Processo Palazzo di Londra, c’è falsa testimonianza?

Le ultime tre udienze del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato hanno lasciato aperti i dubbi su una eventuale falsa testimonianza del principale accusatori. E intanto torna una vecchia conoscenza

Un momento del processo
Foto: Vatican Media
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Monsignor Alberto Perlasca, per 12 anni capo dell’amministrazione della Segreteria di Stato, ha rigettato la definizione di super-testimone, sebbene sulle sue dichiarazioni si fossero basate molte delle ricostruzioni o delle teorie dei magistrati vaticani. Ma, dopo queste ultime udienze, la sua credibilità come testimone viene messa a dura prova. Così come restano dubbi su Gianfranco Mammì, direttore generale dell’Istituto delle Opere di Religione, che fu colui che diede il via alla procedura che ha portato al processo con una denuncia.

Nelle udienze 29,30 e 31 del processo, Mammì è stato sentito per la prima volta, si è contraddetto in alcune circostanze. Perlasca, invece, è stato sentito ancora una volta per chiarire alcune parti della sua testimonianza che risultavano poco chiare, e persino inconciliabili con la realtà. L’interrogatorio di Mammì lascia delle domande aperte, ma è iniziato e finito in quel momento. Quello di Perlasca, invece, ha aperto uno scenario che si poteva considerare insospettato. Ma andiamo con ordine.

Il processo

Come è noto, il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato include tre filoni di indagine: quello sull’investimento della Segreteria di Stato su un immobile di lusso a Londra, non l’unico tra l’altro; quello sulla vicenda cosiddetta “Sardegna”, e cioè su un presunto peculato del Cardinale Angelo Becciu, al tempo in cui era sostituto della Segreteria di Stato, in favore della sua famiglia per delle donazioni della stessa Segreteria di Stato alla Caritas di Ozieri, sua diocesi di provenienza; e infine il filone che riguarda Cecilia Marogna, la sedicente esperta di intelligence che è stata “ingaggiata” dalla Santa Sede e coinvolta in trattative per la liberazione di alcuni ostaggi.

Tre filoni di indagine portano, ovviamente, ad avere molti dettagli da seguire, all’interno del processo. C’è, però, un quadro generale che è importante rendere.

Monsignor Perlasca

Quando la scorsa settimana monsignor Perlasca era stato chiamato a testimoniare, per quattro volte Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale Vaticano, lo aveva invitato a fare attenzione alle sue dichiarazioni, perché poteva essere incriminato per falsa testimonianza. In particolare, c’era un episodio tutto da definire: nel suo memoriale, Perlasca raccontava che il Cardinale Becciu aveva deposto contro di lui, ma al momento del memoriale non c’erano stati attacchi personali di Becciu nei suoi confronti, ma nemmeno una deposizione di Becciu. Perlasca non aveva detto chi gli aveva suggerito che c’era stata una deposizione del cardinale.

Lo ha però rivelato il promotore di Giustizia, Alessandro Diddi. Il 30 novembre, nel momento in cui sarebbe dovuto essere interrogato monsignor Perlasca, Diddi ha reso note una serie di chat, ricevute alla fine della settimana precedente e per questo non agli atti, inviatigli dalla signora Genevieve Ciferri. Questa era l’amica di famiglia di Perlasca che ha lasciato anche al monsignore una nuda proprietà.

La signora ha rivelato al promotore di Giustizia vaticano che tutti i passi che ha consigliato di fare a monsignor Perlasca, inclusa la famosa cena al ristorante Scarpone con il cardinale Becciu, gli erano stati suggeriti da quello che il monsignore conosceva come “un anziano magistrato”, ma che altri non era che Francesca Immacolata Chaouqui, già membro della Commissione Referente per lo Studio della struttura economica amministrativa della Santa Sede (COSEA) e poi processata nell’ambito del procedimento cosiddetto Vatileaks 3.

Chaouqui non solo avrebbe suggerito alla Ciferri cosa dire a Perlasca di fare, passo dopo passo, ma avrebbe anche detto di farlo in nome dei magistrati vaticani, dimostrando una conoscenza precisa di quello che accadeva dentro le Mura Vaticane.

Ciferri lo ha spiegato a Diddi con parole che lasciano pensare ad una manipolazione, ma certo resta insoluta la domanda sul perché Chaouqui abbia preso questa iniziativa, e anche di come sia venuta a sapere che c’era un procedimento vaticano in corso, considerando che al tempo in cui cominciò i contatti ne potevano esssere a conoscenza solo gli inquirenti e i gendarmi vaticani che conducevano le indagini.

Monsignor Perlasca alla fine ha testimoniato anche di aver ricevuto minacce dalla stessa Chaoqui, ha riprodotto chat continue che gli venivano inviate dalla sua utenza in termini minacciosi, ha notato di non aver bloccato il numero solo perché la stessa Chaouqui lo aveva intimato di non farlo.

Ed è venuto fuori anche che il 4 febbraio 2021 Genevieve Ciferri ha telefonato allo studio di Diddi, lamentando delle minacce e della presenza ingombrante della Chaouqui, e che il promotore di Giustizia abbia riferito della telefonata in una nota ad uso interno inviata alla Gendarmeria. E poi, l’1 marzo 2022, c’è Perlasca che avvisa la Gendarmeria di sentirsi minacciato dalla Chaouqui.

Sono dettagli che sono rimasti finora fuori dal processo, e sul quale dunque le difese non hanno potuto fare il controesame, ma che gettano diverse ombre sulla testimonianza di Perlasca, che tra l’altro ha prima riferito di aver ricevuto un solo messaggio dalla Chaoqui, poi una quindicina, anche se molto scaglionati nel tempo.

Su queste nuove evidenze arrivate nel cellulare di Diddi, 126 messaggi di cui 119 con omissis, si gioca la credibilità del teste Perlasca.

Anche perché c’è poi la questione della cena allo Scarpone, e del sospetto che nel ristorante ci sia stata una attività di intercettazione da parte vaticana senza informare la polizia italiana. Non ci sono controprove di questo sospetto, solo che Perlasca dicesse che si era convinto nella sua testa che registrassero. Perlasca ha comunque dichiarato: “Io dovevo solo informare”.

Nell’anno venturo, saranno sentite Chaouqui e Ciferri. Colpisce, però, il fatto che Chaouqui dimostrasse di conoscere così bene il procedimento e le situazioni vaticane da essere in grado di dire a Ciferri quando Perlasca rientrava a casa. Chi forniva le informazioni alla Chaouqui? Era implicata la Gendarmeria?

Ed è un dato da notare che Chaouqui, nel luglio 2021, ha dato dichiarazioni spontanee alla Gendarmeria, e che il suo avvocato era lo stesso Sammarco da cui si fa rappresentare Perlasca nella sua funzione di parte civile per subornazione.

Colpiva anche il fatto che all’inizio dell’interrogatorio di Perlasca fossero presenti diversi gendarmi di quelli sentiti per una testimonianza, incluso quello Stefano De Santis che ha gestito le indagini e che non sarebbe potuto essere presente perché deve ancora terminare il controesame. Era previsto anche un interrogatorio di De Santis questa settimana, rinviato per sue “improrogabili ragioni di servizio”.

Sono tutti dati su cui riflettere. Pignatone, cercando di andare oltre, è arrivato a chiedere anche a Perlasca perché avrebbe dovuto ricevere difesa da Becciu, e Perlasca si è limitato a dire che Becciu non aveva fatto niente per lui. Poi, è stato chiesto perché, nonostante le cose che diceva di Tirabassi, Perlasca non gli avesse mai bocciato una proposta di transazione finanziaria.

Se questa, comunque, è la testimonianza chiave del processo, è chiaro che è inquinata al limite da una esuberanza dell’amica che voleva aiutare a tutti i costi ne ha influenzato i passaggi processuali.

Quanto sarà considerato credibile monsignor Perlasca in sede di sentenza?

Mammì

L’1 dicembre, è stato finalmente sentito il direttore generale dello IOR Gianfranco Mammì. È stata sua la segnalazione che ha dato il via al processo. La Segreteria di Stato aveva chiesto all’Istituto di Opere di Religione di rilevare il mutuo acceso presso Cheyne Capital con un altro prestito, che sarebbe servito a entrare in pieno possesso del palazzo di Londra e avrebbe anche permesso allo IOR un piccolo profitto.

Dopo vari studi, lo IOR aveva acconsentito al prestito, salvo poi fare marcia indietro tre giorni dopo. Nel mezzo, lo stesso Pena Parra aveva fatto pedinare il direttore dello IOR Mammì.

Nell’interrogatorio, Mammì ha detto che lo IOR poteva fare prestiti solo in casi specifici, e che aveva persino avvertito una pressione a fare il prestito, anzi, che l’Autorità di Informazione Finanziaria non si era comportata in maniera terza, ma come parte in causa, facendo pressioni perché lo IOR accettasse di fare una operazione che a suo dire non aveva adeguate coperture.

Poi però a Mammì è stato letto un documento che dimostrava come lo IOR fosse autorizzato a fare prestiti, sempre in determinate condizioni, e lui ha sottolineato che era vero, ma che le condizioni non si erano verificate.

Quindi, è stato letto dalle difese un altro documento che dava parere positivo sul prestito alla Segreteria di Stato, pur facendo emergere qualche criticità. “Voi potete dire che quel parere tecnico è positivo, ma per me è negativo”, è stata la risposta, secca, di Mammì.

Quindi, Mammì ha detto di aver partecipato ad una riunione in Segreteria di Stato dopo aver fatto la denuncia per l’operazione del palazzo di Londra, e di non aver detto niente per riservatezza. Quando però gli è stato chiesto se avesse detto prima della denuncia, ha negato di averlo detto.

È stata una testimonianza a tratti precisa, a tratti aggressiva, con diverse contraddizioni e anche opinioni personali. Resta da comprendere perché, se tuti i pareri erano a favore, Mammì aveva deciso piuttosto di denunciare. Tanto più che lo IOR ha dei precedenti di prestito più ingenti, come quello per il monastero di Dalia in Croazia, e dunque non ha un pregiudizio storico nei confronti del sostegno.

Resta anche da comprendere se, dati i bilanci sempre più in discesa nonostante una narrativa che punta a mostrarne la positività, lo IOR avesse la liquidità necessaria per il prestito. Altrimenti, l’intera operazione potrebbe definirsi come un depistaggio delle autorità vaticane nel raccogliere prove per le indagini.

Resta che l’interrogatorio di Mammì ha lasciato più dubbi che risposte. Sono dubbi che ci limitiamo a fornire al lettore.

Le altre testimonianze

In questi giorni sono stati anche sentiti Di Iorio, officiale e notaro della Camera Apostolica, e Luca Dal Fabbro, manager molto noto. Il primo, cui era stato chiesto di apporre una firma, ha detto di aver semplicemente apposto la firma, senza nemmeno conoscere il contenuto dei fogli. Il secondo ha spiegato che era stato chiamato dalla Segreteria di Stato prima a valutare la situazione di Londra, tanto che fu lui a far sapere che le azioni del broker Gianluigi Torzi, che aveva rilevato la gestione, erano le uniche con diritto di voto. Poi, aveva anche consigliato la Segreteria di Stato per altri immobili che aveva a Londra, e infine aveva rinegoziato i prestiti.

E poi c’è stato Fabio Perugia, consulente, che aveva presentato un cliente alla Segreteria di Stato, Valeur, che voleva rilevare il palazzo di Londra e che lamentava che ogni offerta venisse rimbalzata. Era lo stesso cliente di Perugia, che per circa sei mesi era stato socio di Torzi, a lasciare intendere che questo avvenisse per del malaffare in Segreteria di Stato, con un gioco che portava alcune persone coinvolte a prendere delle percentuali.

Da segnalare, infine, la testimonianza del Cardinale Oscar Cantoni sulla presunta subornazione di Becciu nei confronti di Perlasca. Cantoni ha testimoniato che Becciu gli ha chiesto di parlare a Perlasca, ma senza minacciare alcunché.

Alcune conclusioni

Come visto, sono molte le domande che restano aperte. La prima: quale è la credibilità del testimone Perlasca? Che ne porta con sé un’altra: quale è il peso, e soprattutto con chi parla, Francesca Immacolata Chaouqui in Vaticano? Chi passa a lei le informazioni (ad esempio) degli accessi, che sono in mano quasi esclusivamente alla Gendarmeria?

Poi: quale è il ruolo dello IOR nella vicenda? Se l’AIF ha forse peccato di eccesso di istituzionalità nella volontà di aiutare un ente sovrano, perché lo IOR non ha avuto la stessa preoccupazione e perché ha mostrato una preoccupazione che i pareri tecnici non avevano dato?

E infine: c’è un rischio di mettere in questione la terzietà dello stesso promotore di Giustizia proprio perché soggetto a ricevere messaggi da parti vicine alle parti in causa? Lo stesso promotore ha reso nota la situazione riguardante Chaoqui solo prima del secondo interrogatorio di Perlasca, mentre prima dell’inizio dell’altro interrogatorio, con tempistica che potrebbe essere soggetta a domande, aveva portato le carte del processo di Sassari e fatto sentire la telefonata di Becciu al Papa, anche se queste erano parte di un altro procedimento in Italia e non parte del processo vaticano.

Sono domande che restano lì, mentre il procedimento continua. Non si quando questo finirà. Si sa, però, che se non darà risposte a queste domande, sarà un processo tendenzialmente nullo.

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