Jan Tyranowski, il mentore di Giovanni Paolo II, verso la santità

Jan Tyranowski, ora Venerabile
Foto: Wikimedia Commons
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“Non è difficile essere santi”. Era la frase che aveva ispirato Jan Tyranowski, e che lui ripeteva ai suoi ragazzi. E tra questi c’era Lolek, il diminutivo di Karol, che da grande sarebbe diventato San Giovanni Paolo II. C’è anche il nome di Tyranowski nell’informata di Servi di Dio di cui sono state proclamate le virtù eroiche sabato 21 gennaio. Finita la fase diocesana, finita la prima fase romana, manca solo un miracolo riconosciuto perché il sarto che fu un cucitore di anime prima che di vestiti sia proclamato Beato.

“Non è difficile essere santi” è un frase di uso comune oggi, e lo dobbiamo in particolare proprio a Giovanni Paolo II, che nei 27 anni di pontificato ha elevato agli altari uno straordinario numero di personalità. Quando Jan Tyranowski la ascoltò nel 1935, nella parrocchia salesiana di San Stanislao Kotska, era una idea rivoluzionaria. In quella Polonia che ancora oggi è piena di fede tradizionale, la santità era soprattutto per sacerdoti e religiosi. E non era facile, da laici, fare una vita realmente santa.

Fu un prete salesiano a inculcare questa idea a Jan Leopold Tyranowki, nato a Cracovia nel 1901. Il padre era sarto, ma Jan divenne contabile. Amava le passeggiate in montagna, si interessa di scienza e lingue straniere, ma anche di giardinaggio, e persino della psicologia, che era un disciplina che faceva i suoi primi passi in quel tempo.

Nel 1930, ebbe disturbi allo stomaco, probabilmente dovuti a stress. Lasciò l’attività di contabile, e prese in mano la sartoria del padre. Poteva lavorare a casa, e di questo beneficiò un po’ il suo animo introverso e solitario. Fu allora che si iscrisse all’Azione Cattolica.

Era sempre più impegnato nelle attività parrocchiali, e il lavoro non mancava. Ma gli mancava qualcos’altro. E quel qualcos’altro gli fu dato dall’omelia di un sacerdote salesiano del 1935, una fortissima chiamata alla santità che lo prese dentro e lo portò a cominciare un percorso spirituale profondo. Il suo strumento fu la “Teologia Ascetica e Mistica” di Adolphe Tanquerary, e poi i lavori di Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce. Non è un caso che queste letture fossero anche tra le favorite di San Giovanni Paolo II.

Tyranowski non divenne sacerdote, né frate. Doveva supportare la madre. Così visse la vita contemplativa da laico, prese un voto di castità, si staccò piano piano dalle attività nella chiesa perché si era convinto che Dio volesse da lui un impegno più nascosto, mentre si organizzava la giornata in maniera monastica: sveglia alle 5, prima Messa del mattino, letture spirituali, rosario, colazione, preghiera, lettura, inizio del lavoro alle 2 (che accompagnava con la meditazione sulle virtù di fede, speranza e carità), cena alle 5.30, Angelus, ulteriore meditazione e letture, e poi a dormire alle 8.30.

Troppo schematico? Non per Jan Tyranowski, che trovò in questa ‘rigidità’ la chiave per gestire la vita secondo il suo carattere. La crescita spirituale ne beneficiò. Lavorava e pregava, secondo il modello degli antichi monaci. Pensava ad una vita ritirata, non certo a dare consigli alle persone. Fu l’invasione nazista della Polonia che diede un taglio diverso alla sua vita.

Undici salesiani della parrocchia sarebbero morti nei campi di concentramento, solo una coppia di sacerdoti più anziani fu lasciata nella parrocchia. Nel 1940, la parrocchia fece un ritiro spirituale, e si decise che c’era bisogno di un qualcosa di forte e permanente, per tenere in piedi le attività. I sacerdoti erano stremati, al tempo la responsabilità della parrocchia era tutta lora, ma un terzo dei preti di Cracovia erano stati deportati, in particolare i Salesiani, che lavorano con i giovani. E fu così che a Jan Tyranowski fu chiesto di formare un gruppo di Rosario tra i giovani della parrocchia. Aveva riserve, ma lo fece.

Cominciò a formare le piccole comunità, e poi piccoli gruppi di giovani guidati da uno di loro, che poi riportava delle attività a Tyranowki. Tra questi giovani, c’era Karol Wojtyla. Ogni gruppo doveva pregare una decina specifica del Rosario ogni giorno, in modo che ogni “cellula” potesse coprire l’intero rosario ogni giorno.

Ma Tyranowski non si limitava all’organizzazione. Incontrava le persone dei gruppi ogni giorno, suggeriva letture, faceva da guida spirituale. Furono centinaia i giovani coinvolti, e dal gruppo del Rosario Vivente vennero 11 vocazioni, incluse quella di un futuro Papa.

E San Giovanni Paolo II non dimenticò mai l’influenza che Tyranowski aveva avuto su di lui, tanto che aveva con sé una piccola foto di lui nella sua stanza da letto nel Palazzo Apostolico. Fu a lui che Giovanni Paolo II attribuì il fiorire della sua vocazione nel periodo in cui voleva diventare attore. “Mi ha svelato le ricchezza della vita interiore, della vita mistica”, disse di lui.

Eppure, Tyranowki non poté essere presente all’ordinazione di Giovanni Paolo II nel novembre 1946. La tubercolosi si era diffusa dal braccio su tutto il corpo, e – nonostante l’amputazione del braccio – il male non fu estirpato. Morì il 15 marzo 1947, abbracciando il crocifisso. E in quel caso non c’era Karol Wojtyla, all’estero.

La causa di canonizzazione è stata aperta dai Salesiani nel 1997. Le sue reliquie sono a Debnicki, nella chiesa di San Stanislao Kotska, mentre la sua casa, al numero 11 di Rozana, ha una piccola targa che lo ricorda.

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