Sarajevo aspetta Papa Francesco. Card. Puljic: “Ha dato molta gioia a tutti.”

Sarajevo si rifà il trucco per la visita del Papa, 5 giugno 2015
Foto: Andreas Dueren / ACI Group
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“Il Papa ha dato molta gioia a tutti.” Parla così il Cardinal Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, ad ACI Stampa, mentre sta per tenere una conferenza con il membro croato della presidenza bosniaca, Dragan Covic, che è anche il presidente del Comitato Preparatore. Grande gioia, una organizzazione che si prospetta difficile per un Paese in fondo piccolo e disorganizzato. 

Un Paese che intanto si prepara alacremente. In mattinata, piccoli camion tappezzavano la città di manifesti con il logo papale, proprio dietro le bandiere bosniaca e vaticana che hanno tappezzato tutto il percorso di Papa Francesco. Settantamila persone entreranno nello stadio Kosevo per la Messa, e ci sono persino alcuni musulmani che hanno chiesto di partecipare.

“Tutti qui amano il Papa,” dice Raho, un tassista. E l’eccitazione generale si può percepire nelle strade di Sarajevo, mentre si ripercorrono – grazie ad un tour organizzato dalla Caritas – le vie della guerra che sono diventate vie di pace e riconciliazione. La Piazza dei Bambini, quasi di fronte al Palazzo Governativo, è dedicata ai bambini morti durante la guerra, mentre poco distante c’è la Fiamma Eterna, ovvero il bracere acceso dopo la liberazione dai nazifascisti il 6 aprile 1945. Ironia della sorte, la guerra che martoriò la Jugoslavia iniziò proprio il 6 aprile 1992. 

E cominciò a Sarajevo, nel 1914, la Prima Guerra Mondiale. “Il Papa voleva venire già qui lo scorso anno, ma non è stato possibile preparare. Ma quest’anno mi ha detto: ecco, vede, io arrivo,” racconta il Cardinal Puljic. Si è distinto nel corso degli anni per aver denunciato il fatto che non fossero concessi permessi per costruire nuove chiese. “Io ho parlato soprattutto della Chiesa cattolica, perché prima della guerra c’erano 830 mila cattolici, ora 440 mila, e ancora il numero diminuisce. Dobbiamo lavorare con pazienza, coraggio, speranza.”

In fondo, le persone sono ancora ferite dalla guerra. Si vede nelle “rose di Sarajevo,” quei crateri a forma di rosa creati dalle schegge delle granate che sono state riempite da resina rossa per ricordare. Si vede a Dobrinja, un quartiere di Sarajevo, dove c'è una strada divisa in due: da un lato i serbi, dall'altro i croati. Persino le targhe delle auto sono diverse, la numerazione della strada cambia da un lato all'altro. E intanto la Croazia ha deciso di dare il passaporto ai cittadini croati di Bosnia, che così hanno più libertà di movimento. 

Ma ogni cosa a Sarajevo rappresenta un monito perché quello che è successo non succeda più. A partire dai cimiteri nei giardini: durante la guerra lì si seppellivano le persone, i cimiteri non bastavano ed era troppo pericoloso andarci. E così, mentre si cammina, non è raro trovare un parente che poggia un fiore su una tomba nel centro della città. È come se tutti si prendessero cura di un pezzo di memoria di Sarajevo, una città che vive nel ricordo e nel dolore delle persone.

“Siamo solo piccole pedine nel gioco internazionale,” dice sconsolato il Cardinal Puljic. C’è il timore del denaro saudita che aumenta la presenza islamica, dietro le sue parole, e quello di una comunità cristiana che forse ha bisogno di forza.

Anche a questo serve la visita del Papa. Arriveranno 600 bus da ogni parte, ai bosniaci si aggiungeranno serbi, croati, ungheresi, sloveni, austriaci, tedeschi e anche italiani. Sarà forse una prima esperienza di unità per una pace difficile da raggiungere. “Perché la pace vera viene dal cuore,” dice il Cardinal Puljic.

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