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Nicaragua, Ortega libera ed esilia 2 vescovi, 15 sacerdoti, 2 seminaristi. C'è Álvarez

Il vescovo di Matagalpa, condannato a 26 anni per tradimento, era in carcere da 338 giorni. Aveva rifiutato l’esilio prima del processo, ma ha accettato la mediazione vaticana

Parolin, Nicaragua | Il cardinale Parolin accoglie i vescovi, sacerdoti e seminaristi liberati dal Nicaragua | Twitter @tweetingpriest Parolin, Nicaragua | Il cardinale Parolin accoglie i vescovi, sacerdoti e seminaristi liberati dal Nicaragua | Twitter @tweetingpriest

Non aveva accettato di andare in esilio prima del processo che lo aveva condannato per alto tradimento. Ma il vescovo di Matagalpa Rolando Álvarez ha accettato però la mediazione della Santa Sede, che è in corso già dallo scorso luglio, e il 14 gennaio è stato annunciato che lui, un altro vescovo e altri 15 sacerdoti e due seminaristi incarcerati erano stati portati dal Nicaragua verso il Vaticano. Le prime foto del loro arrivo in Vaticano, accolti dal Cardinale Pietro Parolin, stanno già circolando, senza una attirbuzione precisa. 

La Santa Sede, che è senza personale diplomatico a Managua – prima il nunzio, poi tutto il personale della nunziatura sono stati espulsi, e l’ambasciata del Papa è sguarnita da marzo dello scorso anno – ha così concluso una difficile opera di mediazione con il governo di Daniel Ortega, che tra l’altro non ha mancato nel corso di questi mesi di attaccare la Chiesa, fino a chiedere di avere una parola sulla nomina dei vescovi.

Con il vescovo Álvarez, viene scarcerato anche il vescovo Isidoro Mora di Siuna, che era detenuto dallo scorso dicembre. Il governo del Nicaragua ha comunicato il trasferimento con una nota stampa in cui ringrazia Papa Francesco, la Segreteria di Stato vaticana e in particolare il Cardinale Parolin, Segretario di Stato, e il suo gruppo di lavoro, per “il coordinamento molto rispettoso e discreto realizzato per rendere possibile il viaggio in Vaticano”.

Oltre ai vescovi Álvarez e Mora, sono stati liberati ed esiliati:Oscar José Escoto Salgado; Jader Danilo Guido Acosta; Pablo Antonio Villafranca Martínez; Carlos José Avilés Cantón; Héctor del Carmen Treminto Vega; Marcos Francisco Díaz Prado; Fernando Isaías Calero Rodríguez; Silvio José Fonseca Martínez; Mikel Salvador Monterrey Arias; Raúl Antonio Zamora Guerra; Miguel Agustín Mantica Cuadra; Jhader Antonio Hernández Urbina; Gerardo José Rodríguez Pérez; Ismael Reineiro Serrano Gudiel; José Gustavo Sandino Ochoa; Tonny Daniel Palacio Sequeira y Alester de Jesús Sáenz Centeno.

Il governo sandinista di Ortega che la scarcerazione e il trasferimento all’estero sono stati raggiunti “in ottemperanza agli accordi di buona fede e buona volontà che cercano di promuovere la comprensione e migliorare la comunicazione tra Santa Sede e Nicaragua, per la pace e il bene”.

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Il comunicato conclude: “Riconosciamo le possibilità del dialogo franco, discreto, prudente e molto serio, un dialogo responsabile e attento, che ha reso possibile arrivare oggi a questo giorno di lode al Dio di tutti, che ci illumina e guida per continuare a coltivare la confidenza, e per aumentare, a partire dalla fede e dalla tranquillità dello spirito e al diritto alla giustizia e alla vita delle famiglie nicaraguensi”.

Papa Francesco, durante il suo discorso di inizio anno al Corpo diplomatico dell’8 gennaio, aveva detto: “Desta ancora preoccupazione la situazione in Nicaragua: una crisi che si protrae nel tempo con dolorose conseguenze per tutta la società nicaraguense, in particolare per la Chiesa Cattolica. La Santa Sede non cessa di invitare ad un dialogo diplomatico rispettoso per il bene dei cattolici e dell’intera popolazione”. Le parole del Papa, viste con il senno di poi, erano un segnale al governo Ortega che il dialogo già intrapreso poteva e doveva andare avanti.

Non è la prima volta che avviene una liberazione simile. Già nell’ottobre 2023, dodici sacerdoti imprigionati furono inviati dal Nicaragua a Roma.

I vescovi arrestati

Tra le persone ora in arrivo a Roma c’è, come detto, il vescovo di Matagalpa, che fu messo agli arresti domiciliari già all’inizio di agosto 2022 insieme a sacerdoti, seminaristi e un laico. Quindi, due settimane dopo, la polizia del Nicaragua irruppe nella casa di Álvarez, prelevò il vescovo e lo porto a Managua.

Il 10 febbraio 2023, in un processo molto contestato, Álvarez è stato condannato a più di 26 anni di carcere con l’accusa di essere traditore della patria. È stato da allora recluso in una prigione conosciuta come “La Modelo”, che ospita soprattutto prigionieri politici.

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L’arresto del vescovo Mora è avvenuto il 20 dicembre 2023, nel mezzo di una serie di arresti del regime contro sacerdoti cattolici che è arrivato a più di 15 detenzioni in un mese. La “colpa” di Mora era stata quella di aver celebrato il giorno prima una Messa a Matagalpa e aveva chiesto nell’occasione ai fedeli di pregare per il vescovo Álvarez.

A inizio gennaio, Papa Francesco aveva chiesto la liberazione del vescovo, e aveva trovato una sponda nel portavoce del Dipartimento di Stato USA Matthew Miller, il quale aveva chiesto la liberazione incondizionata del vescovo.

Un canale diplomatico nascosto

La liberazione testimonia, comunque, la presenza di un canale diplomatico e non è cosa di poco conto. La nunziatura di Managua è stata svuotata nel marzo 2023, su richiesta del governo Nicaraguense. Sebbene il gesto fosse una vera e propria rottura, e una escalation negli attacchi del Nicaragua alla Santa Sede che sono arrivati anche all’espulsione del nunzio, il governo nicaraguense aveva sottolineato che si trattava di una sospensione, ma non di una chiusura dei rapporti diplomatici. 

La crisi in Nicaragua si trascina dal 2018, quando le manifestazioni per la riforma delle pensioni sfociarono nella violenta repressione del governo. All’inizio del 2022, il governo Ortega ha anche abolito il titolo di decano del corpo diplomatico, diritto che spetta al nunzio dai tempi della Convenzione di Vienna, e poi ha anche espulso in maniera inopinata e sorprendente anche per la Santa Sede lo stesso nunzio, l’arcivescovo Walder Sommertag, che è stato poi destinato ad un’altra nunziatura.

In precedenza, era stato il vescovo ausiliare di Managua, Silvio Báez, a essere chiamato dal Papa Francesco a Roma nel 2019, con una decisione improvvisa in mezzo a una recrudescenza della violenza.

I precedenti

Ma c'è stato un precedente ancora più lontano: nel 1986, Pablo Antonio Vega, vescovo-prelato di Juigalpa e vicepresidente della Conferenza episcopale di Nicaragua era stato esiliato dal Nicaragua. La stessa sorte era toccata quell'anno a monsignor Bismarck Carballo, portavoce dell'arcivescovo di Managua.

La posizione di Papa Francesco

Papa Francesco è sempre informato della situazione in Nicaragua, e ha dedicato diversi appelli al Nicaragua da quando è scoppiata la crisi nel 2018. C'era un motivo preciso. All'inizio della crisi, nata da una riforma pensionistica del governo Ortega ma sintomatica di un più ampio malcontento della popolazione, sembrava esserci uno spazio di mediazione per la Chiesa nel cosiddetto dialogo nazionale. 

Il ruolo dei vescovi

I vescovi erano stati chiamati come "mediatori e testimoni". Ma il loro ruolo è diventato impossibile quando sono ripresi gli scontri tra le autorità nicaraguensi e i manifestanti.

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La Chiesa, nel giugno 2018, aveva sospeso la sua presenza nel cosiddetto dialogo nazionale. In risposta, è stata individuata dal governo come forza di opposizione, con un'escalation che ha portato persino a un attentato il 9 luglio 2018 contro il cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, il suo ausiliare Báez e il nunzio Sommertag.

Tuttavia, l'intenzione della Santa Sede era ancora quella di instaurare un dialogo, ritenendo che almeno un dialogo tra le parti sarebbe stato utile. Col tempo, sarebbe stato deluso.

Papa Francesco ha poi cambiato approccio. Cominciò a intervallare gli appelli pubblici, chiamò il vescovo Baez a Roma e cercò di calmare le acque. Il principio non era quello di andare contro il governo, ma piuttosto di trovare modi di collaborazione.

Anche il nunzio Sommertag aveva avuto successo in alcune situazioni, negoziando persino il rilascio di alcuni prigionieri politici.

Gli appelli pubblici si sono poi pian piano diradati, comparendo solo in situazioni eccezionali, e il Nicaragua non è stato nemmeno menzionato nel messaggio natalizio di Papa Francesco "Urbi et Orbi" del 2022. In quell'occasione, il Papa si è limitato a chiedere che Gesù ispiri "le autorità politiche e tutte le persone di buona volontà del continente americano nei loro sforzi per pacificare le tensioni politiche e sociali che colpiscono diversi Paesi". Non ha fatto alcun riferimento diretto, tranne che per la successiva menzione del popolo haitiano. 

Una nuova linea diplomatica?

Il Papa aveva fatto un altro riferimento il 15 settembre 2022, durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Kazakistan. "Sul Nicaragua", ha detto il Papa, "le notizie sono chiare, tutte. C'è dialogo, al momento c'è dialogo. Ci sono stati colloqui con il governo, c'è un dialogo. Questo non significa che tutto ciò che il governo fa sia approvato o disapprovato. No. C'è dialogo e quando c'è dialogo è perché c'è bisogno di risolvere i problemi. Al momento ci sono problemi. Spero almeno che le suore di Madre Teresa di Calcutta tornino. Queste donne sono buone rivoluzionarie, ma del Vangelo! Non fanno la guerra a nessuno. Al contrario, abbiamo tutti bisogno di queste donne. Ma speriamo che tornino e che la situazione si risolva. Ma continuate il dialogo. Mai, mai interrompere il dialogo. Ci sono cose che non sono comprensibili. Mettere un nunzio al confine è una cosa seria dal punto di vista diplomatico, e il nunzio è un bravo ragazzo, che ora è stato nominato altrove. Sono cose difficili da capire e da mandare giù”.

Erano parole che esprimevano la linea del dialogo, e una volontà di non andare al muro contro muro.. All'arcivescovo Sommertag venne così assegnata un'altra nunziatura, quella del Senegal, di Capo Verde, della Guinea Bissau e della Mauritania, e non c'è ancora un nuovo "ambasciatore papale" a Managua.

Il senso del rimanere senza nunzio

La decisione di trasferire il nunzio e non nominarne uno nuovo non era solo una concessione alle pressioni di Ortega. Era anche un modo per inviare un segnale. Avere un incaricato d’affari invece di un nunzio, infatti, segnala una non volontà di legittimare le azioni del governo, perché il nunzio dovrebbe in qualche modo riconoscere il governo nel momento in cui chiede l’agreamant e presenta le lettere credenziali..

Gli attacchi alla Chiesa

L'arresto di Alvarez era stato il culmine di una serie di attività contro la Chiesa e i diritti umani in generale. Tra i fatti salienti: alcuni missionari di Madre Teresa sono stati espulsi nel giro di poche ore, con l'accusa di aver favorito il terrorismo e altro; riviste, giornali e canali televisivi della Chiesa locale sono stati chiusi con ordinanze amministrative; centinaia di prigionieri politici e candidati presidenziali sono in carcere.

Al momento, il regime di Ortega ha ancora un centinaio di prigionieri politici.