Santa Sede, altro esame di fronte a un comitato ONU. Come andrà?

Bandiere all'ingresso delle sede ONU di Ginevra
Foto: Wikimedia Commons
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Santa Sede e Comitati ONU, atto terzo. Dopo i due rapporti presentati al Comitato ONU per la Convenzione dei Diritti del Fanciullo e al Comitato ONU per la Convenzione contro la Tortura, la Santa Sede presenta il 24 e 25 novembre il suo rapporto periodico sulla Convenzione per l’Eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (CERD). Si tratta di un rapporto periodico, e il comitato esprime niente più che suggerimenti, senza alcuna necessità di dar loro seguito. Eppure, attraverso la grancassa mediatica data a questi rapporti, la Santa Sede viene colpita nel cuore della sua istituzione.

In questo caso, la possibilità è che il Comitato ONU concentri le domande su temi come l’ordinazione delle donne, l’omosessualità e il gender. Ad onor del vero, le domande sulla possibile ordinazione femminile non rientrerebbero nelle discriminazioni razziali “tout court”. Ma la possibilità è quella di allargare l’interpretazione, e utilizzare il concetto di razza come sinonimo di gender. Se così fosse, anche le questioni sulla presunta “omofobia” della Chiesa – eppure c’è un documento della Congregazione della Dottrina della Fede sulla pastorale per le persone omosessuali che risale addirittura al 1984 – o sul gender verrebbero inserite.

E poi, gli osservatori vaticani notano la possibilità si facciano domande sul ruolo della Chiesa sul genocidio in Rwanda (ha preso posizione in favore di qualche etnia?), sul sistema delle caste in India, persino sulla colonizzazione o sugli indigeni, o su come le Crociate abbiamo compiuto discriminazione razziale.

Un calderone di temi che non c’entrano molto con il rapporto né con la convenzione, la cui applicazione – vale la pena ricordare – riguarda semplicemente il territorio dello Stato di Città del Vaticano.

I comitati ONU, però, sembrano trascurare la questione. Nelle due precedenti riunioni, le convenzioni furono usati grimaldelli per criticare la politica della Santa Sede nella riposta agli abusi, addirittura nel chiedere la rimozione del segreto della confessione e nel mettere in discussione il diritto canonico. Erano chiaramente attacchi alla sovranità della Santa Sede, che andavano al cuore del modo in cui veniva gestito il fatto religioso, piuttosto che di come veniva messa in pratica la Convenzione. Succederà così anche stavolta?

Intanto, c’è da chiarire che la Santa Sede non è sotto esame. Presenta uno dei rapporti periodici che tutti gli Stati che aderiscono ad una Convenzione ONU sono tenuti a presentare. E infatti nella sessione (che va dal 23 novembre all’11 dicembre) presenteranno i loro rapporti anche Egitto, Lituania, Mongolia, Slovenia e Turchia.

La Santa Sede presenterà – tutti in una volta – i rapporti che vanno dal 16esimo al 23esimo. La Convenzione ONU contro ogni forma di discriminazione razziale è stata siglata dalla Santa Sede nel 1963, e ratificata nel 1966. Il rapporto presentato sarebbe dovuto essere presentato nel 2000. Ma non si tratta di un processo, le scadenze non sono tassative. Si tratta semplicemente di un modo in cui gli Stati parte rendono noto il modo in cui hanno implementato la Convenzione. Non ci sono sanzioni.

L’andamento del dibattito dipenderà molto dalla composizione del comitato. Durante la presentazione della Santa Sede, il Comitato sarà presieduto da Francisco Cali Tzay del Guatemala, mentre lo studio speciale sarà riportato da Carlos Manuel Vazquez, degli Stati Uniti.

Il dibattito andrà così. La Santa Sede farà una breve presentazione, e poi sarà presentato lo studio di Vazquez. Quindi altri membri del comitato faranno le loro osservazioni. Il giorno dopo, la Santa Sede risponderà alle domande, e ci sarà una sessione di domande e risposte con i membri del Comitato. Poi sarà il Comitato a delineare le proprie osservazioni conclusive, che saranno presentate probabilmente già l’11 novembre. La Santa Sede invierà a sua volta un responso scritto.

È proprio a partire dallo studio delle “Osservazioni conclusive” di altri rapporti che la Santa Sede si aspetta le domande sulle donne sacerdote, su omosessualità e gender. In fondo, c’è sempre la tendenza di introdurre nuovi termi per riferirsi alla convenzione. È successo anche con la Convenzione per la Tortura e per quella per la Convenzione per i Diritti del Fanciullo. In entrambi i casi, la Santa Sede fece notare che si tratta di una violazione dell’articolo 31 della Convenzione di Vienna sulla Legge dei Trattati, in cui si parla di buona fede nell’interpretazione dei testi.

Una buona fede che spesso sembra mancare quando si tratta di discutere questioni inerenti la Santa Sede.

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