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Perego, per i migranti ci vuole lo spirito di Sant' Agostino, come dice Papa Francesco

Il vescovo di Ferrara -Comacchio già presidente di Migrantes spiega le parole del Papa

Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara - Comacchio |  | lavocediferrara.it Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara - Comacchio | | lavocediferrara.it

Durante l’Angelus di domenica scorsa Papa Francesco ha ricordato la prossima Giornata mondiale del Migrante: “Domenica prossima, 29 settembre, ricorrerà la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per l’occasione celebrerò la Santa Messa qui in piazza san Pietro. Vi invito a partecipare a questa celebrazione per esprimere anche con la preghiera la nostra vicinanza ai migranti e rifugiati del mondo intero”. E nel messaggio ha sottolineato che non si tratta ‘solo di migranti’: “Conflitti violenti e vere e proprie guerre non cessano di lacerare l’umanità; ingiustizie e discriminazioni si susseguono; si stenta a superare gli squilibri economici e sociali, su scala locale o globale.

E a fare le spese di tutto questo sono soprattutto i più poveri e svantaggiati… In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali”.

Per questo durante le feste di San Nicola da Tolentino ho incontrato il vescovo di Ferrara e Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, che, dopo 20 anni, è ritornato a visitare le terre maceratesi. A lui abbiamo chiesto di spiegarci il motivo per cui il Papa ha scritto che ‘non si tratta solo di migranti, ma anche delle nostre paure’: “Quando si parla di migranti la tutela della vita e la dignità della persona sembrano andare in secondo piano: si chiudono i porti e le case. Sembra che le risorse messe a disposizione siano sprecate; non si pensa invece che queste persone siano fratelli, parte di una sola famiglia umana.

Abbiamo bisogno, non solo come cristiani, ma anche come cittadini di creare una condizione di democrazia e di umanità e legalità, che possano tutelare la dignità di chi è in fuga da guerre e da disastri ambientali, o di chi è in ricerca di una vita migliore. Quindi il Papa ci mette nel novero di tutti migranti, perché questa condizione, oltreché essere stata la condizione dei nostri genitori o sarà dei nostri figli, è una condizione che deve tenere sempre al centro il rispetto della dignità di ogni persona”.

“Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati”: nel messaggio il Papa si scaglia contro l’indifferenza della globalizzazione. Quale visione dell’uomo ha?

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“Il Papa vede l’uomo come creato a somiglianza di Dio, che è la più bella immagine che c’è sulla terra di Dio. Proprio perché immagine di Dio ognuno di noi rispecchia qualcosa di Dio. Proprio per questo ognuno deve essere amato e rispettato e fa parte della stessa casa, che è il mondo, per il quale papa Francesco ha regalato l’enciclica ‘Laudato sì’, dove il rispetto del creato è anche il rispetto dell’uomo. Inoltre ricorda come le persone soffrono per un creato che è violentato e sono costrette la loro terra (22.000.000 di persone ogni anno), perché la terra è desertificata. E’ molto bello che il papa ricordi che le nazioni siano connesse con il rispetto del creato”.

Quindi il Papa ripropone il collegamento agostiniano tra la ‘Città di Dio’ e la ‘Città dell’uomo’?

“Esattamente! Sant’Agostino ci ha ricordato che la ‘Città di Dio’ e la ‘Città dell’uomo’ non sono due città distinte e distanti, ma nella misura in cui noi costruiamo la città dell’uomo nella misura in cui costruiamo, secondo i principi di Dio, la città dell’uomo, costruiamo anche la città di Dio. Al centro di questa città non può che esserci la fraternità, che è anche il tema che il papa ha rilanciato con il documento firmato ad Abu Dhabi, dove anche questa relazione con il mondo arabo passa attraverso la fraternità, che spesso è dimenticato, specialmente quando si parla di migrazione”.

Quale giusto atteggiamento verso di loro?

“Quello evangelico: ‘Ero forestiero e mi avete ospitato’. L’atteggiamento dell’ospitalità, che diventa la capacità di incontrare e di accogliere le persone, tutelarle, promuovere le loro capacità e dare loro la possibilità di una nuova cittadinanza, di vivere in una nuova città. Sono le quattro parole che Papa Francesco ci ha consegnato (accogliere, proteggere, promuovere e integrare), ma che ha consegnato anche all’Onu. E credo che queste siano parole concrete che possano orientare una politica che tante volte invece dimentica come i migranti abbiano una famiglia, una cultura, delle capacità: quelle capabilities che ricordava Amartya Sen. E la politica tante volte è schiacciata sul presente e dimentica il futuro, dimenticando quindi il valore aggiunto dei migranti”.