Santa Sede: “Denunciare la mendacità dei gruppi terroristici blasfemi”

La sala dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel Palazzo di Vetro di New York, USA
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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“La mendacità e la blasfemia dei gruppi terroristi che rivendicano di uccidere e opprimere in nome della religione deve essere apertamente denunciato nei modi più forti possibili.” L’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

L’arcivescovo Auza ha parlato lo scorso 14 aprile al Dibattito aperto al Consiglio di Sicurezza sulle “Minacce alla pace internazionale e alla sicurezza da parte di atti terroristici”. La condanna del terrorismo in nome di Dio va insieme ad un appello all’azione per i leader religiosi.

“I leader religiosi, in particolare, hanno una grande responsabilità per condannare quanti appartengono alla stessa fede che cercano di strumentalizzare la loro religione come una giustificazione per la violenza. A nessuno, appartenente a qualunque religione e cultura, deve mai essere consentito di compiere atti di violenza e oppressione nel nome di qualunque religione o cultura o sotto qualunque tipo di pretesto”, ha detto l’arcivescovo Auza.

L’Osservatore Permanente parla di “un de-umanizzante impatto del terrorismo, alimentato dall’estremismo violento”, perché “in alcune regioni, il crescente uso di terrore ci ricorda che questa sfida richiede un impegno condiviso di tutte le nazioni e i popoli di buona volontà”.

Il nunzio tratta i problemi di un “estremismo violento” che non “conosce confini”, come dimostrano i recente attentati a Beirut, Parigi, Bruxelles, Aden, ma anche a Mosca, Barcellona, Londra e New York, nonché quello che accede in “intere regioni di Siria, Iraq, Nigeria, Kenya e Somalia”.

Questo spiega bene come il “terrore fondamentalista è un fenomeno transnazionale”, mostrando una totale “mancanza di riguardo per l’immunità dei civili”, dato che gli estremisti “uccidono donne, bambini, vecchi e handicappati”, commettendo “crimini indicibili contro le donne e i bambini”.

Il discorso dell’arcivescovo Auza è tutto teso a mostrare la natura transnazionale del terrorismo, e snocciola cifre: sono circa 30 mila i cosiddetti “foreign fighters” (ovvero i combattenti stranieri che si arruolano nel sedicente Stato Islamico) che provengono da circa 100 Stati membri delle Nazioni Unite. Ci arrivano “dai confini nazionali”, e “una volta addestrati e completamente indottrinati” alle “più violente ideologie”, tornano a casa per “seminare terrore”.

Come controllare l’internazionalizzazione del terrore? Con una “risposta internazionale,” che vada “alle radici” del terrorismo internazionale, considerando che “l’attuale sfida del terrorismo ha forti componenti socio culturali”, perché le persone interessate vivono “la loro esclusione” e la loro mancanza di integrazione. Per questo, oltre ai “i mezzi legali e le risorse per evitare che i cittadini diventino i futuri ‘foreign fathers’”, i governi devono “impegnarsi con la società civile per affrontare il problema delle comunità più a rischio di radicalizzazione e del reclutamento per raggiungere una integrazione sociale soddisfacente”.

Ma ci vuole di più: un controllo internazionale sulle “cyber tecnologie” che vengono usate per il reclutamento, ma anche per i flussi finanziari. “L’accesso ad Internet deve essere loro negato. L’accesso ai fondi tagliato. Nessuna nazione, nessuna compagnia, e nessun individuo debba mai avere il permesso di ‘fare affari’ con gruppi terroristici, in particolare con armi e munizioni. La collaborazione con gruppi terroristici, che sia per profitto o per complicità ideologica, deve essere messa fuori legge”.

Insomma, la Santa Sede chiede forti sanzioni per gli Stati membri che consentono a gruppi estremisti di proliferare al loro interno. E sottolinea che “ogni soluzione durevole per sconfiggere l’estremismo violento e il terrore fondamentalista deve considerare la centralità e la dignità inviolabile e i diritti della persona umana, senza distinzione di razza, credo politico e differenze”.

 

Ma il punto è che non basta una “coercizione militare”. Si deve sviluppare anche una cultura dell’incontro e del dialogo” che crei “mutua accettazione e promuove società inclusive”.

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