Il Papa, non cadiamo nella tentazione di non poter essere perdonati

Un dettaglio della statua di Maria che libera i prigionieri
Foto: CTV
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É una delle celebrazioni meno affollate, ma certo una delle più intense quella del Giubileo del mondo delle carceri.

Appena qualche migliaio di persone, detenuti, ex detenuti, familiari e tutti colo che nelle carceri lavorano e operano, cappellani delle carceri e associazioni che offrono assistenza all’interno o all’esterno delle carceri. Tutti nella basilica di San Pietro ad ascoltare testimonianze e pregare il Rosario fino all’arrivo del Papa per la Messa.

E il Papa parla della speranza, a loro che spesso l’hanno persa.

“La speranza è dono di Dio. Essa è posta nel più profondo del cuore di ogni persona perché possa rischiarare con la sua luce il presente, spesso turbato e offuscato da tante situazioni che portano tristezza e dolore”.

Parla di compassione Papa Francesco: “Certo, il mancato rispetto della legge ha meritato la condanna; e la privazione della libertà è la forma più pesante della pena che si sconta, perché tocca la persona nel suo nucleo più intimo. Eppure, la speranza non può venire meno. Una cosa, infatti, è ciò che meritiamo per il male compiuto; altra cosa, invece, è il “respiro” della speranza, che non può essere soffocato da niente e da nessuno”.

 Speranza che è di Dio perché “non esiste tregua né riposo per Dio fino a quando non ha ritrovato la pecora che si era perduta. Se dunque Dio spera, allora la speranza non può essere tolta a nessuno, perché è la forza per andare avanti; è la tensione verso il futuro per trasformare la vita; è una spinta verso il domani, perché l’amore con cui, nonostante tutto, siamo amati, possa diventare nuovo cammino… Insomma, la speranza è la prova interiore della forza della misericordia di Dio, che chiede di guardare avanti e di vincere, con la fede e l’abbandono in Lui, l’attrattiva verso il male e il peccato”.

 E per questo il Papa si rivolge a loro ai detenuti ricordando che il “Giubileo, per sua stessa natura, porta con sé l’annuncio della liberazione . Non dipende da me poterla concedere, ma suscitare in ognuno di voi il desiderio della vera libertà è un compito a cui la Chiesa non può rinunciare”.

E Francesco ricorda ancora una volta i pregiudizi verso la riabilitazione: “Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della verità che genera la libertà. E puntare il dito contro qualcuno che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le proprie contraddizioni”.

Invece “nessuno di voi, pertanto, si rinchiuda nel passato! Certo, la storia passata, anche se lo volessimo, non può essere riscritta. Ma la storia che inizia oggi, e che guarda al futuro, è ancora tutta da scrivere, con la grazia di Dio e con la vostra personale responsabilità. Imparando dagli sbagli del passato, si può aprire un nuovo capitolo della vita. Non cadiamo nella tentazione di pensare di non poter essere perdonati”.

E conclude: “quante volte la forza della fede ha permesso di pronunciare la parola perdono in condizioni umanamente impossibili! Persone che hanno patito violenze e soprusi su loro stesse o sui propri cari o i propri beni… Solo la forza di Dio, la misericordia, può guarire certe ferite. E dove alla violenza si risponde con il perdono, là anche il cuore di chi ha sbagliato può essere vinto dall’amore che sconfigge ogni forma di male”.

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