Diplomazia pontificia, l’agenda di febbraio e la questione Gerusalemme

Per ora, ci sono quattro presidenti nell’agenda di incontri di Papa Francesco per il mese di febbraio. Ancora non ufficiali i viaggi apostolici, ma c’è un invito ufficiale. La posizione della Santa Sede su Gerusalemme

I doni di Papa Francesco ai presidenti in visita
Foto: Pool AIGAV
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Agenda fitta per Papa Francesco a febbraio, che dovrebbe incontrare il presidente di Ungheria, quello di Bosnia – Erzegovina, quello di Ucraina e quello Azerbaidjan. Ma c’è anche un incontro con il principe ereditario del Bahrein, che potrebbe avere come oggetto proprio un viaggio nella nazione araba dove si sta costruendo una cattedrale dedicata a Nostra Signora di Arabia.

Per quanto riguarda i viaggi internazionali, non ci sono ancora annunci ufficiali, ma l’ambasciatore di Indonesia presso la Santa Sede ha recapitato un invito formale del suo governo alla segreteria di Stato vaticana: Papa Francesco potrebbe visitare il Paese il prossimo settembre, in un viaggio lungo che dovrebbe toccare anche Timor Est e Papua Nuova Guinea.

                                                PAPA FRANCESCO

L’agenda diplpomatica di Papa Francesco a febbraio

Salman bin Hamad al Khalifa, principe ereditario del Regno del Bahrein, visiterà Papa Francesco il prossimo 3 febbraio 2020. Il Bahrein è considerato uno dei Paesi più tolleranti del mondo arabo, con una storia lunghissima di convivenza tra tutte le confessioni religiose iniziata circa due secoli fa proprio con la famiglia al Khalifa. La prima chiesa cattolica nel Paese fu costruita nel 1939 proprio su un terreno donato dagli al Khalifa. E un terreno fu donato dalla famiglia anche alla Comunione Angalicana, perché vi costruisse la sua cattedrale.

I cattolici nel Paese sono 80 mila, cresciuti in maniera esponenziale con le migrazioni per via del lavoro. Hanno una buona presenza nel Paese. Nel Senato del Re, c’è una donna cattolica come membro, mentre il re Hamad ha deciso di creare un Centro per la Convivenza Pacifica, con responsabile uno dei suoi figli, e il vescovo Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia Settentrionale, è tra i dieci membri della Direzione del Centro. 

Al momento, si sta costruendo una grande cattedrale cattolica, Nostra Signora di Arabia, un progetto ambizioso e bello.

Il principe ereditario al Khalifa porterà a Papa Francesco l’invito a visitare il Paese. SI tratta di un invito aperto da tempo, che viene reiterato adesso, ad un anno dalla visita di Papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti.

Il 6 febbraio, sarà in visita da Papa Francesco Andrej Plenkovic, primo ministro di Croazia, che viene in Vaticano in occasione della presidenza di turno della Croazia al Consiglio dell’Unione Europea.

Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma l’8 febbraio Papa Francesco potrebbe ricevere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, alla sua prima visita ufficiale. Papa Francesco ha mostrato particolare attenzione alla situazione ucraina, convocando anche a luglio il Sinodo e i metropoliti della Chiesa Greco Cattolica Ucraina e nell’occasione definendo senza mezzi termini come “guerra” quello che accade nella parte orientale del Paese.

Il 14 febbraio, ci sarà la visita in Vaticano di Janos Ader, presidente di Ungheria. Noto per il suo impegno verde, è possibile che tra i temi dell’incontro rientri appunto la necessità di una conversione ecologica.

Il 15 febbraio, dovrebbe essere da Papa Francesco il presidente di turno di Bosnia – Erzegovina Sefik Dzaferovic.

Dzaferovic ha già incontrato Papa Francesco lo scorso 1 dicembre, quando i partecipanti all’evento “Libertà dalla violenza: Pace sicurezza e prevenzione dei conflitti nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” sono stati in udienza da Papa Francesco.

Lo scorso 26 aprile era stato l’allora presidente di turno Milorad Dodik a fare visita a Papa Francesco. La presidenza di Bosnia è tripartita, e rappresenta le tre etnie principali: quella bosgnacca (musulmana), quella serba (ortodossa) e quella croata. I tre presidenti sono Milorad Dodik, che rappresenta i serbi, Šerif Džaferovic per il gruppo bosgnacco e Željko Komšic per il gruppo croato. Questi non è stato eletto con il voto dei croati, bensì da quello dei musulmani, grazie ad uno stratagemma permesso dalla legge elettorale e organizzato dalla dirigenza dell’SDA, dimostratosi vincente già nel 2006 e nel 2010.

L’assenza di un rappresentante croato crea delle tensioni, e da tempo i cattolici croati sono protagonisti di un esodo silezioso, più volte denunciato dal Cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, che ha chiesto anche “eguale cittadinanza” per tutti.

Il 22 febbraio, infine, Papa Francesco sarà visitato dal presidente dell’Azerbaidjan, Ilham Alyev. Alyev è dal 2003 alla guida del Paese caucasico, e ha vinto le ultime elezioni nel 2018. Ha accolto Papa Francesco a Baku nel 2016, e ora lo visita in Vaticano.

Durante febbraio, Papa Francesco riceverà il primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina il 6 di febbraio. Hasina è in Italia per un viaggio di incontri di quattro giorni.

Papa Francesco in Indonesia, c’è l’invito ufficiale

L’ambasciatore di Indonesia presso la Santa Sede Antonius Agus Sriyono ha consegnato lo scorso 28 gennaio al Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, la lettera di invito ufficiale a Papa Francesco per una visita nel Paese. Nella nota, Jakarta sottolinea di voler ospitare Papa Francesco il prossimo settembre.

Le indiscrezioni sul viaggio girano da tempo, e Papa Francesco dovrebbe collegare al viaggio in Indonesia una tappa a Timor Est ed anche una in Papua Nuova Guinea. Lo scorso 20 gennaio, parlando con EWTN, anche Yahya Cholil Staquf, membro del Consiglio Supremo di Nadhlatul Ulama, aveva confermato la possibilità della visita, desiderio che gli era stato confermato dal Papa durante una udienza in Vaticano il 15 gennaio insieme ad altri leader religiosi.

Ancora non c’è una data ufficiale per il viaggio, ma settembre sembra essere la finestra più probabile. Sarà un evento particolare per il Paese più musulmano del mondo, dove i cattolici sono circa il 3 per cento della popolazione.

Papa Francesco sarebbe il terzo Papa a visitare l’Indonesia: Paolo VI visitò il Paese nel 1970 e San Giovanni Paolo II vi andò nel 1989.

Papa Francesco ha mostrato attenzione per l’Indonesia, creando cardinale l’arcivescovo di Jakarta Ignatius Suharyo Hardjoatmodjo, e prima ancora affidando ad un gruppo di indonesiani il sussidio per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2019.

I vescovi indonesiani sono stati in visita ad limina da Papa Francesco lo scorso giugno, e il Papa li aveva esortati a promuovere e insegnare la Dichiarazione sulla Fraternità Universale che Papa Francesco e il Grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyb hanno firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Il documento è stato al centro della assemblea annuale dei vescovi indonesiani lo scorso novembre.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Questione Gerusalemme, le reazioni al piano “Peace to Prosperity”

La diffusione del piano “Peace to prosperity” dell’amministrazione USA per risolvere la questione israelo-palestinese ha suscitato varie reazioni. L’amministrazione USA propone due Stati, ma sottolinea che Gerusalemme deve essere la capitale indivisa di Israele.

L’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terrasanta ha reagito con un comunicato, diffuso il 29 gennaio, in cui viene sottolineato che “nessuna proposta e nessuna prospettiva seria possa essere raggiunta senza l’accordo dei due popoli, israeliano e palestinese”, e che queste proposte “devono essere basate sull’uguaglianza dei diritti e della dignità”.

Ma il piano “Peace to prosperity” non dà “dignità e diritti ai palestinesi”, ma va piuttosto considerato come “una iniziativa unilaterale, perché sostiene quasi tutte le richieste di una parte, quella israeliana, e la sua agenda politica”, mentre “non prende veramente in considerazione le giuste richieste del popolo palestinese per la sua terra d’origine, i suoi diritti e una vita dignitosa”.

Per gli ordinari di Terrasanta, si tratta di un piano che “non porterà alcuna soluzione, ma al contrario creerà più tensioni e probabilmente più violenza e spargimento di sangue”, mentre ci si aspetta che “i precedenti accordi firmati tra le due parti siano rispettati e migliorati sulla base di una completa uguaglianza tra i popoli”.

A questa posizione ufficiale, si è aggiunta quell’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, che nell’omelia pronunciata alla Messa conclusiva della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, ha denunciato che “la nostra società è sempre stata culturalmente e religiosamente pluriforme. Eppure oggi assistiamo al rifiuto di riconoscere questa diversità, dove ciascuno ha la sua dignità e i suoi diritti”.

Sottolineando l’attesa di poter spezzare insieme il pane eucaristico, l’arcivescovo Pizzaballa ha detto che questo può anche significare “assumere e riconoscere la ferita profonda di questa terra. Non possiamo cioè pregare per le divisioni tra noi, senza riconoscere e fare nostra anche la divisione di questa terra, il rifiuto ad accogliersi e riconoscersi l’un l’altro dei popoli che la abitano, con dignità e giustizia”.

E per questo – ha aggiunto – “non possiamo tacere. È nostro dovere dire: no, non è questa la strada da percorrere. Questa via porterà solo violenza e odio”.

Quindi, il 30 gennaio, sono stati Patriarchi e capi delle Chiese del Medioriente a fare una dichiarazione congiunta sul cosiddetto "Deal of the Century", sottolineando una "decisa presa di posizione a favore del raggiungimento di una pace giusta e globale in Medio Oriente, basata sulla legittimazione internazionale e sulle correlate risoluzioni dell’ONU, secondo modalità che garantiscano sicurezza, pace, libertà e dignità a tutti i popoli della regione".

I capi delle Chiese di Terrasanta denunciano che il piano di pace è stato annunciato alla Casa Bianca "alla presenza degli Israeliani e in assenza dei Palestinesi", cosa che "ci invita a chiedere all’Amministrazione statunitense e alla Comunità internazionale di elaborare l’idea di due Stati e di svilupparla in linea con la legittimazione internazionale, oltre ad aprire un canale di comunicazione politica con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’unico rappresentante legittimo del popolo palestinese riconosciuto a livello internazionale, per assicurare che le sue legittime aspirazioni nazionali siano soddisfatte, anche nel quadro di un piano di pace globale e duraturo, che sia accettato da tutte le parti interessate".

La dichiarazione tocca anche la questione di Gerusalemme, che nell'idea dei capi religiosi deve essere "una Città Santa aperta e condivisa dai due popoli, palestinese e israeliano, e dalle tre religioni monoteiste nonché la nostra conferma a sostenere il ruolo di custode dei Luoghi Santi affidato al Regno Hashemita". 

Quindi, i capi delle Chiese di Terrasanta invitano "tutti i partiti politici, le fazioni e i leader palestinesi a riunirsi per discutere di tutte le controversie, porre fine allo stato di conflitto interno e alle divisioni, adottando una posizione unitaria volta a concludere la costruzione dello Stato basata sul pluralismo e sui valori democratici".

                                                FOCUS AFRICA

Costa d’Avorio, annullata la Marcia per la Pace di Abidjan

Il 15 febbraio, si terrà ad Abidjan una preghiera per la pace in Costa d’Avorio. Sarebbe dovuta essere preceduta da una processione, una marcia per la pace, ma questa è stata annullata perché l’iniziativa, “programmata dall’ottobre 2019, soffre di interpretazioni ambivalenti, contraddittorie e ambigue”, ha affermato padre Augustin Obrou, responsabile delle comunicazioni della diocesi di Abidjan.

La Marcia si sarebbe dovuta tenere da Place de la Republique sull’altopiano di Abidjan fino alla Cattedrale. Nonostante il carattere eminentemente religioso della marcia, di fronte a pericoli di infiltrazioni dovute anche all’invito mosso da alcuni partiti politici ai propri militanti e sostenitori per unirsi alla processione, il Cardinale Jean-Pierre Kutwa, arcivescovo di Abidjan, ha deciso di limitare la giornata di preghiera esclusivamente all’interno della cattedrale.

Padre Obrou ha sottolineato che “Sua Eminenza comprende la delusione di tutti coloro che vorrebbero vivere questo momento di preghiera come pellegrinaggio”.

                                                FOCUS ASIA

Accordo Vaticano – Cina, il punto di vista di Padre Lorenzo Prezzi, Dehoniano

Il 28 gennaio, si è tenuto presso la Sala Stampa Estera a Roma un incontro sull’accordo Cina – Vaticano. Tra i relatori, padre Lorenzo Prezzi, dehoniano, che ha voluto fare una panoramica sulle problematiche e le possibilità dell’accordo riservato per la nomina dei vescovi firmato a settembre 2018 tra Santa Sede e Cina.

Padre Prezzi ha notato che il governo cinese è passato da una posizione ideologica di negazione delle fede ad un impegno nella loro gestione, ma che lo fa in un sistema in contraddizione tra prospettiva complessiva e sistemi pratici di gestione.

Tra le critiche, padre Prezzi ha delineato quelle che sono secondo lui le critiche pertinenti. Per esempio, ha notato che “le due nomine episcopali avvenute dopo la firma sono preziose, ma insufficienti rispetto al bisogno”, perché ci sono “decine di diocesi che non hanno un vescovo e diversi di quelli in esercizio hanno un’età che non consente loro un governo pieno”, mentre c’è “scarsa flessibilità sulle firme da apporre ai documenti dell’Associazione Patriottica”, nonché “le fragilità delle stesse comunità cattoliche”.

Secondo padre Prezzi, l’obiettivo più immediato dell’accordo sono le nomine dei vescovi e l’assorbimento del fenomeno della Chiesa clandestina, che ritiene essere “una normalizzazione che, paradossalmente, costringerà la stessa Associazione Patriottica a cambiare”, perché il fatto che sulle nomine l’ultima parola sia del Papa è “un innesto potente per il futuro”.

Per padre Prezzi, era prima di tutto necessario “evitare lo scisma di vescovi ordinati senza consenso papale”, perché ci fu già il rischio di un Papa cinese (nel gennaio 1951 il vescovo Zhou Jishi fu invitato ad assumersi la carica di Papa della Cina) e oggi c’è il rischio che le diocesi scoperte diventino lo strumento per uno scisma reale.

Così, “l’’Accordo costituisce il superamento definitivo dell’idea di creare in Cina una Chiesa nazionale, pur riconoscendo le molte particolarità della storia e della cultura cinese”.

Si tratta di un percorso “soltanto avviato, che potrebbe subire interruzioni e arretramenti”, ma che comunque serve a ricordare che “la comunione della Chiesa non è basso prezzo” e che c’è bisogno di potere evangelizzare”.

Il problema sta anche nei rapporti di potere, perché la Chiesa è l’anello debole sull’asse della Cina. “Non credo – ha detto padre Prezzi - che la Cina sia interessata a Roma perché il Papa guida il piccolo numero di cinesi che appartengono alla Chiesa cattolica, ma perché avverte il papato come attore globale in grado di produrre e testimoniare valori religioso-simbolici che non si lasciano comprimere né nei limiti delle nazioni, né in quelli di una singola cultura”.

                                               

                                                FOCUS AMERICA

La nunziatura di Haiti ospita il dialogo tra le parti

La nunziatura apostolica di Haiti, con l’autorizzazione di Papa Francesco, ha messo a disposizione i suoi locali per permettere un dialogo tra i vari attori della vita sociopolitica haitiana. La richiesta era arrivata direttamente dal presidente Jovenel.

La conferenza politica per uscire dalla crisi si è aperta il 29 gennaio, ed è stata organizzata dal Comitato Haitiano per l’Iniziativa Patriottica con il sostegno dell’Ufficio Integrato delle Nazioni Unite per Haiti, rappresentato da Helen La Lime, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite. La conferenza ha anche il sostegno dell’Organizzazione degli Stati Americani, rappresentata all conferenza da Cristobal Dupouy.

In un comunicato diffuso negli scorsi giorni, la nunziatura apostolica ci ha tenuto a rimarcare che “non partecipa alle discussioni politiche che si svolgono” e a ribadire che secondo la sua specifica vocazione, non sostiene alcun partito politico o attore politico nella vita nazionale”.

Il comunicato della nunziatura spiegava anche che “rendendo disponibili le sue premesse per la summenzionata conferenza, la nunziatura apostolica, in comunicazione con la Conferenza dei Vescovi di Haiti, è motivata unicamente dal desiderio di offrire un’opportunità di pace e stabilità ad Haiti”.

Alla fine del primo giorno di discussione, sono state avanzate tre proposte di accordo per porre fine alla crisi, che sono poi state analizzate il 30 gennaio. Da qui, si è lavorato per un testo consensuale finale che sarà comunicato successivamente.

                                                FOCUS EUROPA

Il Cardinale Schoenborn riceve il cancelliere austriaco Kurtz

Il Cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, ha ricevuto il 28 gennaio il cancelliere austriaco Sebastian Kurtz nel Palazzo arcivescovile. Si è trattato del primo incontro tra il Cardinale, prolungato da Papa Francesco per altri due anni alla guida dell’arcidiocesi di Vienna, e il capo dell’esecutivo verde-turchese.

Il Cancelliere Kurtz ha dichiarato di aver fornito al Cardinale Schoenborn una visione d’insieme dei piani del nuovo governo federale, e di aver discusso anche di questioni europee e internazionali. Da parte sua, il Cardinale Schoenborn ha mostrato apprezzamento per lo sforzo di mettere in atto una economia di mercato eco-sociale.

Il Cardinale Schoenborn ha sottolineato di considerare la questione ambientale come una questione centrale per il futuro, e ha detto che perché questa sia affrontata con successo è necessaria una base sociale ed economica sostenibile per il Paese.

Secondo il Cancelliere Kurtz, la Chiesa cattolica svolge un ruolo importante nel Paese: Il Cancelliere si è Detto anche convinto che molte misure pianificate dal governo, inclusa la politica familiare, siano apprezzate dalla Chiesa.

MULTILATERALE

L’arcivescovo Caccia presenta la lettera di nomina alle Nazioni Unite

Il 28 gennaio, l’arcivescovo Gabriele Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha presentato la sua lettera di nomina ad Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite.

L’arcivescovo Caccia è stato nunzio apostolico in Libano dal 2009 al 2017 e nunzio apostolico nelle Filippine dal 2017 fino alla sua nomina alle Nazioni Unite. Tra il 2002 e il 2009, l’arcivescovo Caccia è stato assessore per gli Affari generali nella Segreteria di Stato della Santa Sede.

Durante la settimana, l’arcivescovo ha anche celebrato una Messa nella chiesa Holy Family, la “parrocchia” delle Nazioni Unite, per inaugurare il suo lavoro come osservatore permanente. Tra i suoi primi impegni, l’attività della Santa Sede in occasione delle celebrazioni per i 75 anni delle Nazioni Unite

La visione di Papa Francesco per la pace: una lezione dell’arcivescovo Tomasi

Il 31 gennaio, presso il Berkley Center dell’Università di Georgetown a Washington, l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, già osservatore permanente della Santa Sede presso le organizzazioni internazionali a Ginevra, ha tenuto una relazione sulla “Visione di Papa Francesco della pace: disarmo, sviluppo e inclusività nel concetto cattolico di una pace giusta”.

Nella sua lezione, l’arcivescovo Tomasi ha ricordato come Papa Francesco in Giappone abbia condannato non solo l’uso né la minaccia di uso, ma anche il mero possesso delle armi nucleari.

La ragione di questa condanna – ha spiegato – sta nella posizione della Santa Sede su pace e sicurezza ormai sviluppata da diversi anni, e che riguardano sia le catastrofiche conseguenze ambientali e l’irreversibile effetto delle conseguenze di queste armi, sia il fatto che l’investimento in armi nucleari è un investimento sbagliato, mentre lo stesso denaro potrebbe essere meglio investito in diverse aree di sviluppo umano integrale.

In più, l’arcivescovo Tomasi ha sottolineato l’inadeguatezza della dottrina della deterrenza nucleare, specialmente oggi che ci si trova ad affrontare nuove dimensioni nella guerra moderna nei suoi conflitti “ibridi, a bassa intensità, asimmetrici e interni agli Stati”.

La situazione non è solo inaccettabile del punto di vista teorico, spiega l’arcivescovo Tomasi, ma anche se “consideriamo le minacce che sono già in atto”, tra cui il rischio di un incidente nucleare e gli effetti destabilizzanti provocati dai testi nucleari.

La Santa Sede – ha poi spiegato l’arcivescovo Tomasi – propone un “sano realismo” con la sua dottrina sociale, e questo è valido specialmente se si considera il collegamento tra “il concetto laico di disarmo umanitario” e il disarmo integrale della Dottrina Sociale.

Per l’arcivescovo Tomasi, è urgente una conversione non violenta ed ecologica, ma soprattutto sono urgenti e irrinunciabili il dialogo internazionale e multilaterale, così come la necessità di ritrovare fiducia tra persone, comunità e nazioni, la priorità di rafforzare la fraternità ecumenica ed interreligiosa e la coesistenza armoniosa.

L’arcivescovo Tomasi ha anche sottolineato la minaccia che viene dall’applicazione dell’intelligenza artificiale ai moderni armamenti e il collasso della architettura legale sul disarmo e il controllo delle armi.

                                                DALLE NUNZIATURE

Rinuncia il nunzio apostolico nel Regno Unito

Va in pensione un diplomatico di lungo corso. L’arcivescovo Edward Joseph Adams, nunzio apostolico nel Regno Unito, rinuncia all’incarico al compimento dei 75 anni. La notizia è stata data dalla Sala Stampa della Santa Sede il 31 gennaio, come previsto dalle nuove norme stabilite dal Motu proprio “Imparare a congedarsi”, pubblicato il 15 febbraio 2018, secondo il quale i nunzi seguono la stessa procedura di vescovi e capi Dicastero della Curia non cardinali. Così, si legge nel motu proprio, anche i rappresentanti pontifici “non cessano ipso facto dal loro ufficio al compimento dei settantacinque anni di età, ma in tale circostanza devono presentare la rinuncia al Sommo Pontefice”. Per essere efficace, la rinuncia dev’essere accettata dal Papa.

“Ambasciatore del Papa” nel Regno Unito del 2017, l’arcivescovo Adams è stato dal 1996 al 2002 nunzio apostolico in Bangladesh, quindi dal 2002 al 2007 ha rappresentato il Papa nello Zimbabwe. Dal 2007 al 2011 ha servito come nunzio apostolico nelle Filippine, e quindi dal 2011 al 2017 ha rappresentato il Papa in Grecia, prima di essere inviato nel Regno Unito.

L'1 febbraio, Papa Francesco ha nominato monsignor Michael F. Crotty nunzio apostolico in Burkina Faso. Fino ad ora, monsignor Crotty era primo consigliere della nunziatura di Madrid. Come primo incarico da "ambasciatore del Papa" va in un Paese difficile, dove si sono moltiplicati gli attacchi jihadisti

Crotty, irlandese della diocesi di Cloyne, è nel servizio diplomatico della Santa Sede dal 2001. Fino al 2004 è stato segretario della Nunziatura Apostolica in Kenya e vice capo della Missione dell Santa Sede alle istituzioni delle Nazioni Unite UNEP e UN-HABITAT, che hanno sede a Nairobi.

Dal 2004 al 2007, ha servito come primo segretario della Naziatura apostolica in Canada, e dal 2007 al 2009 è stato primo segretario delle nunziature apostoliche di Iraq e Giordania

Richiamato in Vaticano, ha servito dal 2009 al 2017 nella sezione per le relazioni con gli Stati della Segreteria di Stato, e poi è stato inviato a Madrid, dove ha servito per tre anni come primo consigliere della nunziatura. 

Ti potrebbe interessare