Abusi del clero, la soluzione di Benedetto XVI: recuperare la distinzione tra bene e male

Il Papa Emerito Benedetto XVI
Foto: Alessia Giuliani CPP
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 “L’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la sua Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa”. Parola di Benedetto XVI che in 35 mila battute affronta il tema dello scandalo della pedofilia, parte dalla sociologia, passa per il post Concilio, attraversa la pastorale e conclude con una vera teologia della speranza. E lo fa a modo suo con un saggio per una rivista per il clero tedesco, Klerusblatt.

Ancora una volta Joseph Ratzinger prende la penna in mano da teologo, a quasi 92 anni, per mettere in chiaro alcune idee che nascono dalla esperienza della sua vita. Così, con il permesso di Papa Francesco e in accordo con il Segretario di Stato Parolin, mette a fuoco la questione che inonda le pagine dei giornali.

Ha sperimentato il deflagrare di questo terribile problema e l'ha dovuto affrontare come Papa, e poco prima della riunione voluta da Francesco con le Conferenze episcopali di fine febbraio scrive tre capitoli, uno storico, uno pastorale, uno dottrinale. Note per dare un contributo al superamento della crisi.

Nel primo capitolo mostra il sorgere della problematica, con la rivoluzione sessuale degli anni ‘60 e la conseguente liberalizzazione che ha contribuito alla diffusione di prassi immorali, come anche la pedofilia, insomma una sessualità senza norma.

Scrive Benedetto XVI: “Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile”.

Nella Chiesa intanto si vive un vero collasso della teologia morale cattolica “che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società”.

E spiega che “Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalisticamente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova comprensione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi completamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia (...) si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere definita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio ‘il fine giustifica i mezzi’ non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tuttavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantomeno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio”.

E si arriva alla “Dichiarazione di Colonia” del 5 gennaio del 1989. “Questo testo - scrive Benedetto - che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimostranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo andava montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II”.

Nasce così il lavoro per la “Veritatis splendor”, l’enciclica di Giovanni Paolo II che viene pubblicata nel 1993, un anno dopo il Catechismo della Chiesa Cattolica “suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali”.

Il dibattito sulla teologia morale aveva portato all’idea che solo nelle questioni di fede la Chiesa avesse l’ultima parola, “mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta”.

Altra questione è quella del “proprium” della morale cristiana che per alcuni non esisterebbe. Ma, spiega Benedetto, “La peculiarità dell’insegnamento morale della Sacra Scrittura risiede ultimamente nel suo ancoraggio all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come uomo. Il Decalogo è un’applicazione alla vita umana della fede biblica in Dio”.

Il processo di disgregamento arriva anche nei seminari dove si diffonde l’idea che non ci sono azioni sempre da respingere (intrinsece malum), ignorando anche gli insegnamenti di Giovanni Paolo II, sopra ttutto la “Veritatis splendor” appunto.

Viene promosso un approccio mondano, senza vedere che in tal modo si diffondono prassi inaccettabili, come circoli omosessuali e altro.

E poi quella idea deviata di “conciliarità”: “In molte parti della Chiesa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momento, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo”. Con una piccola nota personale delicatamente ironica: “Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco”.

Intanto negli Stati Uniti si svolgono diverse Visite Apostoliche, ma “evidentemente diverse forze si erano coalizzate al fine di occultare la situazione reale”.

Negli anni ’80 la questione diventa pubblica, e non si sa come affrontarla anche a livello canonico, perché il diritto canonico è “garantista”. Dice Benedetto XVI: “Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devono riflettere e considerare seriamente”.

Ecco di nuovo il cuore della questione: la fede.

Joseph Ratzinger ripercorre il cammino che porta alla decisione del 2001 di affidare la competenza per i preti pedofili alla Congregazione per la Dottrina della Fede come uno dei “delicta graviora”. E chiosa: “Poiché tutto questo in realtà andava al di là delle forze della Congregazione per la Dottrina della Fede e si verificavano dei ritardi che invece, a motivo della materia, dovevano essere evitati, papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme”.

A questo punto arriva la questione teologica e pastorale. Per affrontare la crisi la cosa più significativa da fare è mettere Dio al primo posto. Infatti se Dio è assente, anche la differenza tra bene e male scompare come si vede nelle società occidentali. Occorre affrontare tutti i casi di pedofilia offrendo la “garanzia” alle parti coinvolte, ma progettando anche il bene della fede e della Chiesa.

La società che decreta la “morte di Dio” decreta la morte di se stessa: “La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare. Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica”.

Benedetto XVI cita Hans Urs von Balthasar: “Il Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo: non presupporlo ma anteporlo!” E aggiunge: “In effetti, anche nella teologia, spesso Dio viene presupposto come fosse un’ovvietà, ma concretamente di lui non ci si occupa”.

C’è da rimettere al centro l’ Eucarestia: “L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ragione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familiari o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sacramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento”.

Papa Benedetto racconta uno dei suoi incontri con un a vittima di un prete pedofilo.
“Una giovane ragazza che serviva all’altare come chierichetta mi ha raccontato che il vicario parrocchiale, che era suo superiore visto che lei era chierichetta, introduceva l’abuso sessuale che compiva su di lei con queste parole: ‘Questo è il mio corpo che è dato per te’. È evidente che quella ragazza non può più ascoltare le parole della consacrazione senza provare terribilmente su di sé tutta la sofferenza dell’abuso subìto”.

E’ urgente implorare il perdono del Signore scrive Benedetto e “dobbiamo fare di tutto per proteggere dall’abuso il dono della Santa Eucaristia”.

La conclusione, nonostante l’analisi a volte cruda, è poetica oltre che teologica: nella rete, la Chiesa, vi sono pesci buoni e pesci cattivi, bisogna imparare a vedere non solo i pesci cattivi, ma anche quelli buoni. E occorre rinunciare alla tentazione politica di “cambiare” la Chiesa perché sbaglia su tutto, una tentazione che viene dal diavolo. Scrive Benedetto XVI: “oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi causata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza”.

Perché la Chiesa è la rete da pesca di Dio nella quale stanno pesci buoni e cattivi e “la zizzania nel campo di Dio, la Chiesa, salta all’occhio per la sua quantità e anche i pesci cattivi nella rete mostrano la loro forza. Ma il campo resta comunque campo di Dio e la rete rimane rete da pesca di Dio. E in tutti i tempi c’è e ci saranno non solo la zizzania e i pesci cattivi ma anche la semina di Dio e i pesci buoni. Annunciare in egual misura entrambe con forza non è falsa apologetica, ma un servizio necessario reso alla verità”.

La Chiesa è di Dio, ed è una rete piena di pesci buoni, di martiri, di testimoni: “La Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro sofferenza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro”.

Il metodo che propone Benedetto in fondo è semplice e lo racconta: “Vivo in una casa nella quale una piccola comunità di persone scopre di continuo, nella quotidianità, testimoni così del Dio vivo, indicandoli anche a me con letizia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede”.

E la conclusione è un grazie: “Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!”

 

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