Sinodo 2018, dalla Lituania: “I giovani vogliono sentir parlare di santità”

Il Vescovo Darius Trijonis
Foto: Public Domain
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Vero, c’è bisogno di una evangelizzazione digitale, di stare al passo con i tempi, di essere su tutte le piattaforme che permettono di evangelizzare 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ma, soprattutto, c’è bisogno di parlare di santità, di senso del sacro, perché i giovani lo vogliono, lo cercano e lo desiderano. Lo spiega ad ACI Stampa il vescovo Darius Trijonis, ausiliare di Vilnius e responsabile della pastorale giovanile di Lituania.

Papa Francesco è stato in Lituania, ha avuto lì un grande incontro con i giovani. Cosa resta di questo incontro?

Mi ha molto colpito che Papa Francesco abbia detto che dobbiamo guardare alle radici, di prendere il buono del passato per andare avanti. È la chiave per avere un rapporto tra generazioni, perché non tutto nel passato è brutto, persino nel tempo sovietico si possono trovare buone cose, guardando ad esempio alla storia delle persone che lottavano per la fede e davano una bella testimonianza. Queste persone ci dimostrano che dobbiamo trasmettere la nostra fede, ma soprattutto che, se la storia tornerà, dobbiamo ricominciare a lottare per la nostra fede, per la nostra nazione, per la nostra identità.

Ma i giovani in Lituania sentono ancora il peso della dominazione sovietica?

I giovani studiano una storia della Lituania che non è quella che si studiava in tempi sovietici. Ci sono le testimonianze delle persone che hanno vissuto sotto il regime sovietico, e vengono ascoltate. Così, i nostri giovani saranno in grado di capire, se succederà di nuovo una cosa simile.

Sentite così tanto il peso della Russia da temere una nuova invasione?

Ci dobbiamo rendere conto che la Russia fa ancora guerre, come il conflitto in Ucraina. E le guerre sono guerre, anche se ne parliamo come se non ci tocchino. E invece ci sono persone che muoiono, che vivono il conflitto, e succede anche quando noi ci abituiamo, e entriamo in una zona di conforto. Ma dobbiamo uscire dal nostro comfort, guardare oltre. Ci sono regioni, Paesi interi da dove le persone sono costrette ad emigrare a causa della politica, e siamo chiamati ad accogliere queste persone, a mostrare solidarietà. Così, non dobbiamo non essere vigili su quello che succede intorno a noi. In Russia si sente parlare a volte dell’idea di far tornare i Paesi dell’ex Unione Sovietica. Questo mi fa spaventare. Dobbiamo ancora imparare bene le lezioni del passato.

Durante l’epoca sovietica, la fede era stata conservata con la testimonianza della famiglia. Oggi che le famiglie sono cresciute comunque in un mondo secolarizzato, c’è ancora fede?

Dipende dalle regioni, dalla tradizione. Nella parrocchia dove sono c’è una forte componente polacca, e i polacchi sono molto più rispettosi delle feste religiose, delle tradizioni religiose. D’altra parte, però, non possiamo misurare la fede delle persone sulla base della partecipazione alle celebrazioni. Possiamo parlare di quantità, ma non di qualità.

Quale è la qualità della fede dei giovani di Lituania?

Mi sembra che i giovani vogliano che noi parliamo di più delle cose religiose, che puntiamo sulla santità. La Chiesa non può diventare il club in cui stare a proprio agio. Abbiamo, in questo, una differenza con i vescovi latinoamericani, e in particolare quelli del Brasile, che hanno sperimentato una perdita di fedeli in favore delle sette evangelicals dovuto al fatto che queste presentano la fede in maniera più gioiosa, come una festa appunto. Ma la Chiesa è prima di tutto la casa di Dio, in cui ci troviamo uniti con nostro Signore, non soltanto per riunirci o per fare qualche festa. E i giovani vogliono qualcosa di spirituale. Il primo motivo per cui si va in Chiesa è che il Signore ci aspetta e vuole essere tra noi, non soltanto quando i momenti sono gioiosi. E noi siamo chiamati a spalancare le porte delle chiese per lasciare passare le persone che vogliono sentirsi accolte, ma senza rendere le chiese soltanto un palazzo dove ci riuniamo a sentire qualche concerto.

Lei dice che i giovani hanno bisogno del sacro, eppure il dibattito, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, ha mostrato una tendenza sempre più “pastoralista” che un po’ è andato a danno della sacralità. Lei trova questo problema reale?

È una domanda impegnativa, che riformulerei così: come conciliare la tradizione dell’Est con la tradizione dell’Ovest? La tradizione dell’Est punta molto sul sacro, mentre nel mondo occidentale il Sacro ha perso un po’ il suo significato. Dal modo in cui concilieremo questi due mondi, troveremo una risposta per andare avanti. Io noto però che i giovani vogliono le cose sacre, e lo dimostra il fatto che sono più diffuse le vocazioni per i conventi contemplativi che non per quelli cosiddetti “attivi”.

C’è come la sensazione che questo Sinodo si occupi più di raggiungere chi è fuori dalla Chiesa che non di aiutare chi è già nella Chiesa. È vero?

Dai discorsi sembra sia così, che si parli solo all’esterno. Ma quando parliamo tra di noi, nel dibattito sinodale, non è così. Gli interventi dei padri sinodali esprimono la voglia di esprimere ciò che c’è nella loro diocesi, e questo fa percepire questo come un discorso rivolto all’esterno, e non tanto all’interno della Chiesa. Magari dovremmo parlare più di santità, e direi – lo ripeto – che i giovani hanno questo desiderio che noi parliamo di più della santità. Mi è piaciuto che al Sinodo si sia parlato di una piattaforma per evangelizzare, dell’evangelizzazione digitale, perché non dobbiamo mancare dei mezzi per portare la parola di Dio. Ma siamo chiamati anche a raccogliere i frutti spirituali dentro di noi che possiamo portare agli altri.

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