Fratelli tutti, Papa Francesco usa il filtro del Buon Samaritano per indicare la strada

La nuova enciclica del Papa, Fratelli tutti, spiega la fratellanza ai non cristiani

La copia dell 'enciclica firmata dal Papa ad Assisi
Foto: www.sanfrancescopatronoditalia.it
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Un enciclica con un incipit pessimista che si basa sul mettere in luce le negatività del mondo contemporaneo. Un po’ di luce arriva alla fine, ma non si tratta di “speranza cristiana” piuttosto della “dimensione universale dell’amore fraterno”.

Fratelli tutti, scriveva San Francesco nelle “Ammonizioni”, non è uno dei passaggi fondamentali ma è piaciuto al Papa che ha scelto il nome del Serafico Padre.

E questi fratelli sono tutti gli uomini di buona volontà. Con uno sguardo particolare agli islamici come spiega proprio il Papa.

Per chi non conosce il pensiero di Bergoglio la lettura del testo sarà un modo per avere un “manuale “ del suo pensiero. Per chi segue il Papa è l’occasione di ritrovare i suoi cavalli di battaglia. In particolare la cultura dello scarto da contrastare con la cultura dell’incontro che trova espressione nel dialogo.

Con un linguaggio semplice fino al colloquiale, e una struttura che mette insieme un po’ tutti i temi, il Papa centra tutto sulla parabola del Buon Samaritano, la sua preferita che cita e commenta spesso. Rilegge i personaggi e propone come legarli all’oggi.

La prima parte dell’enciclica è un elenco di situazioni negative che solo attraverso il filtro della parabola trovano una soluzione positiva.

A Papa Francesco il mondo contemporaneo non piace proprio. Non ama la rete, non ama l’ economia, non riesce a trovare aneliti di positività e pensa che stiamo perdendo tutti la speranza. Ma attraverso la lettura della parabola del Buon Samaritano arriva a portare la parola “amore” verso una universalità dell’incontro.

Così dalle invettive contro gli egoismi del mondo ricco il Papa passa all’esaltazione della “relazionalità”. Un principio che aveva chiarito nelle sue prime interviste da Papa.

La fratellanza allora si basa sull’amore e sul perdono che non è perdita della memoria, e cita la shoa. Ma senza il perdono non c’è amore, per questo condanna ancora una volta la pena di morte  come aveva condannato nella prima parte l’aborto e la violenza sulle donne, i bambini, la tratta etc.

Amore è aprire le porte, e farlo insieme senza perdere però l’identità. Quella cristiana, cattolica, appunto universale, ma al fianco di “altri che bevono ad altre fonti”. I non cristiani, coloro che però sono credenti che credono nel trascendente.

Non è un passaggio facile e rischia di essere letto e applicato in modo sincretista. Ma il Papa corre il rischio per non perdere il principio base del suo testo: essere fratello di tutti. E farlo attraverso le miserie dell’uomo che deve invece riconquistare la dignità.

Cita Martin Luter King, Desmon Tutu e Gandhi, ma alla fine per lui il più importante è Charles de Foucauld, che nel deserto africano trova Dio negli ultimi, ed identificandosi con loro arriva a diventare fratello di tutti.

Il testo si basa, e lo dice chiaramente il Papa, sul Documento sulla fratellanza firmato ad Abu Dhabi lo scorso anno, e si rivolge a tutti, anche agli agnostici. Ma forse gli argomenti non sono sufficienti a convincere proprio tutti della dignità di nascituri, morenti, condannati. E del resto il Papa lo sa e cita Giovanni Paolo II: “Se non c’è verità trascendente a cui l’uomo deve obbedire per diventare completamente identico a se stesso, non c’è nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra persone”. ( Centesimus annus, 1991).  E per un un Papa solo Cristo può essere quella verità.

Un linguaggio semplificato per teorie complesse, le idee di Papa Francesco sono spesso velate nelle frasi facili da ricordare. Ci vogliono diverse letture però per comprendere davvero cosa Bergoglio voglia dire ai suoi fratelli.

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