Papa Leone XII, la diplomazia di un papato tra liberalismo e intransigenza

Papa Leone XII
Foto: pd
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Nel 2023 è  prevista a Roma una grande mostra dedicata Papa Leone XII, uno degli ultimi pontefici ad essere anche re. In preparazione la Regione Marche di cui Annibale della Genga era originario, sta pubblicando una serie di volumi dedicati alla politica e alla diplomazia di questo Pontefice poco conosciuto dal grande pubblico. 

Ma come era nel 1823 la rete diplomatica pontificia? 

Il nuovo Papa eletto a settembre, Leone XII, trova una rete costruita e stabile, com spiega Roberto Regoli, uno dei curatori del volume “Dall'intransigenza alla moderazione. Le relazioni internazionali di Leone XII” insieme a  Ilaria Fiumi Sermattei e Paolo Daniele Truscello. La seconda edizione si arricchisce di studi sui rapporti diplomatici.  Torniamo allora al 1823. Pio VII, il predecessore di Papa Leone, aveva affrontato una situazione disastrosa, in una congiuntura di crisi europea, aveva una squadra “insufficiente, poco operativa e pure inefficiente”.

Erano uomini legati ai singoli Papi più che al Papato.  Ma c’era comunque un retroterra culturale omogeneo. “Alcuni di loro nel tempo della giovinezza sono stati membri dell’Accademia di religione cattolicafondata con l’idea di difendere il cattolicesimo, cioè di porre un argine alle idee e alla cultura anticattolica presenti in Europa secondo gli sviluppi politico-culturali prodottisi nell’ultimo decennio del Settecento”.

Un grande cambiamento arriva con le nomine del 1826  che  non è  “semplicemente un anno di mezzo del pontificato di Leone XII, quanto un anno centrale e di svolta da più punti di vista”. La politica interna cambia con un irrigidimento di fronte “alle tensioni dei gruppi rivoltosi e ad una insoddisfazione più ampia di parte dei ceti dirigenti del nord dello Stato nei riguardi dell’amministrazione della cosa pubblica”.  

In politica estera c’è una certa convergenza con altre potenze europee. “I curiali - scrive Regoli- (da Bartolomeo Pacca a Francesco Capaccini a Emanuele De Gregorio) tendono .a soffocare le novità ultramontane”. E tutto si riduce ad una prassi “di scialba ordinaria amministrazione non ravvivata da caldo afflato ideale, anzi spesso rattrappita in uno squallido precettismo bigotto, in un’occhiuta inquisizione poliziesca”.

Ma nel 1826 c’è un vero riordino dello scacchiere diplomatico pontificio. Consalvi, Lambruschini, Della Somaglia sono alcuni dei nomi che oggi sarebbero sulle prime pagine dei giornali.Sotto Leone XII prevale la scelta di  burocrati dell’amministrazione salvo poche eccezioni.  Come appunto Lambruschini, “unico vescovo residenziale collocato in una delle prime nunziature dell’epoca, uomo sintesi tra l’impostazione consalviana e quella eminentemente religiosa della Restaurazione”.

Come spiega Regoli “il 1826 segna il passo verso una “normalizzazione” del pontificato di Leone XII, che non esprime nomine diplomatiche originali intuitu personae papae. L’arrivo alla Segreteria di Stato di Bernetti saprà far puntare su cavalli di razza, come Capaccini, ma ormai il pontificato . al tramonto”.

Ma ci furono anche nomine più originali di Leone XII che avrebbero dato un contributo non secondario ai pontefici suoi successori: “A volte, un pontificato mette le premesse degli altri successivi, senza poterne raccogliere il frutto. Così è stato per papa della Genga”.

Il volume raccoglie testi in italiano, inglese e francese sui temi generali e sui singoli rapporti diplomatici con potenze straniere come l’ Austria o piccole realtà come la Toscana, ma anche con il Nord e Sud America  o con il Regno delle Due Sicilie e il Piemonte.

Come spiegano i curatori in queste seconda edizione del volume “Leone XII appare pienamente uomo politico del suo tempo, che, se ha dovuto pur rinunciare ad una politica internazionale europea fondata sui principi della religione, almeno è riuscito ad applicarla in America. E’ riuscito non per forza propria, ma per quella delle circostanze. Il Papato nelle relazioni internazionali non riesce a tracciare la strada, ma solo a insinuarsi in quelle aperture insperate che la storia e la politica lasciano ad attori minori, che cos. sul lungo periodo sono in grado di segnare un proprio percorso coerente, sebbene rallentato. E’ proprio in questo quadro che si realizza il passaggio di fondo della politica papale leonina: dall’intransigenza alla moderazione, dallo zelantismo alla necessità delle mediazioni. Si stanno mettendo le premesse al conservatorismo cattolico.”

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