Aborto per contrastare Zika? La Santa Sede dice no

Sede delle Nazioni Unite, New York
Foto: Andrea Gagliarducci / ACI Stampa
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È un no chiaro e netto, quello della Santa Sede, alle politiche di liberalizzazione dell’aborto per contrastare il virus Zika in nome di un supposto collegamento con casi di microcefalia del feto. Non ci sono mezzi termini nel discorso che l’arcivescovo Bernardito Auza ha tenuto lo scorso 16 febbraio, in una discussione interattiva che è seguita al briefing sul Virus Zika convocata dal Presidente del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite.

L’espansione del virus avviene soprattutto in America Latina, e l’arcivescovo Auza mostra solidarietà e preoccupazione per le popolazioni che soffrono dell’epidemia del virus Zika. In particolare, richiama l’attenzione sulla condizione dei poveri e delle persone più vulnerabile, che in questo caso sono soprattutto i vecchi, i bambini, le persone con disabilità. A tutti loro, “va garantito accesso immediato a strumenti di prevenzione” e “a trattamenti medici”, oltre che alle informazioni necessarie sul sito.

E tra i più vulnerabili, l’arcivescovo Auza inserisce “le madri incinte e i bambini che portano in grembo”, perché “il legame suggerito tra Zika e i difetti alla nascita è una preoccupazione eccessivamente grave”, che merita “una azione concertata” da parte di tutta la comunità internazionale. Si dice che il virus sia legato ai casi di microcefalia o alla sindrome Guillain-Barré, ma di fatto questo non è stato definito. Ci vuole “più ricerca per determinarlo”, sottolinea l’osservatore permanente della Santa Sede. Anche perché “è chiaro che non tutte le donne incinte che contraggono il virus mettono i bambini a rischio di avere difetti alla nascita”. Al momento, “la trasmissione del virus si è verificata principalmente attraverso morsi di zanzara, e solo raramente è passato di madre in figlio”. Nemmeno è ancora confermato che la malattia si possa trasmettere sessualmente.

Quindi, più che “dal panico”, la risposta deve essere “una dovutà vigilanza” sulla diffusione del virus, e “dato che la diffusione del virus ha potenziali implicazioni” sulle donne incinte, si potrebbe intanto “promuovere l’astinenza”, e poi comunque serve una soluzione comprensiva.

Per questo, la Santa Sede si dice “profondamente preoccupata dai recenti richiami di alcuni officiali di governo, e anche da parte dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, in favore di una liberalizzazione delle leggi sull’aborto e l’accesso a farmaci abortivi come un mezzo per prevenire la nascita di bambini con difetti alla nascita”.

La posizione è molto precisa. “Non solo – sottolinea l’Osservatore della Santa Sede – si tratta di una risposta illegittima alla crisi, ma, dato che porta a cessazione la vita di un bambino, non è di certo una azione di prevenzione”.

Anzi, “la promozione di una tale politica radicale conferma il fallimento della comunità internazionale nel fermare la diffusione della malattia e di sviluppare e provvedere il trattamento medico di cui necessitano le donne incinta e i loro bambini, in modo da evitare la nascita di bambin con difetti o mitigare gli effetti di queste disabilità e portare a termine la gravidanza”.

Anche perché la diagnosi della microcefalia “non è una sentenza di morte”, come testimonia la storia di Ana Carolina Caceres, una “giornalista brasiliana nata con microcefalia”, la quale “ha denunciato la disinformazione e paura intorno alla condizione che porta alcuni a pensare che quelli che sia meglio che quelli affetti da microcefalia non vivano, invece di vivere e contribuire alla società”.

L’esempio di Ana Carolina è quello che fa l’arcivescovo Auza per ammonire che “è un fatto che alcuni bambini sviluppano condizioni come la microcefalia, e che questi bambini comunque meritino di essere protetti e curati per tutta la loro vita, in accordo con l’obbligo di salvaguardare la vita umana, in qualunque caso, con lo stesso impegno”.

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