Santa Sede vs. traffico degli esseri umani: i numeri dell'impegno

L'arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra
Foto: YouTube
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Da una parte, i freddi protocolli internazionali, sempre più diffusi, cui la Santa Sede aderisce, e che pure non danno la portata delle dimensioni del fenomeno. Dall’altra, l’impegno della Santa Sede, cominciato da tempo, e non solo con l’adesione ai protocolli internazionali, ma con un impegno sul territorio che va ben oltre l’impegno della comunità internazionale. Sono questi i due poli su cui si impernia l’intervento dell’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore permanente della Santa Sede a Ginevra, alla 22esima Conferenza Umanitaria Internazionale che si è tenuta a Ginevra lo scorso 16 febbraio.

Dati alla mano, l’Osservatore nota che, nonostante il protocollo di Palermo che è inteso a combattere il traffico di esseri umani, ci sono nel mondo “circa 21 milioni di uomini, donne, bambini che sono oggetto di traffico, vendute, soggette a condizioni di schiavitù in molte forme ed in molti settori”, dall’agricoltura ai servizi domestici fino alla “prostituzione, il matrimonio coatto”, per arrivare ai casi estremi dei “bambini soldato, del traffico di organi e della vendita” degli stessi bambini.

Il numero, osserva l’arcivescovo Jurkovic, cresce di circa 3 milioni l’anno, e la cosa ovvia è che quelli più a rischio sono “donne, ragazze e bambini” sono i più colpiti da “violenza e discriminazione” sia nel campo dell’educazione che nel posto di lavoro”, e sono resi ancora più vulnerabile dal fatto che sono quelli che più sono utilizzati nel cosiddetto “lavoro informale”, il lavoro senza contratto e senza garanzie.

“Quelli che soffrono di ripetuti atti di aggressione fisica e psicologica – dice l’arcivescovo – cadono generalmente in uno stato di depressione, perdita di autostima e situazioni di vulnerabilità estrema che li pone in un rischio maggiore di diventare vittime di abusi, maltrattamenti e comportamento crudele, particolarmente in caso di bambini e adolescenti”.

Gli sforzi sono molti, eppure il traffico di esseri umani è “la più estesa forma di schiavitù del 21esimo secolo”, diffusa “su larga scala in molte nazioni, con un reddito generato di oltre 32 miliardi di dollari – una cifra che è seconda solo al commercio di armi e droga.

Non si tratta di un fenomeno nuovo, nota l’Osservatore, e infatti c’è un protocollo delle Nazioni Unite sul Traffico degli Esseri umani che risale al 2003, mentre protocolli contro la prostituzione (del 1949) e lo sfruttamento del lavoro (del 1926) erano già riconosciuti a livello internazionale. Ma la lista dei documenti serve all’Osservatore per notare che, nonostante tutto, c’è “una limitata consapevolezza di come i tribunali a livello nazionale e regionale interpretino gli obblighi statali” sulla base dei documenti stabiliti.

La Santa Sede non sta a guardare, e l’impegno non è certificato solo dall’adesione ai protocolli delle Nazioni Unite, e all’attenzione particolare sul tema dei migranti – con un dipartimento ad hoc sotto la diretta direzione di Papa Francesco inserito nel nuovo dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale – ma anche nel lavoro sul territorio, con organizzazioni come Talitha Kum che in 5 anni di attività – nota l’arcivescovo Jurkovic – conta “24 reti in 79 nazioni con più di 1100 religiosi e religiose e oltre 240 comunità religiose coinvolte allo scopo di porre fine al traffico delle persone”. E l’8 febbraio è stato proclamato “Giornata Mondiale per le Vittime del Traffico”. È il giorno della festa di Santa Giuseppina Bakita, che fu lei stessa vittima di schiavitù.

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