli insulti della Chiesa Greco Cattolico Ucraina contro la Russia e la Chiesa ortodossa Russa” cresciuti dopo l’inizio del Maidan, ovvero delle proteste che sono poi sfociate nel conflitto ucraino.

La Chiesa greco-cattolico ucraina ha però pagato con il sangue la sua fedeltà a Roma nel corso dei secoli, e questo è stato spiegato chiaramente a Papa Francesco dall’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, che gli parla con la franchezza dell’amico – si conoscono da quando il Papa era arcivescovo di Buenos Aires. A lui, l’arcivescovo Shevchuk ha portato il grido di un popolo che soffre, e il Papa ha risposto con una lettera diplomatica che mirava a ripristinare le cose.

Con il risultato, però, di irritare Mosca. Che non punta al dialogo ecumenico, ma che continua con le sue argomentazioni politiche. Come politiche sono le diatribe che precedono il Grande e Santo Concilio.

Cosa farà Papa Francesco, sospeso ora tra gli ucraini fedeli a Roma e un battagliero patriarcato di Mosca?

Da una parte, c’è la possibilità di continuare il dialogo sul terreno comune della morale e della famiglia. Dall’altra, c’è anche la possibilità che il Papa punti a una sorta di riparazione con la Chiesa greco-cattolica ucraina.

E questa riparazione risulterebbe nell’accelerazione della causa di beatificazione per l’arcivescovo Andrej Szeptycki, una delle figure più rievanti della storia della Chiesa ucraina. Galiziano, di famiglia nobile di origini polacche, vescovo di Leopoli nel 1900, ha una storia che forse meglio di tutte rappresenta quella del popolo ucraino. Quando scoppiò la I guerra mondiale nel 1914, l’Ucraina occidentale venne occupate dalle truppe della Russia zarista, che era da sempre ostile alle comunità cristiane in comunione con Roma, e il metropolita Szeptycki venne arrestato e rimase prigioniero fino al marzo 1917.

Nel 1929, Szeptycki fondò a Leopoli una accademia teologica, e nominò rettore Josyp Slipyi, poi suo coadiutore e successore e anche lui in fama di santità. Nel 1939, la Polonia fu occupata dall’Unione Sovietica, mentre dal 1941 al 1944 la Polonia fu occupata dal Terzo Reich. E Szeptycki si oppose a entrambe le ideologie totalitarie. Aveva parole di fuoco per il comunismo, ma anche per il nazionalsocialismo, che definì – in una lettera indirizzata a Pio XII – di natura “quasi diabolica”. È anche giusto tra le nazioni, perché salvò il rabbino David Kahane dalla Shoah. Le sue virtù eroiche sono state riconosciute il 17 luglio 2015.

Se il Papa ne accelerasse la beatificazione per l’Anno della Misericordia, sarebbe un segnale forte per la Chiesa ucraina. Ma sarebbe un ulteriore allarme per il Patriarcato di Mosca. teso nella preparazione del Grande e Santo Concilio - gli scorsi giorni si è tenuto sul tema un importante incontro, Mosca probabilmente non prenderebbe bene una decisione del genere.

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