Vescovi delle regioni arabe, la sfida comune del dialogo con l’Islam

Parla il vescovo Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio

Il vescovo Giorgio Bertin di Gibuti, amministratore apostolico di Mogadiscio
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La sfida comune dei vescovi delle regioni arabe è quello di entrare in dialogo con l’Islam. Lo sottolinea il vescovo Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti dal 2001 e amministratore apostolico di Mogadiscio dal 1990. Il francescano italiano era tra i vescovi che hanno partecipato alla riunione della Conferenza Episcopale dei vescovi Latini delle Regioni Arabe (CELRA), che si è riunita dal 17 al 20 febbraio a Roma. Con ACI Stampa, ha parlato dei temi dell’incontro, dell’organizzazione della Giornata Mondiale della Gioventù per i giovani delle regioni arabe, della difficile situazione della Somalia.

Quali sono stati i temi principali della riunione del CELRA e perché questa riunione si è tenuta a Roma?

La CELRA ha questa abitudine di incontrarsi un anno a Roma e un anno nel Medio Oriente. Lo scorso anno ci eravamo incontrati al Cairo, quest'anno a Roma. I temi principali sono stati la recezione del documento sulla "Fraternità umana" firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da papa Francesco dal Grand Imam di Al'Azhar. Abbiamo inoltre riflettuto sulle implicazioni del motu proprio di Papa Francesco Vos Estis Lux Mundi sul problema degli abusi cerso i minori e sulla loro prevenzione. Con il cardinale Michael Czerny abbiamo riflettuto sulla esortazione "Querida Amazonia". Abbiamo approvato una nuova versione di libri liturgici in arabo. Abbiamo trattato anche dei rapporti tra Ordinario del Luogo e Ordinario Religioso a sulla sinodalità nella prassi della Chiesa. 

Al termine della riunione, si è deciso per una Giornata dei Giovani delle Regioni  Arabe da celebrare il prossimo anno. Perché questa decisione? 

Era una decisione presa lo scorso anno per "calare nella nostra regione" i benefici della GMG.  Le implicazioni logistiche e finanziarie erano troppe. Si è deciso allora di avere un incontro molto ridotto per "formatori" di giovani.

3Alla fine dell'anno, in Somalia c'è stato un altro terribile attentato di al Shabab in Somalia. Quale è la situazione ora nel Paese e cosa può fare la Chiesa cattolica? 

Il Paese passa da una crisi all'altra. Nel giro di 6 mesi tra luglio e dicembre-gennaio si è passati dalla siccità, alle inondazioni e alle cavallette/locuste. In questo contesto continua l'attività terroristica di al Shabab, e in minor parte anche dell’ISIS. La Chiesa cattolica può far molto poco in loco, a parte gli interventi umanitari attraverso la rete Caritas. A livello internazionale può, però, tenere desta l'attenzione sulla situazione somala che rischia di finire nel dimenticatoio. Naturalmente la preghiera per le situazioni di disastro come la Somalia deve continuare.

Le regioni arabe sono comunque molto diverse tra loro. Quali sono le sfide comuni che dovete affrontare? 

Certamente le nostre situazioni sono molto diverse. La sfida più comune è rappresentata in genere dall'Islam (in Israele dal Giudaismo). Bisogna che il documento di Abu Dhabi sia meglio conosciuto e messo in pratica: libertà di coscienza e piena cittadinanza per tutti a prescindere dal loro credo religioso.

Come vescovi delle regioni arabe, vi sentite in qualche modo dimenticati? Come portare di nuovo l'attenzione sulla vostra situazione? 

Probabilmente gli Ordinari della Terra Santa non sono dimenticati. Né lo sono quelli del Golfo. Altri invece sono veramente "periferici" ...ma per riprendere parole care a papa Francesco noi amiamo la nostra missione di "periferia". Certamente le altre Chiese sorelle attraverso il mondo possono sostenerci finanziariamente, ma soprattutto essere la voce dei senza voce, perché se noi parliamo troppo rischiamo persecuzioni o espulsioni.

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