Processo Palazzo di Londra, l’interrogatorio di Mincione

Le udienze 20 e 21 del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato vaticana dedicate all’interrogatorio al broker Raffaele Mincione

Una udienza del palazzo di Londra
Foto: Vatican Media / ACI Group
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C’erano ancora margini per guadagnare sul palazzo di Londra, sviluppando il progetto, portando a termine l’idea di conversione degli uffici in appartamenti. Ma la Segreteria di Stato, investitore “irrequieto”, ha voluto invece affidare il palazzo ad una altra gestione, per poi acquistarlo una volta che anche la seconda operazione di brokeraggio si era rivelata insoddisfacente. Raffaele Mincione, che per primo aveva gestito i fondi della Segreteria di Stato nella questione dell’ormai famoso palazzo di Sloane Avenue a Londra, ricostruisce passo dopo passo il suo coinvolgimento e poi mancato coinvolgimento nell’affare, arrivando a dire che al posto suo ci dovrebbe essere Credit Suisse, l’istituto di credito svizzero che gestiva i fondi della Segreteria di Stato.

Due giorni di interrogatorio, in buona parte condotti dall’ufficio del Promotore di Giustizia vaticano, di fronte ad un imputato che si presenta con una documentazione di supporto di 18 faldoni blu. Il processo, come è noto, riguarda la gestione dei fondi della Segreteria di Stato della Santa Sede, includendo anche le accuse di peculato al Cardinale Angelo Becciu per un presunto favoritismo nel destinare alcuni fondi alla Caritas della sua diocesi di origine, e anche la questione di Cecilia Marogna, l’esperta di intelligence che la Segreteria di Stato aveva messo sotto contratto.

Alcuni dati di interesse di queste due udienze.

Il primo. Mincione entra in contatto con la Segreteria di Stato nell’ambito della cosiddetta operazione Falcon Oil, che riguarda un possibile investimento su una società di estrazioni di petrolio in Angola. Segnalato da Credit Suisse come un esperto in commodities, Mincione accende un fondo (Athena) per poter finanziare l’operazione, ma poi la sconsiglia perché mancano alcune garanzie. Si dice disponibile a ridare il denaro, ma la Segreteria di Stato lo lascia a disposizione per l’investimento. Nasce qui la possibilità di Sloane Avenue, gli ex magazzini Harrods, un edificio che Mincione osserva ogni giorno sulla strada del lavoro e che, per la bellezza, la posizione e la funzionalità, è ai suoi occhi un trophy asset.

Ma non solo: è un investimento che viene in un momento positivo, dice, quando scadono i contratti di affitto, quando l’edificio si può ristrutturare senza dover cacciare nessuno e poi destinare ad abitazioni. Da qui, la valutazione di un ottimo affare, con la rivalutazione, che convince Credit Suisse, che si impegna in una operazione cosiddetta lock up, cioè un progetto di investimento che ha cinque anni di contratto più due in caso di situazioni negative – e la Brexit che sopraggiunge nel frattempo decisamente lo è.

Il secondo dato di interesse. Mincione non tratta mai con la Segreteria di Stato, perché questa dà la gestione dei suoi fondi a Credit Suisse. Enrico Crasso – anche lui imputato – è l’uomo di Credit Suisse e il tramite di Mincione, che vede pochissime volte, e per meno di venti minuti, l’allora sostituto Becciu. Quando Crasso fonda Sogenel, continuando a lavorare con Credit Suisse, Mincione considera sempre la banca svizzera il cliente. Come gestore, Mincione non sarebbe tenuto a far sapere in cosa investe. Considerando la Santa Sede un cliente particolare, però, non manca di notificare, in alcune circostanze, il cambio di destinazione dei fondi o altre decisioni, “per ragioni diplomatiche” e “come cortesia”.

Il terzo dato è che la Santa Sede è considerato un “investitore professionista”, e dunque in grado di prendersi carico dei rischi connessi alle operazioni finanziarie. Questo, fa capire Mincione, potrebbe anche giustificare alcuni tipi di iniziative sui fondi della Segreteria di Stato.

Il quarto dato riguarda la tempistica. Si sa che, nel 2018, la Segreteria di Stato, insoddisfatta, decide di revocare l’incarico a Mincione e di trasferirlo a Gianluigi Torzi. Mincione conosce Torzi dal dicembre 2017, e Torzi ha proposto più affari a Mincione. Ma Torzi si inserisce nell’affare in pratica convicendo la Segreteria di Stato che lui è in grado di convincere Mincione.

Come già deposto dall’officiale vaticano Fabrizio Tirabassi, è Torzi a fare il rappresentante legale della Segreteria di Stato nell’incontro a Londra in cui si definisce il passaggio della gestione. Mincione ne è delusissimo, tanto che non partecipa agli altri due giorni di riunione e lascia agli avvocati il compito di liquidare la questione.

Di fatto, dice nell’interrogatorio, ha il sospetto che in realtà la Segreteria di Stato voglia rilevare le sue quote a meno per poi rivendere il Palazzo al massimo del prezzo. E riferisce di due offerte di 350 milioni per il progetto, recapitategli dall’architetto Luciano Capaldo, che inizialmente è socio di Torzi e poi diventa consulente della Segreteria di Stato.

In pratica, Mincione capisce che la Santa Sede vuole tagliare i rapporti, sente la pressione di dover vendere le quote, e Capaldo si presenta con una prima offerta di 350 milioni della sua società Invest, e poi con una seconda, attribuita allo Sheikh Salah, in un periodo che potrebbe essere già successivo al suo coinvolgimento con la Segreteria di Stato (ma è tutto da definire nei riscontri processuali).

Per Mincione, dunque, la Santa Sede potrebbe voler rilevare le quote proprio per poi rivenderle allo sceicco Salah. Questo, la storia lo dice, non succede.

Il caso, comunque, appare sempre più intricato, sollevando più domande che risposte. Si continua con le udienze il prossimo 22 giugno, con il prosieguo dell’interrogatorio al broker Enrico Crasso.

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