Sacerdoti e suore campioni sportivi? Le fotografie di Stefano Guindani

‘Mens sana in corpore sano’,progetto fotografico di Stefano Guindani, fino a sabato 26 novembre nello spazio ‘Leica Galerie Milano’, vicino al Duomo

Alcune foto della mostra
Foto: Stefano Guindani
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Don Matteo Baraldi, per anni animatore dell’oratorio di ‘San Francesco al Fopponino’ ed ora parroco alla parrocchia di ‘Gesù Buon Pastore’ a Milano, è cintura nera di judo, terzo dan; don Paolo Bettonagli, parroco alla parrocchia di ‘Sant’Eufemia’ di Teglio (Sondrio), gioca a tennis; mentre don Alessio Batti, vice parroco alla parrocchia della ‘Madonna della Guardia e di Montale’ a Levanto (La Spezia), domina le onde della riviera con il surf; e suor Annika Fabbian, consacrata della congregazione delle ‘Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori’ e bomber del ‘Sister Football Team’, la ‘nazionale’ italiana di calcio a cinque formata solo da suore, a Sandrigo (Vicenza) spazia dal calcio al volley; don Marco Foschi che a Igea Marina (Rimini) gioca a basket; don Paolo Papone ‘sospeso’ durante un’arrampicata sul monte Cervino; ed un gruppo di sacerdoti che a Milano si incontra su un campo di beach-volley. 

Questi sono alcuni ritratti di ‘Mens sana in corpore sano,progetto fotografico di Stefano Guindani, fino a sabato 26 novembre nello spazio ‘Leica Galerie Milano’, vicino al Duomo. Preti e suore in abiti religiosi, fotografati in alcune discipline sportive da Stefano Guindani, grande fotografo internazionale di moda e ritratti di attori e celebrità, ma anche di reportage sociali e urbani. Sport e religione, come scrive il presidente del Coni, Giovanni Malagò, nella prefazione del libro, che accompagna la mostra, “sono accomunati da valori ineludibili, un terreno condiviso dove germogliano sentimenti puri e autentici”.

 

Così fra una riunione lavorativa ed un’inaugurazione delle sue mostre all’estero abbiamo contattato il fotografo Guindani, che gentilmente ci ha spiegato come è nata la mostra: “L’idea mi è venuta una volta che ero in vacanza a Leuca: ho visto alcune suore che giocavano a pallavolo e non avevo la macchina fotografica. Una visione emblematica che mi è rimasta nel cuore. Ricordava le fotografie del grande Mario Giacomelli sui preti nel seminario. Anni dopo, mentre lavoravo a un progetto per una casa automobilistica in Sicilia, ho incontrato delle suore alle quali ho raccontato della mia idea di mostrare gli uomini e le donne di fede così come non siamo abituati a vederli. Mi hanno detto di una loro sorella (del piccolo testamento di san Francesco d’Assisi), suor Daniela Cancilla, ex calciatrice professionista, a Gubbio. Ho cominciato da lei. Una foto in bianco e nero, con la religiosa che palleggia. Poi un amico mi ha chiamato, segnalando che un sacerdote stava prendendo lezioni di surf a Levanto… Da lì è iniziato il passaparola di una ricerca, che mi ha portato a fotografare molte discipline sportive con vari religiosi. Ho fatto vedere ad alcuni amici queste immagini un po’ diverse dal solito, ma che fanno vedere una Chiesa forse più vicina anche alla gente che non va in chiesa. Da lì è partito un tam tam che mi ha permesso di costruire una rete di storie in tutta Italia. Un progetto a cui tengo molto”.

 

Per quale motivo ha deciso di fotografare i religiosi nello sport? 

“Il motivo per cui ho deciso di fotografare i religiosi nello sport è proprio questo: nessuno di noi è abituato a vedere il sacerdote fuori dall’ambito prettamente ecclesiastico. L’idea di far vedere i sacerdoti come persone che possono avvicinarsi alle persone anche in un modo non prettamente canonico. Si tende a vedere il sacerdote sempre ‘chiuso’in chiesa; con questa mostra ho ritratto sacerdoti capaci di portare la Parola di Dio fuori dalle mura di una chiesa. Questo è un messaggio molto importante”.

 

Quale Chiesa è emersa dalle sue foto? 

“Credo che l’immagine emersa di ‘questa’ Chiesa sia una Chiesa non chiusa, ma che porta il messaggio di Dio fuori. Quindi anche lo sport diventa un ‘agglomeratore’ di persone con la possibilità di parlare in un luogo diverso. Oggi occorre vedere la realtà anche in un modo diverso rispetto a quello a cui siamo stati abituati”.

 

Perché ha scelto di fotografare con una Leica SL2?   

“Ho deciso di fotografare con una Leica SL2, perché credo che sia una delle migliori macchine oggi sul mercato, soprattutto per quel che riguarda la resa cromatica nelle lenti. Quindi ho scelto di scattare con questo tipo di attrezzatura… ed i risultati mi hanno dato ragione: le immagine hanno esattamente risolto le mie aspettative”.

 

Lei fotografa anche molte celebrità dello spettacolo e della moda: esiste differenza nel fotografare le celebrities ed i religiosi? 

“Non credo che esista una differenza nel fotografare celebrities o religiosi, se non che la celebrity è più abituata ad essere fotografata ed il religioso mostra più reticenza nell’essere fotografato. Ho dovuto convincere questi religiosi ad essere fotografati e sicuramente non si aspettavano che un servizio fotografico può durare anche alcune ore. Pensavano che tutto consisteva in un paio di scatti abbastanza rapidi. Ho scelto una via di mezzo, rubando solo qualche decina di minuti e non le ore che sono abituato quando fotografo le modelle o le celebrities”.

 

Quali ‘reazioni’ ha avuto la mostra nei visitatori? 

“La mostra ha avuto un grandissimo successo nei massmedia e tutte le persone che l’hanno visitate a Milano mi scrivono che sono state impressionate dalla qualità delle fotografie e dal messaggio trasmesso, che è abbastanza inusuale”.

 

In quale modo la fotografia può raccontare il sociale?

“La fotografia è fondamentale per raccontare il sociale, ma soprattutto per raccontare la realtà. Oggi viviamo in un mondo in cui la fotografia è fondamentale per l’immagine; quindi riuscire a fare un’immagine che racconti una storia è assolutamente fondamentale. Il successo di instagram o di pinterest dimostra ciò che sto dicendo: ciascuno di noi ha un accessorio (ufficialmente un telefono come macchina fotografica) per scattare miliardi di fotografie. La fotografia ha un ruolo fondamentale nel raccontare e per quanto riguarda il sociale più la fotografia è fatta bene nel raccontare una storia, sicuramente la gente è incuriosita da questa storia ed approfondisce le ricerche. Sicuramente è importante (l’ho sperimentato sulle mie ricerche nei Paesi poveri del Centro America e di Haiti) che alcune immagini reportagistiche, sicuramente molto  forti, hanno fatto sì che molte persone donassero alla fondazione ‘Francesca Rava’ fondazione per cui lavoravo”.   

 

In conclusione cosa le ha lasciato ‘interiormente’ la mostra?

“Mi ha lasciato l’immagine di una Chiesa più aperta di quella che pensiamo. Mi porto dietro la consapevolezza di quanti riescono a portare la Parola di Dio fuori dalle mura della chiesa. Mi viene in mente la storia di un prete, impegnato nel bosco di Rogoredo a Milano, ora in Brasile, che era arrivato a celebrare la messa nel campo da skateboard, fra i ragazzi che lì andavano in cerca di droga. Non l’ho fotografato, ma dà il senso di questo lavoro. E di quello che vedo in giro per il mondo, nelle missioni in Centro e Sud America, di come i sacerdoti riescono a portare conforto proprio a tutti”. 

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