Santa Sede, anche la diplomazia è via per la santità

Una immagine di Don Giuseppe Canovai con la borsa diplomatica
Foto: da www.giuseppecanovai.it
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C’è chi dice che la diplomazia della Santa Sede è inutile, perché non produce santi, e solo lì dove ci sono semi di santità la Chiesa deve stare. C’è, però, la storia di un sacerdote, diplomatico della Santa Sede fino alla morte prematura a soli 38 anni, che smentisce questo adagio molto in voga tra quanti vorrebbero una Chiesa solo spirituale ma per niente impegnata nella formazione del mondo. È la storia di Giuseppe Canovai, sacerdote catapultato al rango di diplomatico della Santa Sede. Morì nel 1942. La pubblicazione dei suoi diari, editi da Cantagalli e curati da monsignor Florian Kolfhaus della Segreteria di Stato Vaticana, dimostrano come anche la diplomazia della Santa Sede possa essere una strada per la santità.

Non che ce ne fosse bisogno, dalla recente canonizzazione di Giovanni XXIII. Il quale, prima di diventare patriarca di Venezia e poi Papa, era stato nunzio apostolico, ovvero ambasciatore della Santa Sede. Un ruolo che si definì bene dopo il Concilio di Trento, mentre prima era assimilabile a quello di legato pontificio. Così, al momento della canonizzazione, Giovanni XXIII è stato il primo nunzio dell’era moderna ad essere proclamato santo. Mentre, se si allarga la definizione, abbiamo San Gregorio Magno, che aveva avuto nella sua vita un incarico da Legato Pontificio.

Giuseppe Canovai era arrivato alla carriera diplomatica in maniera casuale. E per questo rimase sempre un sacerdote. Lontano dalle formalità dell’Accademia Ecclesiastica, e lontano dal mondo diplomatico tout court, la sua profonda spiritualità si può notare dai tre volumi di diari pubblicati da Cantagalli con il titolo “Passione per Cristo. Diario di Mons. Giuseppe Canovai.”

Curato dall’officiale di Segreteria di Stato Florian Kolfhaus, il volume ha anche la preziosa prefazione del Cardinal Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Entrambi mettono in luce il carattere di Canovai, molto bonario, molto spiritoso, molto gioviale.

Una gioia che nasce solo dalla fede profonda. Molte le sfaccettature di mons. Canovai, così sacerdote e vaticano nei modi, eppure così italiano, patriottico. Così legato a Cristo dall’accettazione del dolore. Scrive il Cardinal Parolin: “Mentre le sofferenze di mons. Canovai, in particolare le sue malattie, aumentano, crescono in lui i sentimenti di amore e di felicità.”

Così pieno di fede che scrive persino una preghiera con il proprio sangue, mentre presta servizio in Cile. “Le mezze misure e la mediocrità non portano in Paradiso. E forse è per questo che il nostro tempo è così malandato,” scrive, con una analisi dei tempi correnti che è poi una analisi anche della società attuale.

E che forse testimonia come si debba vivere il servizio diplomatico della Santa Sede: al servizio del bene comune, ma senza compromesso alcuno sulla natura umana, senza mezze misure, senza accordi che sembrano essere figli della mentalità secolare più che di quella ecclesiastica.

Ma questa mentalità – ed è la risposta che può essere data a quanti vorrebbero persino secolarizzare il personale diplomatico della Santa Sede, slegandolo dalle responsabilità di scegliere vescovi – nasce solo in chi è sacerdote davvero, come lo era Canovai. Tanto che monsignor Kolfhaus sottolinea che “monsignor Canovai fu un diplomatico pienamente nel mondo e allo stesso tempo completamente staccato dalla mondanità,” e lo paragona per queste caratteristiche al Cardinale Merry del Val.

Prima uditore della nunziatura di Buenos Aires, poi Incaricato d’Affari ad interim in Cile, poi di nuovo in Argentina fino alla fine dei suoi giorni, Canovai visse in maniera mistica la sua vocazione diplomatica, tanto da flagellarsi per scongiurare l’approvazione della proposta di legge dei radicali cileni con cui si voleva introdurre il divorzio.

Servo di Dio, di lui è in corso la causa di beatificazione. E la sua opera continua, grazie all’Opera Familia Christi, una associazione laicale e sacerdotale di cui lui fu fondatore (quando la chiamò “Opera Regina Crucis”).

Vale la pena allora rileggere i suoi diari, per comprendere come un diplomatico può essere tale e rimanere fedele alla Chiesa. E per capire che essere ambasciatore della Santa Sede non significa avere un incarico secolare in un mondo ecclesiale, ma entrare al servizio della Chiesa nel mondo.

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