Si è spento il vescovo Camillo Ballin, da cinquanta anni nei Paesi Arabi

Primo vicario di Arabia, missionario per scelta proprio nei posti tra i più difficili. Stimatissimo in Bahrein, lascia dietro di sé il grande progetto di una nuova cattedrale in Bahrein

Un ritratto del vescovo Camillo Ballin, scomparso lo scorso 12 aprile
Foto: avona.org
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La cattedrale di Nostra Signora di Arabia è in costruzione. Ma il rito di Nostra Signora d’Arabia è già stato approvato dalla Santa Sede, e così come la festa, che si celebrerà il secondo sabato del tempo ordinario, quello dopo la festa del Battesimo di Gesù. E sono queste le due eredità che lascia il vescovo Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia del Nord, scomparso a Roma a 75 anni nel giorno di Pasqua, il 12 aprile scorso.

Sarebbe dovuto venire Roma per l’incontro della Conferenza Episcopale dei vescovi dei Paesi Arabi, ma a quell’incontro non aveva partecipato. Si era sentito male in Arabia Saudita, e da lì era stato portato a Roma, dove era stato ricoverato. C’era un brutto male da tenere sotto controllo, ed era rimasto a Roma per continuare le cure. Non tornerà più nei Paesi arabi, dove verrà ricordato con affetto.

I media del Bahrein lo hanno definito “l’amato vescovo del Bahrein”, e il vescovo Ballin era stato scelto come membro del Centro per la Convivenza Pacifica, che il re Ahmad aveva fondato e posto sotto la responsabilità dei suoi figli. Dietro la visita del principe ereditario del Bahrein a Papa Francesco lo scorso 3 febbraio, c’era anche il suo lavoro di cucitura. Il suo sogno era un viaggio del Papa in Bahrein, più volte aveva recapitato e caldeggiato con il re un invito, anche per favorire un dialogo con l’altra parte del mondo musulmano, dopo che molto era stato fatto con i sunniti.

Di certo, sarà difficile sostituire il vescovo Ballin. Missionario comboniano, decise subito di andare nei Paesi arabi. Nato a Fontanaviva, in provincia di Padova, era entrato nel 1963 al noviziato dell’Istituto Religioso dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, e nel 1968 aveva emesso professione perpetua. Viene chiesto, ai nuovi missionari, tre località predilette per la missione, in ordine di priorità personale. Il vescovo Ballin scrisse tre volte: “Paesi arabi”.

Sacerdote dal 1969, aveva studiato l’arabo in Libano e in Siria nel 1970. Dal 1971 al 1978 era stato in Egitto, come vice parroco e poi parroco della parrocchia di rito latino di San Giuseppe. Dal 1977 al 1980 era stato inviato in Libano. Ha quindi studiato nuovamente a Roma, per prendere la licenza in liturgia orientale presso il Pontificio Istituto Orientale.

Tornato in Egitto nel 1981, era rimasto fino al 1990 professore dell’Istituto di Teologia del Cairo, dove svolgeva anche le funzioni di Superiore provinciale dei Comboniani in Egitto.

Dal 1990 al 1997 era invece stato in Sudan, una esperienza che lo portò sia ad inaugurare un istituto per la formazione dei professori di religione nelle scuole, e sia a studiare la storia locale. Uno studio che si concretizzò nel 2000, dopo tre anni di dottorato a Roma in storia della Chiesa in Sudan, con una specializzazione nel periodo Mahdiyyah (1881-1889). La sua tesi era in particolare focalizzata su come cristiani ed ebrei avessero mantenuto la propria fede in un periodo di grande persecuzione, perché nessuna altra fede era consentita oltre all’Islam mahdista.

Tornato in Egitto, padre Ballin era stato destinato alla direzione del “Dar Comboni for Arabic Studies al Cairo”, e vi rimase fino al 2005, quando Benedetto XVI lo nominò vicario apostolico del Kuwait.

Nel 2011, Benedetto XVI lo aveva nominato primo vicario apostolico dell’Arabia settentrionale, che comprende le comunità cattoliche di Bahrain, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita.

Parlando con ACI Stampa, aveva raccontato le sfide che c’erano nel guidare comunità così diverse: “In Bahrein ci sono circa 80 mila cattolici, in Kuwait ce ne sono circa 200 mila, e lo stesso numero c’è in Qatar, dove c’è una ottima apertura e vogliono concedere altri terreni per costruire chiese. La comunità del Kuwait è molto forte, ma è una situazione un po’ più difficile: non vengono concessi terreni per la costruzione di nuove chiese, e abbiamo le stesse strutture che avevamo 60 anni fa, quando i cattolici erano 400”.

Uomo diretto e prudente, era molto attento ad un approccio bilanciato con le varie anime dell’Islam, lavorando molto sulla testimonianza più che sul proselitismo. Sottolineava di non aver mai cercato di convertire un musulmano. Aveva passaporto bahrainita, così poteva girare liberamente in tutti i Paesi che gli erano affidati.

Lascia un vuoto grande, ed una eredità difficile da portare avanti. Ma lascia un grande progetto, quello della cattedrale di Nostra Signora d’Arabia, che una volta terminata non potrà che ricordarlo ogni giorno.

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