Testimonianza cristiana e diritto nel pensiero e nella vita di Rosario Livatino

Il giovane magistrato cadde ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990

Il magistrato Rosario Livatino
Foto: pubblico dominio
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Trent'anni fa cadeva ucciso per mano della mafia il magistrato Rosario Livatino.

Giudice a latere in importanti processi, visse la professione come una missione e la carità come l'obiettivo del suo essere.

In una realtà in divenire, fu un esempio per tutti, ma di più un autentico innamorato del vangelo, che teneva sulla scrivania. Alla sua morte il libro fu trovato pieno di appunti.

San Giovanni Paolo II lo presentò come martire della giustizia e indirettamente della fede.

Sulla sua vita è stato scritto molto e su di lui è stato anche realizzato un film. La sua esistenza non si snodò, solo sul crinale della storia, ma sopratutto coinvolse quello della fede.

Guardando la vita del giudice Livatino ci si trova difronte ad un coerente testimone del vangelo. Leale, franco, coraggioso. Rifiutò la scorte, deposero i genitori durante il processo di beatificazione, per evitare la morte di altre persone. Questo fu confermato anche da alcuni colleghi.

Sapeva di trovarsi sopra esposto, ma la sua fede ed il suo altruismo lo portò a questa scelta.

L'uomo si conosce dal bambino e si conferma da adulto e Rosario, in quell'età in cui il gioco tocca le corde dell'esuberanza, saltava la ricreazione per dare una mano ai compagni in difficoltà nello studio. L'altro da aiutare è il suo mondo, la società da costruire la sua realtà.

Non è nato santo, ne eroe ma lo è diventato con fatica, sforzo ed abnegazione.

Ha imparato a piegarsi alla legge della coscienza, con un modo di essere, alto e  nobile, come i valori nei quali crede e tra questi, al primo posto, c'è la fede e quell'educazione impartita dagli amatissimi genitori.

Giorno dopo giorno, ha costruito il proprio orizzonte, navigando a vista contro le procelle della vita, spesso non clemente.

Ha contrapposto il suo mondo, fatto di altezze inesplorate, a ciò che non lo era.

Nella professione, nella vita e nei rapporti personali ha incarnato ciò in cui credeva: null'altro.

Una delle sue frasi diceva “Quando moriremo non ci chiederanno se siamo stati credenti, ma credibili”. Lo ha confermato con le sue scelte.

Nelle sue agendine, sono moltissimi i riferimenti alla fede, partendo da quella tre lettere S.T.D (ovvero sub tutela dei) con le quali iniziava l'anno.

Per amore della collettività, esitò a concretizzare il sogno di realizzare una famiglia, lui cosi sensibile e rispettoso all'amore, ma solo quello bello e vero come la vita, per evitare di veder soffrire altre persone, ancor più care al suo cuore.

Si limitò in tutto, pur di non far mancare un appoggio, ma di più il suo affetto ai genitori, non più giovanissimi.

Pochi giorni, dopo la scomparsa, l'edicolante davanti al Tribunale, ricordò il suo cliente, in questi termini: semplice, educato, gentile.

Non visse la sua professione come prerogativa di superiorità, ma come servizio alla comunità.

Fu giudice nel saper decidere, ma di più comprendere l'umanità che vi passava sotto.

In una conferenza, presso le Suore vocazioniste di Canicattì, in merito al saper valutare del suo lavoro, osservò: “Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio.

Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell'amore verso la persona giudicata.

Il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale.

Entrambi, però, credente e non credente, devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia.

E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società - che somma così paurosamente grande di poteri gli affida - disposto e proteso a comprendere l'uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione.

Ed ancora una volta sarà la legge dell'amore, la forza vivificatrice della fede a risolvere il problema radicalmente. Ricordiamo le parole del Cristo all'adultera: "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra"; con esse egli ha additato la ragione profonda della difficoltà: il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta”(da Fede e diritto, Canicattì). Era il 30 aprile 1986.

Morirà, purtroppo, quattro anni dopo.

Questo è stato Rosario Livatino, non solo un ottimo professionista ma un vero servo di Dio che ha scelto di contrapporre la fede e la giustizia a tutto il resto, pur di essere al servizio di quel mondo che, con il suo sacrificio, ha saputo cosi egregiamente difendere.

Dal 21 settembre 2011 è aperto il processo di beatificazione.

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